Guy Debord è morto davvero

Guy Debord è morto davvero è morto davvero

di Luther Blissett

 

 

1. NUNC EST BIBENDUM

 

– Di chi è questa motocicletta?
– È un chopper.
– E di chi è questo chopper?
– È di Zed.
– Chi è Zed?
– Zed è morto, piccola… Zed è morto.

Quentin Tarantino, 1994

 

Alla morte di Guy The Bore (1) progressista italiana ha reagito con necrologiche ovvietà e fraintendimenti che ormai nulla hanno di clamoroso. Lo stesso tritarifiuti lib-lab che aveva ingoiato e ruminato le opache filippiche di Karl Popper sulla TV, ha poi celebrato The Bore come un profeta della discesa in campo di Berlusconi. Da anni l’Ignoranzhia di sinistra confonde lo “spettacolo” con la protervia dei media di regime, coi ciclici avventi delle Letizie Moratti, con la telerissa degli Sgarbi e dei Ferrara… Non c’è da sorprendersi allora che, in nome di una metonimia (l’effetto per la causa e il contenuto per il contenente), si disinneschi una teoria critica che attaccava direttamente la forma-merce e un modo di produzione che ha trasformato CIASCUNO DI NOI in un protervo medium di regime.

È pur vero che il disinnesco è stato facilitato dalla difettosità della bomba, comunque The Bore non merita di finire nel pantheon della Memoria Storica di Sinistra, assieme a Pajetta e Berlinguer, dove vorrebbero collocarlo – seppur come “eretico” – i necrofori intellettuali clerico-togliattiani.

L’abuso dell’epiteto “situazionista” e dell’assurdo termine “” (2) deriva dall’aver posto l’accento solo sulla analisi debordiana dello spettacolo, a scapito del “savoir vivre”, della sovversione della vita quotidiana, della psicogeografia e dell’Urbanismo Unitario, insomma di tutte le forme d’azione immediate e concrete approntate dai situazionisti.

Era inevitabile che “situazionista” diventasse un attributo vaghissimo; i cronisti culturali decisero poi di appiccicarlo a qualunque personaggio o corrente estetica le cui espressioni fossero abbastanza nichiliste da sembrare “estreme” e abbastanza spettacolari da permettere l’esercizio di un po’ di massmediologia d’accatto. È stata così “situazionista” la programmazione di Italia 1 decisa da Carlo Freccero, è “situazionista” Striscia la notizia, era “situazionista” la TV-verità della Raitre di Guglielmi, è “situazionista” qualunque testo dallo stile schizo-epigrammatico, and so on.

La maggior parte di codesti etichettatori selvaggi conosce – poco e male – solo La società dello spettacolo, e da quel Talmud della critica radicale (da quell’apparente ridda di definizioni cruciverbali) potrebbe fingere di inferire qualsiasi cosa. “Situazionista” è divenuto un passepartout che apre ora la porta del dadaismo rimasticato ora quella del facile millenarismo tecnologico. In un mondo nichilista, tutto ciò che è reale è “situazionista”.

Ma non è stato The Bore in persona a trasformare la propria reputazione in quella di una rancorosa Cassandra? Non è stato il suo atteggiamento a far sì che il suo più celebre saggio fosse considerato un Talmud? Non è forse vero che due anni fa, per spiegare il crollo del reale, non poté fare altro che rimandare a due striminzite tesine sulla burocrazia, vergate 1/4 di secolo prima e contenute nel saggio in questione?

Negli ultimi dieci anni della sua vita, The Bore aveva indirizzato gran parte dei suoi sforzi ad un’infinita auto-storicizzazione; come i condannati del racconto “Nella colonia penale” di Kafka, egli si era infilato in una macchina che gli incideva sul corpo, assieme ai suoi scritti (Considerations sur l’assassinat de Gérard Lebovici, Panegyrique, Commentaires sur la societè su spectacle, Cette mauvaise reputation…), la Legge. La Legge, in quel caso, doveva essere la Giusta Ermeneutica, contro le calunnie, contro la passiva contemplazione dell’esperienza storica dell’I.S., contro la disinformazione pro-situ (3).

Dietro quel continuo rimando ipertestuale da una riga all’altra del Testo-Corpo, pare esserci stata la disperata intenzione di puntellare una ADEGUATA cattiva reputazione, di favorire una ADEGUATA contemplazione, di diffondere una ADEGUATA disinformazione, insomma di non tradire lo stile e mantenere il controllo. Un’impresa del genere ha dimensioni sistemiche, e necessita di una strategia collettiva: se a tentarla (o anche solo a marcarla) è la volontà di un singolo individuo, costui o costei otterrà l’esatto contrario dell’esito sperato. Dove si difendeva lo stile, si arriva a salvare l’Identità, ossia proprio ciò che fissa e uccide lo stile, rafforzando lo spettacolo.

Così, dopo il suicidio di The Bore, ciò che “ereditiamo” è una precettistica che non si voleva tale, oltre a un insieme di soliloquenti profezie. Ci rimangono insomma dei testi sacri, e coi testi sacri si può agire in due sole maniere: o li si interpreta alla lettera, da fondamentalisti, o si fa dir loro ciò che si vuole, sovente senza neppure leggerli. Ma da cosa deriva, a sua volta, questo stato di cose?

Deriva, crediamo, dal fallimento inappellabile dell’, fallimento che non data dall’autoscioglimento del 1972, ma da almeno un decennio prima, dalla presa del potere nell’I.S. della sua sezione francese, proveniente dal Lettrismo. Prima che s’apra il cielo e ne piovano gli insulti dei pro-situs, converrà spiegarsi.

