I cento fiori – 1976-`77: l`Italia delle radio libere

Il 10 marzo 1975 iniziano le trasmissioni di Radio Milano International, la più famosa delle prime radio libere, la prima a rompere il monopolio sulle frequenze.
Il 9 febbraio del 1976 inizia a trasmettere Radio Alice da Bologna. Nel luglio dello stesso anno, una sentenza della Corte Costituzionale sancisce la legittimità delle trasmissioni radiofoniche private: finisce il monopolio della radio di Stato e inizia l’era della libertà d’antenna.
Il 28 luglio 1976, una sentenza della Corte Costituzionale sancisce la legittimità delle trasmissioni radiofoniche private, purché a diffusione locale: inizia così l’era della libertà d’antenna. Con questo importante atto finisce il monopolio della radio di Stato, l’etere è ora libero e alla portata di tutti. In ogni parte d’Italia fioriscono centinaia di nuove emittenti, che danno finalmente voce ad un’altra faccia del Paese, compiendo un primo passo nel lungo e travagliato cammino verso il pluralismo.

APPROFONDIMENTO

La legge sul monopolio
Fino al 1976, il monopolio statale delle frequenze per le trasmissioni radiofoniche e televisive, affidato in concessione alla RAI, è confermato dalla normativa 103/1975. Nato per integrare ed aggiornare la legislazione prebellica ancora in vigore (Legge 24/1938), il provvedimento, a fronte della possibilità in molte zone di confine di ricevere segnali dall’estero, intende regolamentare il regime di “scarsità” delle frequenze ma si pone in contrasto con il diritto al pluralismo, sancito dalla Costituzione e da trattati internazionali. Come un primo, timido progresso nello stesso articolo vengono però liberalizzate le trasmissioni via cavo a diffusione locale.
Se da un lato bisogna riconoscere che la filodiffusione è destinata, per ragioni logistiche, ad avere nella penisola un ruolo estremamente marginale/limitato, dall’altro si apre attraverso le maglie del testo legislativo uno spiraglio anche per le emittenti via etere.
La Corte Costituzionale, in realtà, si pronuncia sull’argomento fin dagli anni ’50, giustificando il monopolio statale soltanto in base alla limitatezza delle frequenze utilizzabili.
La tecnologia della modulazione di frequenza (la trasmissione FM, messa a punto negli anni ’30 dall’americano Armstrong, introdotta in Europa a partire dal 1961 e adottata dalla RAI nel 1964), benché richieda una maggiore quantità di banda e circuiti più complessi del sistema AM (modulazione d’ampiezza), necessita di un segnale meno potente e, risultando in effetti economicamente meno onerosa, apre un nuovo scenario poiché mette a disposizione una nuova gamma di frequenze fino ad allora inutilizzate.
Le radio “pirata”
In tutta Italia fioriscono quindi, sull’esempio delle emittenti inglesi (Radio Caroline e Radio Veronica) installate a bordo di pescherecci nelle acque internazionali del Mare del Nord, le radio ‘pirata’ costruite con mezzi improvvisati, che si vanno ad aggiungere alle trasmissioni dall’estero di Radio Luxembourg, Koper Capodistria e Radio Montecarlo.
Le reti clandestine sono soggette a denunce, sequestri e processi, dai quali però escono spesso vincitrici: le autorità si adeguano di fatto ad una tolleranza che esclude soltanto i canali di servizio importanti e perciò riservati (alle comunicazioni aeroportuali o delle forze dell’ordine), protetti da interferenze.
Con la sentenza 202/1976 del 28 luglio 1976, la Corte Costituzionale segna definitivamente la fine del monopolio, legittimando le trasmissioni in ambito locale. Mancando però ancora un regime di concessioni, di assegnazioni in un piano nazionale delle frequenze, la situazione italiana, destinata a perdurare molti anni ancora, è quella di un vero e proprio “far west dell’etere”.
Le difficoltà del servizio pubblico
D’altra parte la concessionaria esclusiva del servizio pubblico, la RAI, attraversa una profonda crisi d’identità, ingessata nella burocrazia e nel controllo esterno della censura: l’azienda può vantare una grande professionalità, produce lavori altamente qualificati, ma sembra non cogliere il cambiamento dei tempi.
I linguaggi adottati, i contenuti proposti risultano troppo rigidi e l’offerta radiofonica, come del resto quella televisiva, comincia ad essere percepita dal pubblico come ripetitiva: in particolare, viene trascurata l’intera galassia giovanile, fatta di musica leggera, esplosa nel frattempo in tutto il mondo occidentale. Soltanto con “Bandiera Gialla” ed “Alto Gradimento” si verificano, nella seconda metà degli anni ’60, le prime timide rotture.
Contemporaneamente, numerosi gruppi economici privati e potentati locali dimostrano un crescente interesse per la radiofonia, un mezzo visto in Italia ancora come ‘innovativo’ o comunque ancora inesplorato, e mentre iniziano gli investimenti nel settore anche i movimenti della contestazione mirano, attraverso la radio, a nuove forme di coinvolgimento.
La rivoluzione via etere
Nasce così un nuovo modo di fare radio, votato all’improvvisazione e, almeno inizialmente, ad una certa ingenuità. Tra emittenti più marcatamente politicizzate ed altre, viceversa, più spensierate, spicca in ogni caso il ruolo di primo piano finalmente assegnato alla musica: la radio diventa per molti ragazzi italiani una finestra sul mondo, un’occasione per incontrarsi e confrontarsi con le gioventù degli altri Paesi.
Le radio di controinformazione, sull’onda dell’esperienza francese di Radio Fréquence Libre, spuntano nelle principali città della penisola: Radio Flash a Torino, Radio Popolare a Milano, Radio Alice a Bologna, Controradio a Firenze, Radio Città Futura a Roma, offrono i diretti resoconti degli scontri di piazza nella rovente stagione del ’77, ma il loro spiccato carattere di militanza finirà in molti casi con il condannarle alla chiusura; rara eccezione è Radio Radicale, ormai divenuta negli anni una realtà consolidata.
Dalle emittenti private commerciali e “d’evasione” emergono invece figure di talento, tra cui Vasco Rossi, Ilona Staller, e i tanti disc jockey per i quali l’ambiente sotterraneo delle radio libere diventa il trampolino di lancio verso la fama a livello nazionale.
Queste esperienze così diverse trovano tuttavia un carattere comune e distintivo nella sperimentazione, nella proposta di nuove forme di comunicazione che portano una ventata di novità e trascinano nel cambiamento anche i vetusti palinsesti del servizio pubblico.
Ad esempio, l’uso intensivo delle telefonate in diretta, esperimento mai tentato prima, offre uno spazio inedito ai desideri di partecipazione degli ascoltatori e finisce per fungere da modello alla programmazione televisiva.
L’impegno e la voglia di cambiare il mondo attraverso l’etere, che hanno contraddistinto l’esperienza delle radio libere, si realizzano in un linguaggio più fresco e meno distaccato, un nuovo approccio che contribuisce alla rivoluzione dei costumi, probabilmente più di quanto pensino gli stessi protagonisti di un’epoca così straordinaria.

 

I cento fiori – 1976-`77: l`Italia delle radio libere was last modified: novembre 8th, 2014 by Radio Rock Revolution

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