Gli irriducibili. Storie di brigatisti mai pentiti di Pino Casamassima

irriducibiliGli irriducibili. Storie di brigatisti mai pentiti

di Pino Casamassima

Il giornalista Pino Casamassima presenta il suo libro “Gli irriducibili – Storie di brigatisti mai pentiti” (pubblicato da Laterza): un racconto della lotta armata del terrorismo italiano attraverso le parole di chi non si è mai pentito né dissociato.

L’irriducibile non ritiene affatto conclusa la strategia della lotta armata, perché la sua sconfitta è solo riconducibile in un segmento storico di un percorso lungo ma inevitabile, che può anche contemplare una, due, più sconfitte. La resa è quindi inconcepibile. (pag. 26)

DI FELICE LA MANNA – Uomini e donne che hanno pagato la pena, senza arrendersi allo Stato borghese con trattative che di fatto annullerebbero il loro passato. Un passato che «Non si può disconoscere». E’ questo il pensiero di Renato Curcio, tra i fondatori delle Br ed altri protagonisti di quella stagione che hanno raccontato la loro storia in armi a Pino Casamassima. La storia di brigatisti mai pentiti. Chi sono gli irriducibili?
«La categoria degli irriducibili è un contenitore molto largo, che ingloba sia chi – come Curcio e Moretti, per limitarci ai leader delle due stagioni “storiche” delle Br – pur non essendosi mai dissociato né pentito ha preso atto della sconfitta della lotta armata come azione antagonista a uno stato organizzato (una follia ancor prima che morale, militare), sia chi – come Di Lenardo, Ferrari, Davanzo – non ha mai smesso l’idea armata. Per correttezza, bisognerebbe inventare una quarta categoria: quella degli sconfitti. Classificare come irriducibile Curcio (ma anche Paroli, Bertolazzi, Fiore, ecc.), è infatti una bestemmia storica».

Una storia collettiva ma anche e soprattutto una storia di uomini e donne. Curcio, Bertolazzi, Fiore, Gallinari, Vai, Ferrari, Di Lenardo. Cosa hanno in comune queste storie?
«Sono storie che spiegano come, un ragazzo come tanti altri alla fine si è ritrovato ad accettare l’idea di poter dare la morte, ma anche di perdere la vita. In tutte queste storie traspaiono due elementi fondamentali: la delusione nei confronti di una sinistra che si propone solo come sistema alternativo di potere all’interno dell’intoccabile moloch capitalistico, la suggestione di una lotta che traducesse il “che fare?” in azione concreta. Questo negli intenti iniziali, a prescindere dall’avvitamento autoreferenziale nei confronti di una “guerra finita” (per citare il titolo di un libro di Morucci): dal 1981 in poi, cioè da dopo l’arresto di Moretti, le Br diventano di fatto una macchina lasciata col pieno di benzina alla cui guida si è seduto chi non era in grado di guidarla, contrariamente a Prima linea che rottamò la macchina della lotta armata con un’uscita comune dalla sua logica».

Infine, Nadia Lioce, una delle ultime arrestate reclusa (41 bis) nel carcere dell’Aquila. Una storia, l’ultima, che inizia sui banchi delle scuole medie…
«La Lioce appartiene a una generazione brigatista già fuori contesto rispetto a un movimento che non c’era più quando si palesò con le prime azioni. Non a caso, nei documenti delle nuove Br brilla l’assenza di categorie come proletariato, mentre si tenta di estendere l’area contestativa a quei migranti le cui pulsioni rivendicative sono tuttavia lontane le mille miglia dall’impianto ideologico leninista, cui fanno ancora riferimento questi “nuovi” brigatisti: basta sentire quel che dice Davanzo, l’ultimo leader br. Uno dei leader delle nuove Br da me incontrato per un’intera giornata, alla fine mi ha chiesto di non riportare nulla della sua storia “perché la mia storia non è ancora finita, perché la lotta non è ancora finita”».

Ci sono tante analogie che legano la crisi che sta attanagliando oggi il nostro Paese con quella economica ed energetica dei primi anni Settanta, in uno scenario storico ben diverso. Che significato dai ad episodi di terrorismo che riportano la memoria a momenti di tensione che per almeno quindici anni hanno sconvolto l’Italia? C’è il rischio concreto di un nuovo tempo di violenza e sangue?
«La premessa di questa domanda va aggiustata: l’Italia degli anni 70 era un paese profondamente diverso sotto ogni aspetto, a cominciare da quello economico, che la vedeva in crescita. Gli operai entravano in fabbrica con contratti a tempo indeterminato. Il Pci era al massimo della sua estensione elettorale e il partito armato è sempre stato tanto più forte quanto più largo era il consenso delle sinistre storiche. Sul piano politico, c’era un movimentoche seppur multiforme aveva lo stesso collante marxista, seppur – come sempre – dalle tante e spesso contrastanti interpretazioni: oggi ci sono molti movimenti che evidenziano disagi diversi, ma non c’è un collante comune o ideologia comune che dir si voglia. Non a caso, il mio prossimo libro si occupa proprio dei movimenti. Se è vero che esiste il pericolo concreto che si verifichino episodi di violenza (vedi la gambizzazione di Adinolfi) è altrettanto vero che si tratta di azioni episodiche, prive di qualsiasi respiro strategico e destinati a restare isolati, come accadde con D’Antona e Biagi».

 Il tuo libro analizza il fenomeno delle Br osservandolo dalla parte dei protagonisti che lo hanno generato. Ma non solo. Nelle librerie si sprecano le opere sul partito armato, basati esclusivamente sugli atti giudiziari, ripercorrendo le dichiarazioni di pentiti e dissociati. “Gli irriducibili” racconta le Br con la voce di chi non ha mai negato il proprio passato. Quanto questo aspetto è importante?
«È sempre importantissimo riavvolgere il nastro della storia, perché – stando accuratamente attenti a non infilarsi nel tunnel del revisionismo – solo così si possono aggiungere le tessere di un mosaico dai tanti colori. L’idea di dare voce agli irriducibili mi è venuta in un dibattito in cui mi stavo confrontando col giudice Caselli e durante un mio intervento sottolineai che la storia del partito armato era stata scritta solo con le sentenze dei giudici e le dichiarazioni dei pentiti e dei dissociati. Una storia quindi viziata alla base. Quando, nel 2007, pubblicai “Il libro nero delle Brigate rosse” – di cui proprio in questi giorni la Newton ha mandato in libreria l’ennesimo aggiornamento – coprii un vuoto: fino a quel momento, infatti, non era stato fatto un lavoro compendiativo della storia del partito armato. Così come il mio prossimo libro – non quello che esce a settembre, “Bandite! Storie di donne in armi” frutto di un mio progetto di due anni fa – ma quello sui movimenti, risponde al buco nero creatosi sulla storia sei movimenti da dopo il 77».

Gli irriducibili. Storie di brigatisti mai pentiti di Pino Casamassima was last modified: dicembre 26th, 2014 by glianni70.it

Post correlati

Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I link nei commenti potrebbero essere liberi dal nofollow.