 

2. NOTE PER UNA CONTROSTORIA DELL’INTERNAZIONALE

 

Il fallimento della maggior parte dei situazionisti serve a capire la natura della catastrofe e a scorrere con la crisi. Il panico può essere un incredibile energetico.

Mark Downham, 1988

 

Per quali motivi e per portare avanti quale programma si formò l’? Ben pochi di quanti sproloquiano di “” saprebbero rispondere. Eppure è molto semplice: si trattava di COSTRUIRE SITUAZIONI, ossia “ambienti momentanei di vita, di qualità passionale superiore”, per mezzo dell’Urbanismo Unitario (ne è un esempio la “teoria dei quartieri-stati d’animo, secondo cui ogni quartiere dovrebbe tendere a provocare un sentimento semplice, al quale il soggetto si esporrebbe con conoscenza di causa”), di una “nuova architettura” (che “giocherà sugli effetti d’atmosfera dei vani, dei corridoi, delle vie, atmosfera legata ai gesti che essa contiene”) e infine dell’esplorazione psicogeografica dei siti (“osservazione attiva degli agglomerati urbani di oggi e fondazione di ipotesi sulla struttura di una città situazionista”). Lo scopo ultimo era “inventare giochi di una nuova essenza, ampliando la parte non mediocre della vita e diminuendo per quanto possibile i momenti nulli […] La disfida situazionista al passare delle emozioni e del tempo sarebbe la scommessa di guadagnare sempre sul cambiamento, andando sempre più lontano nel gioco e moltiplicando i periodi commoventi”. Per fare questo era necessario “opporre concretamente, in ogni occasione, ai riflessi del modo di vita capitalistico, altri modi di vita desiderabili; distruggere, con tutti i mezzi iperpolitici, l’idea borghese della felicità”. Il tutto era riassunto nel détournement di un celebre motto marxiano: “Si sono interpretate a sufficienza le passioni: si tratta ora di trovarne altre”. Tutto ciò era legato alla “certezza dell’aumento continuo e rapido del tempo libero, al livello delle forze produttive cui perviene la nostra epoca”. Occorreva armarsi per “una battaglia del tempo libero […] Oggi la classe dominante riesce a servirsi del tempo libero che il rivoluzionario le ha strappato, sviluppando un vasto settore industriale del dopolavoro che è un incomparabile strumento di abbrutimento del con sottoprodotti dell’ideologia mistificatrice e dei gusti della ”. Compito dei situazionisti, in definitiva, era “l’impiego di certi mezzi d’azione e la scoperta di nuovi, più facilmente riconoscibili nel dominio della cultura e dei costumi, ma applicati nella prospettiva di un’azione reciproca di tutti i mutamenti rivoluzionari” (4).

L’uso corrente e banalizzato del termine “situazionista” ha ben poco a che vedere con questo programma. Ma il termine ha potuto subire una banalizzazione perché, da un certo punto in avanti, l’I.S. stessa ha cessato di essere GLOBALMENTE situazionista, e la parola ha seguito la cosa nella sua involuzione.

Come tutti sanno, la storia dell’I.S. dal 1957 in avanti è storia di scomuniche ed espulsioni, di settarismo e di evidenti scollature fra teoria e prassi, finché l’organizzazione si ridusse a due membri ( e Gianfranco Sanguinetti), e si sciolse con la circolare pubblica La véritable scission dans l’Internationale (Champ Libre, Paris 1972). Nel prossimo paragrafo (“Un capodanno a Partenope”) farò un’incursione tra le righe di questo scritto, leggendo il quale pare a volte di sentir suonare Glenn Miller. Ma torniamo al punto…

La pratica dell’espulsione era in gran parte uno scimmiottamento surrealista, importato nell’I.S. dalla sezione francese assieme al caratteristico linguaggio giudiziale delle Avanguardie. L’espulsione fu praticata ai danni delle altre sezioni dell’I.S., soprattutto contro il gruppo tedesco SPUR. A dispetto di quanto lo stesso Debord aveva scritto (“Bisogna liquidare tra noi il settarismo che si oppone all’unità d’azione con possibili alleati, per scopi definiti, e impedisce l’infiltrazione nelle organizzazioni parallele. L’Internazionale Lettrista, tra il 1952 e il 1955, si è orientata costantemente verso un genere di rigore assoluto portante ad un isolamento e ad un isterilimento egualmente assoluti, e favorendo alla lunga un certo immobilismo, una degenerazione dello spirito di scoperta. Si deve superare definitivamente questa condotta in favore di azioni reali. Su questo solo criterio dobbiamo trovare o abbandonare compagni” (5)), la sezione francese si distinse fin da subito per un’intransigenza paranoica e complottarda, s’illuse di rinforzare la teoria con l’iniezione di steroidi hegeliani, espulse compagni per futili motivi (6), fino a favorire quel “contemplativismo” e quell’immobilismo di cui avrebbe imputato tutti meno che sé stessa.

Procediamo con ordine: le sezioni olandese e italiana furono decimate ed espulse entro il 1960. Il danese Asger Jorn, uno dei membri pió importanti dell’I.S., e certo colui i cui testi (7) recherebbero maggiore sorpresa ai lettori di oggi, si dimise nel 1961. Il gruppo SPUR (“Traccia”), protagonista in Germania di diversi scandali e azioni dirette contro l’establishment culturale, che al IV congresso dell’I.S. (Londra, 24-28 settembre 1960) si era scontrato con la sezione francese e nei 16 mesi successivi s’era rivelato la sezione più attiva, fu espulso nel gennaio 1962 per aver rifiutato il commissariamento da Parigi della sua eponima. Nel marzo ’62 la sezione scandinava – “capitanata” da Nash – ruppe con quanto rimaneva dell’I.S. e fondò la Bauhaus Situazionista di Drakabygget, nella Svezia meridionale. Nel dicembre ’67 fu espulsa in blocco la sezione britannica, che formò poi il gruppo King Mob, la cui attività sarebbe stata all’origine di molti importanti accadimenti, non ultima la detonazione Punk.

