Gladio, un esercito “istituzionale” clandestino?

Gladio, un esercito “istituzionale” clandestino?

Gladio, un esercito “istituzionale” clandestino?

di Luca Bellia

La relazione Andreotti: l’opinione pubblica scopre Gladio

Il 17 ottobre 1990 il Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, inviò una relazione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi riguardante la rete clandestina “Stay Behind” e, in particolare, sull’”Operazione Gladio”. Il testo fu consegnato in due differenti versioni a pochi giorni di distanza: la seconda stesura risultava pesantemente censurata rispetto alla prima. Poco tempo dopo, fu il quotidiano l’Unità a rendere pubblici i due testi 1. Andreotti dovette anche affrontare due question time al Senato ed alla Camera, rispettivamente l’8 novembre 1990 e l’11 gennaio 1991, per rispondere alle molteplici richieste di chiarimento arrivate dai parlamentari. Infine, il 26 febbraio 1991 il Parlamento ricevette una relazione completa su Gladio, corredata dall’elenco degli appartenenti e da uno studio dell’Avvocato Generale dello Stato, Giorgio Azzariti 2.

L’apertura delle istituzioni sull’argomento fu la conseguenza di forti pressioni che giungevano sul Governo e sui servizi segreti da un anno circa. Nel 1989, il giudice istruttore veneziano Felice Casson, indagando sulla strage di Peteano e sulla destra eversiva del Triveneto, richiese al Presidente del Consiglio (non solo tramite carteggio, ma anche in un incontro faccia a faccia) l’accesso agli archivi del Sismi, poi concesso, per poter indagare sulla struttura occulta Gladio. Per la verità, in una manciata di mesi si moltiplicarono le indagini presso le procure di Roma, Udine, Palermo, Firenze e Padova (in quest’ultima sede, il procedimento venne avviato dalla procura militare) per reati che andavano dalla cospirazione politica mediante associazione, all’alto tradimento, fino alle connessioni con omicidi ed attentati 3. Sempre nel 1989, un evento di portata planetaria aveva sconvolto le relazioni internazionali: il crollo del Muro di Berlino aveva sancito la fine dei due blocchi e stava costringendo tutti i Paesi a modificare sostanzialmente la loro linea di politica interna ed estera. Il PCI decise allora di “cavalcare l’onda” e chiedere all’esecutivo maggiore chiarezza sulla vicenda. Tant’è vero che nella stessa relazione del 26 febbraio 1991 si trova scritto che “il Governo, anche per aderire a specifiche istanze formulate dal Parlamento e tenuto conto dei mutati equilibri tra le Nazioni europee [corsivo mio], ha ritenuto di soddisfare le esigenze conoscitive dell’Autorità giudiziaria consentendo agli inquirenti l’accesso agli archivi dei Servizi di sicurezza” 4. Anche una ragione di politica interna giocò un ruolo nel convincere Andreotti a sciogliere il segreto su questa vicenda in quel periodo: la volontà di danneggiare l’allora capo dello Stato e suo compagno di partito Francesco Cossiga (considerato uno degli uomini politici maggiormente coinvolti nell’operazione). Il presidente Cossiga era sottosegretario alla Difesa alla fine degli anni Sessanta, quando il ministero decise di apporre il segreto di Stato alle carte riguardanti l’Operazione, rendendole irraggiungibili dalla Commissione parlamentare d’inchiesta appositamente istituita. Si scatenò un vero e proprio terremoto politico, sfociato nel tentativo del PCI di mettere in stato di accusa (per attentato alla Costituzione) il Presidente della Repubblica, incolpato di avere coperto le presunte attività golpiste dei servizi segreti 5.

Dunque, l’opinione pubblica venne a conoscenza di uno dei “misteri” d’Italia meglio conservati. La struttura fu smantellata il 27 novembre 1990, per decreto del Ministro della Difesa, Virginio Rognoni. Contestualmente, la stessa cosa accadde in quasi tutti i Paesi dell’Europa che si erano trovati sotto l’ombrello statunitense. La rete “Stay Behind” si rivelò un complesso sistema operante “in tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica… esisteva in Francia, Belgio, Germania, Olanda…” 6; in aggiunta era presente in Lussemburgo, Svizzera, Austria e Portogallo.