Nel marzo 1962 le ex-sezioni scandinava e tedesca fondarono la Seconda Internazionale Situazionista, che negli anni successivi editò due riviste (Drakabygget e Situationist Times) e che dichiarò i seguenti intenti: “…Scristianizzare la filosofia delle situazioni di Kierkegaard, combinarla con le dottrine economiche britanniche, con la dialettica tedesca e coi programmi francesi di azione sociale. Ciï implica una profonda revisione della dottrina marxiana ed una completa che basi il suo sviluppo sulla nozione scandinava di cultura. Tale nuova ideologia e teoria filosofica ha il nome di Situlogia. Si fonda sui principii della democrazia sociale nella misura in cui abolisce ogni forma di artificiale privilegio”(8).

Scrive Stewart Home: “Non solo l’Europa ha sempre visto sé stessa come il centro del mondo, ma Germania, Francia e Gran Bretagna tendono a considerarsi il centro del centro. Così quando l’I.S. si scisse, da un punto di vista francocentrico o anglocentrico gli spectosituazionisti con base a Parigi furono visti come la vera I.S., mentre la 2aI.S.(che ebbe almeno la decenza di anteporre al nome il numero) poté essere sbrigativamente definita ‘estranea all’I.S.; certo più affabile, ma molto meno intelligente’ (IS n.8, Paris 1963)”(9).

La sezione francese fu molto abile nel presentare le sue purghe come fasi di un conflitto tra una componente “rivoluzionaria” e una “artistica”. In realtà, per quanto riguarda l’arte, le posizioni dell’I.S. erano appena meno idealistiche di quelle dei “nashisti” (come la 2aI.S. veniva definita spregiativamente)(10), e ambedue le organizzazioni affermavano di perseguire la .
L’I.S. era senza dubbio più coerente e radicale nelle formulazioni, e poneva l’accento sulla parola d’ordine dei Consigli Operai (mutuata da Socialisme ou Barbarie), sebbene “senza preoccuparsi minimamente della loro attuazione nella realtà storica” (11); la 2aI.S. peccava di mancanza di rigore teorico (forse per il timore di scadere nella rigidità dottrinaria, come i “cugini” di Gallia), e puntava sulla realizzazione nel presente dell’Urbanismo Unitario e dei comportamenti sperimentali ad esso connessi. Ambedue le fazioni ereditarono solo una parte del programma situazionista originario, e andarono incontro al fallimento.

L’impressione che l’I.S. abbia avuto maggiore influenza della 2aI.S. sul ’68 e sulle esperienze degli anni successivi deriva da un effetto di prospettiva, il classico “Post hoc, ergo propter hoc”. Il celebre “scandalo di Strasburgo” del 1966 ispirò certo molti di coloro che due anni dopo avrebbero disselciato le vie di Parigi, ed è vero che i situazionisti coniarono alcuni degli slogans più belli del Maggio, tuttavia si è sopravvalutato l’impatto della loro critica pratica sugli eventi di quei giorni. Se davvero i situazionisti fossero stati cosìç determinanti, risulterebbe difficile spiegare il vasto rigurgito maoista o trotskista dei mesi successivi, nonché l’entrata dell’I.S. in una crisi irreversibile, fino allo scioglimento di tre anni dopo. In realtà, allo scoppiar del Maggio, l’I.S. era già da un pezzo in fondo al maelstroem dell’inconseguenza, strutturalmente incapace di venirne fuori. I compagni francesi dell’Encyclopédie des Nuisances, la cui critica dell’I.S. è comunque molto diversa da quella che andiamo sviluppando in queste note, hanno magistralmente sintetizzato tale inconseguenza: “Criticando la politica senza curarsi troppo dei mezzi della sua realizzazione rivoluzionaria (se non sotto la forma alquanto lontana dei Consigli Operai), la teoria situazionista è rimasta sottosviluppata in tutto quello che riguarda la tattica, la ricerca delle mediazioni necessarie tanto esterne (il processo d’incontro tra una teoria radicale in formazione ed una pratica radicale essa stessa frammentaria ed incompleta) quanto interna (i metodi di organizzazione che favoriscono l’appropriazione coerente della critica). Il mito di una fusione totale della teoria e della pratica, ritenuta effettivamente realizzata all’interno dell’I.S., assieme al suo contrappunto ‘storico’, il mito di una rivoluzione che realizzerà in un colpo solo questa fusione su scala sociale, ha pesantemente gravato sullo sviluppo di una comprensione precisa di ciò che i situazionisti dovevano realmente fare insieme” (12). Ciò che l’EdN non sembra riconoscere è che tra le concause dell’imporsi e ristagnare di quei nefasti miti vi erano l’espulsione e il sistematico dileggio di quanti nell’I.S. avevano rifiutato (anche solo parzialmente, o intuitivamente) simili abbagli prometeici. Quei “primi situazionisti”, definiti “indulgenti e inefficaci” (13), erano stati respinti definitivamente nell’arte e nell’idealismo, mentre è probabile che il loro apporto, unito alla lucidità teorica dei francesi, avrebbe garantito al programma situazionista più varie e vaste possibilità di applicazione e successo.

Il ruolo della 2aI.S. e degli altri espulsi è stato a lungo sottovalutato e ignorato. Soprattutto in Italia, quasi nessuno ne sa niente. Evidentemente la scomunica pesa ancora, e il francocentrismo è ancora operante.

Subito dopo la scissione, entrambe le I.S. continuarono a propagandare lo scandalo come arma politica. Ma mentre lo “scandalo di Strasburgo” (un colpo di culo molto ben sfruttato e pubblicizzato) impresse a quella con baricentro a Parigi una spinta inerziale che le permise di arrivare a bagnarsi nell’agitazione del ’68, la seconda non riuscì a superare i limiti di un approccio che oggi diremmo “kreativo”, e implose pian piano. Eppure, per vie indirette, essa influenzò notevolmente il europeo e mondiale, e così molti degli altri espulsi.

L’ex-membro di SPUR e collaboratore di Situationist Times Dieter Kunzelmann contribuì a fondare a Berlino Ovest la KOMMUNE 1, che attirò a sé moltissimi giovani mettendo in crisi il marxismo-leninismo della SDS, contribuendo a connotare quell’organizzazione – e l’intero ’68 tedesco – in senso antiautoritario (14). Qualche anno prima, l’ex-membro olandese dell’I.S. Constant (tra gli espulsi di gran lunga il più schernito da Debord e compagni, e non sempre a torto) ebbe un importante ruolo nel cruciale movimento PROVO di Amsterdam (1965-67) che, prima di essere recuperato dalle onnivore istituzioni di quella città, suggerì alla di tutto il mondo efficaci e imprevedibili forme d’azione (15). A Londra King Mob (di cui fu simpatizzante Malcolm McLaren, che avrebbe poi sfruttato il Punk applicando pari pari la lezione dello “scandalo di Strasburgo”, tanto i pregi quanto i difetti) produsse numerosi libelli e una formato tabloid (King Mob Echo), e fu protagonista di molte azioni, come la creazione di tumulti di strada tramite lo spaccio di false notizie ai giornali, o gli espropri nei grandi magazzini da parte di squadracce di Babbi Natale (16). Grazie a quest’influenza, Malcolm McLaren e Jamie Reid (il grafico dei Sex Pistols) “affinarono il gusto per una nuova pratica della comunicazione – manifesti, volantini, montaggi, beffe, disinformazione – che avrebbe dato forma all’intima sensazione che lo stato delle cose potesse essere scosso, se non trasformato in modo irreversibile” (17).

Gli espulsi non finirono nella pattumiera della storia. Se volessimo essere coerenti con le numerose ricostruzioni storiche francocentriche (18), potremmo sostenere che questi gruppi e movimenti misero in pratica scampoli di teoria “degradata”, e che dovevano la loro radicalità, per così dire, a certi “quarti di nobiltà”, all’aver frequentato un tempo il giusto salotto buono. Ma saremmo poco seri, saremmo dei pro-situs. Non esiste trascendenza della teoria critica, essa viaggia nelle contraddizioni reali assieme all’esempio contagioso; e se è vero che la “ricarica” nelle lotte sociali dell’INTERO programma situazionista avrebbe impresso agli eventi ben altra accelerazione, va detto che di questa mancata aggressione della totalità è ugualmente responsabile l’I.S. di Debord, Sanguinetti e Vaneigem. Per definizione, nessun salotto è “buono”.

 

3. UN CAPODANNO A PARTENOPE

 

La bruttezza del presente ha valore retroattivo.

Karl Kraus, senza data

 

Affrontare e DECOSTRUIRE le “Thèses sur l’Internationale Situationniste et son temps” (che aprono le macabre danze de La véritable scission…) è necessario per capire la fossilizzazione dello stile debordiano in un’incarognita poetica del risentimento, e la conseguente involuzione di Debord in The Bore.

Va detto innanzitutto che le “Thèses…” sono un testo kitsch. Usiamo questo termine nell’accezione classica, ritematizzata da Tommaso Labranca nel suo era un coatto. Vivere e capire il trash (Castelvecchi, Roma 1994): l’I.S. post-’68 e Debord/The Bore erano kitsch perché volevano rimuovere la miseria e la merda dal territorio dell’autostoricizzazione, territorio segnato da continui riferimenti alla Prima Internazionale di Marx e Bakunin (lo stesso titolo della “circulaire publique” è uno di questi riferimenti). Tendendo ad emulare un modello “alto”, ma fallendo clamorosamente nell’emulazione (s’è mai vista un’internazionale composta da due sole persone?), l’I.S. ottenne un risultato trash (emulazione, incongruità, massimalismo… Le componenti c’erano tutte); ma per il terrore di essere identificata coi propri fallimenti (con il trash, con la misére), essa imputò ad altri e ad altro tutto ciò che considerava basso e misero: la stupidità dei pro-situs, l’impotenza degli ex-membri dell’I.S., il “ritardo” del rispetto al programma situazionista, etc.). Senza possibilità d’equivoco, il risultato fu il kitsch, che nasce proprio dal tentativo -non riuscito- di eliminare la merda dalla propria vita, tentativo compiuto da chi è “circondato, sommerso, soffocato dalla merda (il trash) e combatte ogni giorno un’estenuante battaglia per nasconderla” (Labranca, cit.). Le “Thèses…” sono un CAPOLAVORO del kitsch, e scivolano lungo quella “china dogmatica che porta a giudicare la storia secondo una norma collocata al di fuori di essa (teleologia consiliarista, ad esempio) [che] condusse troppo spesso, nell’I.S. ed intorno ad essa, a considerare il movimento di sovversione allora largamente attivo sotto l’esclusivo angolo visuale del suo ritardo rispetto al programma storico situazionista, senza voler vedere che ne era al tempo stesso la critica (critica della sua generalità divenuta astratta), come se questo in futuro dovesse soltanto riempire il quadro che quello aveva tracciato: in breve, come se la teoria della rivoluzione non avesse più nulla da imparare dal movimento rivoluzionario reale” (18). Appunto, il kitsch.

La tesi n.2 afferma che “mai un progetto così estremista, divampando in un’epoca che sembrava essergli ostile, aveva affermato in così poco tempo la propria egemonia nella lotta delle idee, prodotto della storia delle lotte di classe. Non solo la teoria, lo stile e l’esempio dell’I.S. sono oggi adottati da migliaia di rivoluzionari nei principali paesi avanzati ma, ben più in profondità, è l’insieme della società moderna che sembra essersi convinta della verità delle prospettive situazioniste, sia per realizzarle sia per combatterle”. La n.3 precisa che “l’I.S.è riuscita semplicemente in quanto ha espresso il ‘ che abolisce lo stato di cose presenti’, e in quanto ha saputo esprimerlo; vale a dire che essa ha iniziato a far comprendere alla parte soggettivamente negativa del processo, al suo ‘lato cattivo’, la propria teoria inconscia […] Non si tratta dunque di una teoria dell’I.S., ma della teoria del ”. La n.6 aggiunge che “[per la Santa Alleanza dei proprietari della società] come per i suoi associati, è cominciato un altro tempo. Si scopre che il movimento delle occupazioni aveva, sfortunatamente, delle idee, e che erano idee situazioniste”.

Terminata la prima fanfara, le tesi che vanno dalla 10 alla 20 introducono alcune lucide considerazioni sullo stato dell’Economia, sull’inquinamento, sui “sintomi della crisi”, sulle lotte dei lavoratori. Ad esempio la tesi 17, con mirabile sintesi, enuncia che “l’inquinamento e il proletariato sono oggi i due lati concreti della critica dell’economia politica”.

Ma è dalla tesi 21 che entriamo nel kitsch (e non ne usciremo più): “quando cambiano tutte le condizioni della vita sociale, l’I.S., al centro di questo cambiamento [sic], vede le condizioni in cui ha agito trasformarsi più velocemente di tutto il resto. Nessuno dei suoi membri poteva ignorarlo, né pensava di negarlo, ma di fatto molti tra essi non volevano che l’I.S. fosse toccata. Non è dell’attività situazionista passata che essi si facevano custodi, ma della sua immagine”. Da qui fino alla tesi 44 c’è la lunga tirata contro i pro-situs, contro i membri (ormai ex-…) “contemplativi” dell’I.S. e in particolare contro . L’avvio è promettente: “un’inevitabile parte del successo storico dell’I.S. implicava che essa fosse a sua volta contemplata, e che in una tale contemplazione la critica senza concessioni a tutto ciò che esiste venisse ad essere apprezzata positivamente da un settore sempre più esteso dell’impotenza, divenuta essa stessa filo-rivoluzionaria”. Ma già la tesi 22 è rivelatrice; dopo averla letta rimane in bocca un retrogusto di excusatio non petita: “nessun pensiero storico può pensare di garantirsi in anticipo da qualsiasi incomprensione o falsificazione. Come esso non pretende di imporre un sistema definitivamente coerente e completo, tanto meno si aspetterebbe di presentarsi in modo così perfettamente rigoroso da interdire la stupidità e la malafede a ciascuno di quanti avranno a che fare con esso, così da imporne universalmente un’interpretazione vera. Una pretesa così idealistica può essere sostenuta solo da un dogmatismo sempre votato al fallimento; e il dogmatismo è già la sconfitta inaugurale di un tale pensiero. Le lotte storiche, che correggono e migliorano ogni teoria di questo genere, sono il terreno delle interpretazioni errate e riduttive e degli interessati rifiuti di ammettere il senso più univoco. La verità non può qui imporsi senza divenire forza pratica”. Il ragionamento si conclude con la convinzione che la teoria dell’I.S. [vale a dire la teoria del proletariato, cfr. la tesi n.3], sebbene spesso incompresa o distorta, “saprà ritornare in tutta la sua autenticità ogni volta che, storicamente, sarà la sua ora, a cominciare da oggi. Siamo usciti dall’epoca in cui potevamo essere falsificati o cancellati senza appello, perché la nostra teoria beneficia ormai, nel meglio e nel peggio, della collaborazione delle masse”.

Il “successo storico” dell’I.S. sarebbe dunque consistito nel convincere le masse a “collaborare” con la propria teoria, ergo con sé stesse. L’I.S. poneva fine per decreto all’ e all’autofraintendersi proletario. La “teoria del proletariato” era stata ESTERNA allo stesso, ma alla fine esso era arrivato a co-elaborarla.

“Co-” significa “insieme”… Insieme a chi? chi era il co-protagonista di questa elaborazione se non l’I.S.? Riecco la vecchia “coscienza portata dall’esterno” e, intraluce, la decrepita figura dell'”intellettuale separato” che “va al popolo”. Con cos’era traducibile dunque il genitivo “del”, se non con un complemento di argomento? Si trattava di una teoria “sul” proletariato, di una teoria “riguardante” esso. E non solo: a dispetto degli accenni alle “lotte storiche”, la teoria si rivelava essere trans-storica, pronta a rivelarsi a sé stessa ogni volta che fosse giunta l’ora.

Ma poiché l’I.S., al livello più conscio della costruzione del testo, rifiutava tutto ciò (le separazioni, la trans-storicità…), e poiché Debord e Sanguinetti sembravano percepire questo scarto, ecco l’excusatio non petita: “È OVVIO che noi, NATURALMENTE, non abbiamo mai creduto che…”. Si cercava di nascondere il trash, e appena ne usciva anche un solo lembo ci si affrettava a dire: “Noi non siamo questo!”. Davvero molto kitsch.

Ma entriamo nel vivo della critica ai pro-situs, che “fanno sapere che approvano integralmente l’I.S., e non sanno fare nient’altro”, e che “possiedono soltanto le loro buone intenzioni”. Compare il primo accenno esplicito all’autoscioglimento dell’I.S.: “…se l’I.S. avesse continuato, imperturbabile, ad agire come prima, avrebbe potuto divenire l’ultima ideologia spettacolare della rivoluzione, e servire da pilastro a tale ideologia. L’I.S. avrebbe dunque rischiato di ostacolare il movimento situazionista reale: la rivoluzione” (tesi 26). Si dice poi che i pro-situs contemplano l’immagine di un'”aristocrazia situazionista” a cui vorrebbero avere accesso, e si imputa il formarsi di questa “apparenza di valorizzazione gerarchica” a quelli che sono ormai ex-membri dell’I.S. (soprattutto a ), i quali rivendicavano uno “statuto mistico” per il solo fatto di appartenervi. Così, tanto i pro-situs quanto i “vaneigemisti” sono “il prodotto della generale debolezza e inesperienza del nuovo movimento rivoluzionario” (tesi 32). Segue un’analisi “sociologica” dell’ambiente pro-situ, che contiene anche spunti interessanti (la differenza tra i nuovi “quadri” e i vecchi “piccoli borghesi”) e che si conclude alla tesi 38 lasciando il posto ad una critica della “malcomposizione” dell’I.S. e dell'”incapacità” di alcuni suoi membri. La tesi 42 inizia così: “I contemplativi nell’I.S. erano i pro-situs acquisiti, perché vedevano la loro attività immaginaria confermata dalla storia e dall’I.S.”. La 44 getta più luce su quell’affermazione: “coloro che, anziché affermare e sviluppare le loro personalità reali nella critica e nella decisione di quanto l’organizzazione fa o potrebbe fare in ogni momento, sceglievano pigramente l’approvazione sistematica, hanno solo voluto nascondere quest’esteriorità per mezzo dell’identificazione immaginaria al risultato”.

Qui finisce la “tirata”. Le ultime tesi, dalla 45 alla 61, servono a concludere: si riconosce che l’I.S. non ha saputo essere egualitaria, tuttavia essa è riuscita ad evitare di divenire un potere, ed è tra le poche organizzazioni rivoluzionarie della storia a “non essersi bruciata col fuoco della gerarchia” (tesi 52). La tesi 53 dice che “i situazionisti sono ormai dappertutto, ed è dappertutto il loro scopo […] Noi non dobbiamo più garantire se questi individui sono o non sono situazionisti, perché non ne abbiamo più bisogno, e perché non ci abbiamo mai provato gusto […] Il termine stesso ‘situazionista’ è stato usato solo per far passare, nella ripresa della guerra sociale, un certo numero di prospettive e di tesi…”. Dopo alcune variazioni su questo tema, la tesi 58 afferma perentoriamente: “la vera e propria scissione nell’I.S. è la stessa che dev’essere attualmente operata nel vasto e informe movimento di contestazione: la scissione tra l’intera realtà rivoluzionaria dell’epoca e tutte le illusioni al suo riguardo”. Infine la conclusione: “Che si smetta di ammirarci come se potessimo essere al di sopra del nostro tempo, e che l’epoca si terrorizzi da sola, ammirandosi per ciò che è” (tesi 60); “Chi consideri la vita dell’I.S., vi troverà la storia della rivoluzione. Nulla ha potuto renderla cattiva” (tesi 61).

Le “Thèses…” si concludono col botto, come un capodanno a Partenope, e anche qui – finita la sbornia – si contano i morti e i feriti, e ci si accorge che l’1 gennaio non è dissimile dal 31 dicembre, che non c’è stata alcuna catarsi, nessun palingenetico ingresso in un nuovo tempo.

Le frasi roboanti servivano solo a convincersi di non dover pagare il fio della propria massimalistica pochezza, e non valevano nemmeno a puntellare la critica ai pro-situs: non era “una parte del successo storico dell’I.S.” ad implicare la “contemplazione” dell’I.S. e l’adesione ideologica al suo programma, ma proprio la défaillance dei situazionisti al momento di congiungere teoria, prassi e organizzazione. Il riprodursi dei pro-situs e la passività di alcuni membri dell’I.S. erano inevitabili, codificate nel DNA del gruppo, modificato e fatto aberrare all’epoca delle “epurazioni” (e non con perizia biotecnologica, ma con la naiveté di un Josef Mengele che inietta fenolo nelle pupille dei giudei per arianizzarne lo sguardo).

Patetica e tardiva, inoltre, l’affermazione che l’I.S. non poteva “essere al di sopra del proprio tempo”, dopo che per anni ci si era comportati come se fosse l’epoca a caracollare dietro le anticipazioni situazionisti, come se tutto quanto accadeva non potesse che confermare la giustezza della teoria.

Per concludere: l’I.S. aveva fatto di tutto per essere contemplata, poi aveva finto di non gradire le profferte dei suoi spasimanti, allo scopo di frustrare e riattizzare il desiderio, di prolungare il gioco. Di quest’erotismo da fotoromanzo (indicibilmente trash) Raoul Vaneigem s’era stancato nel 1970, e s’era dimesso scrivendo: “…Mi basta constatare la mia insufficienza nel far progredire un movimento che ho sempre considerato condizione della mia radicalità […] Preferisco dunque rifare la scommessa che la mia adesione all’I.S. aveva rinviato: perdermi totalmente o totalmente ricostruire la mia coerenza, e farlo solo per ricostruirla col maggior numero di persone” (20). Da buon gaudente, egli aveva capito che dopo il Maggio erano arrivate in città nuove fanciulle da corteggiare, e che il costume era cambiato; anziché aspettare a concedersi finché le sue carni non fossero state solcate dalle rughe, la gioventù trascorsa, i vecchi pretendenti fuggiti, tanto valeva gettarsi nella mischia del “nuovo sesso”. Le comari di quel club dell’uncinetto che l’I.S. s’avviava a diventare ripiegarono sulla favola della volpe e dell’uva: “E chi li vuole, gli spasimanti? Non eravamo certo noi a provocarli, semmai era miss Vaneigem! Comunque, piacenti come eravamo, era ben normale che qualcuno ci corteggiasse…”.

Allegorie irriverenti, senz’altro, ma non per questo inveridiche.

Ad ogni modo, l’annuncio dello scioglimento dell’I.S. non fece tremare il mondo.

 

4. EPILOGO?

Non insolita considero inoltre quella stazione del nichilismo in cui sto indugiando come in una sala d’aspetto, per metà annoiato, per metà in attesa del campanello d’allarme. Gli individui si trasformano in passeggeri, e ci si meraviglia che il cameriere accetti ancora un’ordinazione. Data l’inquietante mutazione del nostro mondo, quasi ciascuno dovrebbe conoscere l’atmosfera in cui si comincia a dubitare della ragione. Forse tutto è un sogno spettrale.

il mesto Ernst Juenger, 1982

Le conclusioni sono già chiare nello sviluppo stesso del nostro ragionamento, costantemente suggerite nel testo e nelle sue lacune. Non c’è epilogo che non si legga già nei titoli: Guy Debord è morto davvero, nunc est bibendum!
Sul “Manifesto” di domenica 4/12/1994, Enrico Ghezzi (persona di qualche merito) scriveva: “…la notizia della morte di Guy Debord mi è apparsa un inganno, une leurre. Una truffa sublime, come quella che in molti hanno sospettato dietro la morte di Moana Pozzi. Riuscire a détourner la propria stessa morte. A renderla ancor più inapparente di quanto già non sia, sfidandola sul suo terreno, calandosi nella fossa mediatica […] Porre fine alla propria durata, non al proprio tempo. Terminarsi”. Chi sta scrivendo ha avuto una impressione molto diversa: The Bore non aveva più scelta, aveva già scelto più di tre decenni fa, preparandosi con cura al momento in cui, finito il suo tempo e montata la deboredom (Cavalla Cavalla, 1993), non gli sarebbe rimasta che la propria durata, a cui prima o poi porre fine.

 

Dicembre 1994-Gennaio 1995

 

NOTE.

1. Guy The Bore (Guy “il noioso”) è il doppio di Guy Debord, è Debord giunto a un tal grado di autocontemplazione da divenire pura immagine. A nostro parere la deboredom (la noia causata da Debord) ha preso pieno possesso del personaggio dopo il film “In girum imus nocte et consumimur igni” (1979), in cui l’autocontemplazione rispondeva ancora ad un’esigenza lirica, e non riusciva tediosa, (de)boring. Da allora in avanti, come spieghiamo più sotto, ogni testo di The Bore è stato troppo intriso di risentimento (di quel sentire che si ripiega su sé stesso, che si attorciglia e cortocircuisce). La deboredom era già operante ai tempi dell’I.S., ma risultava mitigata dal riconoscimento di bisogni e desideri rivoluzionari collettivi.

2. È anche colpa di chi usava già trent’anni fa la parola “situazionismo” se oggi quest’ultimo esiste effettivamente ed è incolpevole il nominarlo. Dal canto suo, l’I.S. deprecò con tutte le sue forze l’uso di un vocabolo che definiva un’inesistente dottrina specialistica del saper vivere: poiché chiunque poteva essere situazionista anche senza aver mai nominato l’I.S., non esisteva alcun situazionismo. Ma già nei Manoscritti antieconomici e antifilosofici del 1977 (ciclostilato anonimo, Italia) si leggeva che “il Potere inghiotte la critica e la fa sua. Dopo che Marx è divenuto marxismo […] anche l’I.S. è diventata situazionismo”.

3. Per chi non lo sapesse, erano chiamati “pro-situs” i simpatizzanti superficiali e bassamente ideologici dell’I.S., che cercavano di emularne lo stile e le gesta senza possederne il rigore. Ancora nei Commentari sulla società dello spettacolo (1988), The Bore scriveva: “…sul terreno della contestazione successiva al 1968, i recuperatori inetti chiamati ‘pro-situs’ sono stati i ‘primi disinformatori’, perché dissimulavano il più possibile le manifestazioni pratiche attraverso cui si era affermata la critica che sostenevano di condividere; e, senza farsi scrupolo di indebolire l’enunciato, non citavano mai niente o nessuno, per dare l’impressione di aver trovato qualcosa da sé stessi”.

4. Tutte le citazioni dall’inizio del paragrafo sono tratte da: Guy-Ernest Debord, Rapporto sulla costruzione delle situazioni… (1957), Nautilus, Torino 1989.

5. Ibidem

6. Da teatro dell’assurdo il caso dell’inglese Ralph Rumney, fondatore della London Psychogeographical Association. Nel 1958 fu espulso perché, causa la nascita del suo primogenito, aveva consegnato con qualche giorno di ritardo un rapporto psicogeografico su Venezia. Nove anni dopo, l’intera sezione britannica dell’I.S. fu espulsa in circostanze incredibili, descritte da Fred e Judy Vermorel in: Sex Pistols Story, Gammalibri, Milano 1979.

7. Cfr. in particolare “Originalità e grandezza (Sul sistema di Isou)” e “La creazione aperta e i suoi nemici”, rispettivamente su “Internationale Situationniste” n. 4 (Parigi, giugno 1960) e n.5 (Parigi, dicembre 1960), entrambi tradotti in italiano e raccolti in: Internazionale Situazionista 1958-69 (Nautilus, Torino 1994). Sul n.4 c’è anche un estratto (“La fine dell’economia e la realizzazione dell’arte”) dal pamphlet Critique de la politique économique (Rapports presentés à l’I.S., Parigi 1960).

8. Nash, “Who Are the Situationists?”, in “Times Litterary Supplement”, London, 14/9/1964, citato in: Stewart Home, The Assault On Culture, AK Press, Edinburgh 1991.

9. Stewart Home, op. cit. Home usa il termine “spectosituazionisti” (da “spectacle”, spettacolo) per distinguere l’I.S. dalla 2aI.S.

10. “L’uso corrente del termine ‘arte’ tratta quest’ultima come una sottocategoria che differenzia le discipline al loro interno, sulla base dei valori percepiti. Così la musica di Mozart è considerata arte, quella di Slaughter and the Dogs invece no. Quest’uso del termine […] si affermò nel XVII secolo assieme al concetto di scienza. Precedentemente, il termine ‘artista’ designava anche i cuochi, i calzolai, gli studenti delle arti liberali, etc. Fu un tentativo da parte dell’aristocrazia di manetenere i propri valori come oggetto di una ‘irrazionale riverenza’. Così l’arte fu equiparata alla verità, e questa verità era la visione del mondo aristocratica, che l’insorgente classe borghese avrebbe travolto di lì a poco […] Quando la s’appropriì del concetto di arte, allo stesso tempo lo trasformò. La bellezza smise più o meno di essere associata alla verità, e venne associata al gusto individuale. A ciò si aggiunsero ‘l’insistenza sulla forma e sulla sua conoscenza’ e l’individualismo romantico, per dare autorità al concetto di arte come ‘mentalità particolare ed evolutiva della nuova classe dominante’. Quindi, lungi dall’avere validità universale, l’arte è un processo tipico della società borghese che spinge ad un “irrazionale ossequio nei confronti di attività che si adattano ai bisogni borghesi”, postulando l'”oggettiva superiorità di ciò che viene distinto in quanto arte, e di conseguenza dello stile di vita che lo celebra e del ceto sociale che vi ha a che fare” […] Da ciò possiamo dedurre che l’arte continuerà ad esistere come categoria specialistica sinché non sarà abolito lo stesso capitalismo. È una conclusione molto diversa da quella degli spectosituazionisti [che affermano la necessità di un ‘superamento per realizzazione’ dell’arte]. Se l’arte, da un punto di vista materialistico,è un processo che ha luogo nella società borghese, non si può chiederne la ‘realizzazione’. Una simile idea è mistica, perché implica non solo che l’arte ha una propria essenza, ma anche che è una categoria autonoma dalle strutture sociali. Propugnare la sua ‘realizzazione’ e ‘soppressione’ significa tentare di salvare la mentalità borghese nello stesso momento in cui la categoria viene abolita. L’arte scomparirebbe dai musei solo per ricomparire ovunque!”, Stewart Home, op. cit. Le citazioni interne sono tratte da: Roger L. Taylor, Art: An Enemy Of The People, Harvester Press, Sussex, UK 1978.

11. Manoscritti antieconomici…, op. cit.

12. Encyclopédie des Nuisances, Considerazioni storiche sull’Internationale Situationniste, ed. 415, Torino 1994.

13. La véritable scission…, op. cit.

14. Alcuni riferimenti alla KOMMUNE 1 si trovano in: Richard Neville, Play Power, edizioni della spiga, Milano 1971. Sulla coscienza antiautoritaria del ’68 tedesco cfr. Hans Jurgen-Krahl, Costituzione e lotta di classe, Jaca Book, Milano 1977.

15. Cfr. Richard Neville, op. cit. e , Beat Yippie. Dall’Underground alla , Rizzoli, Milano 1978.

16. Su King Mob cfr. Jon Savage, Punk! I Sex Pistols e il inglese in rivolta, Arcana, Milano 1994 e: Fred e Judy Vermorel, op. cit. La UNPOPULAR BOOKS di Londra sta per pubblicare una raccolta di testi e volantini del gruppo. Per contatti: JACQUES VACHÉ EDITORIAL GROUP, Box 15, 138 Kingsland High Road, London E8 2NS, UK.

17. Jon Savage, op. cit.

18. Un bell’esempio di ricostruzione storica piaggesca e debordocentrica è: Jean-Franáois Martos, Rovesciare il mondo. Storia dell’Internazionale Situazionista, SugarCo, Milano 1991.

19. Encyclopédie des Nuisances, op. cit.

20. “Lettre de démission de Raoul Vaneigem”, in appendice a La véritable scission…, op. cit.

Guy Debord è morto davvero was last modified: febbraio 5th, 2015 by glianni70.it

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