Dalla relazione inviata ai presidenti delle Camere si apprese questo: Gladio era una struttura paramilitare segreta, costituita per contrastare, per mezzo di attività di sabotaggio e guerriglia, un’eventuale invasione nemica del territorio italiano; essendo l’Italia una terra di confine del blocco occidentale, si temeva l’occupazione da parte del Patto di Varsavia o “la dominazione comunista a causa di un’insurrezione armata o di altre iniziative illegali” 7. Infatti, un’ingente quantità di risorse militari era concentrata sul confine Nord-Est, mentre la base operativa ed il centro di ripiego di Gladio erano situati a Capo Marrargiu in Sardegna: in tale luogo, divenuto anche sede del Centro Addestramento Guastatori, oltre ai “gladiatori” (così venivano chiamati gli appartenenti alla struttura) venivano addestrati gli agenti segreti ed i membri delle forze speciali.

Gladio era un’organizzazione guidata direttamente dall’Ufficio R del Sifar, attraverso la Sezione Sad (Studi speciali ed addestramento personale), formata da agenti non tutti provenienti dall’esercito; anzi, lo stesso Andreotti scrisse che tra le principali attività svolte in tempo di pace, oltre alle esercitazioni ed all’addestramento, vi era proprio il reclutamento di “civili”. Occorreva creare un gruppo di “agevole gestione da parte di una struttura di comando esterna al territorio occupato” 8, che riuscisse a rimanere nell’ombra, diviso in cellule per ridurre al minimo i danni in casi di defezioni o infiltrazioni (si ricordi un’inquietante similitudine: l’eversione nera del Triveneto era articolata in modo identico).

La “rete riservata di resistenza” poteva contare su 139 “Nasco”, nome indicante i depositi nascosti di armi, munizioni, esplosivi, radio ed utensili vari, dislocati per la maggior parte nel Nord-Est (100 nel solo Friuli-Venezia Giulia), e si dispiegava secondo sei aree di attività: servizio informazione, servizio sabotaggio, servizio propaganda e resistenza generale, servizio radiocomunicazioni, servizio cifra, servizio ricevimento e sgombero di persone e materiali. Ognuno di questi settori avrebbe dovuto operare in modo indipendente. Il condizionale è d’obbligo in quanto, seguendo la relazione governativa, la Gladio non venne mai attivata, nemmeno una volta, nei suoi trentaquattro anni di attività. I servizi segreti italiani, aiutati fino alla metà degli anni Settanta da quelli statunitensi, si fecero carico delle spese di mantenimento dell’intera struttura 9.

Genesi e storia di Gladio

La veloce analisi compiuta fino a qui ricalca i documenti ufficiali provenienti direttamente dall’esecutivo. Ora è indispensabile tracciare un breve quadro sull’origine di Gladio e sulle fasi che caratterizzarono l’organizzazione fino al suo scioglimento.

La prima formazione di “guerra non ortodossa” nacque sull’ossatura della brigata partigiana bianca Osoppo, appena dopo la smobilitazione post-seconda guerra mondiale: l’esigenza che spinse a tenere in vita un focolare di Resistenza, peraltro occultato e con compiti anche informativi, scaturiva dai numerosi episodi di violenza verificatisi sul confine italo-jugoslavo alla fine del conflitto 10. “E’ da rilevare che alla data del 16 febbraio 1956 l’organico complessivo dell’organizzazione era di 5050 persone, e che, secondo quanto affermato in un documento in sequestro, alla fine del 1956 l’organizzazione ‹‹O›› [la denominazione stava ad indicare l’evoluzione della brigata Osoppo] non venne sciolta ma trasferita nella ‹‹Stella Alpina›› della nascente organizzazione Gladio” 11. Stella Alpina, insieme con Azalea, Ginestra e Rododendro, costituiva la rete delle unità di pronto impiego (Upi) da utilizzare sul bollente confine italo-jugoslavo in caso di attacco da parte dei comunisti: in realtà, queste Upi avevano di fatto assunto “già in tempo di pace ‹‹compiti che, sia pure con gradualità di intervento nel tempo e nel numero››, le impegnavano nel controllo e nella neutralizzazione delle attività eversive o sovversive… in caso di invasione del territorio sarebbe spettato loro di condurre ‹‹la lotta partigiana e il servizio informazioni››” 12.

Subito dopo la netta spaccatura tra il blocco occidentale e quello orientale, il National Security Council emanò una serie di direttive sulla sicurezza dell’Italia, minacciata dalla possibile invasione comunista e dall’ipotesi di vittoria del PCI, al fine di costituire apparati di guerra non ortodossa di pronto intervento. Per citare un esempio, l’8 marzo 1948 (quindi, ben prima della firma dell’Alleanza Atlantica e della creazione del suo sistema operativo, la NATO) il NSC inviò al governo italiano il rapporto “1/3” in cui si tratteggiavano scenari a tinte fosche in caso di vittoria del Fronte

democratico popolare (PCI e PSI), arrivando addirittura a parlare di guerra civile: “La dimostrazione di una ferma opposizione degli Stati Uniti al comunismo e la garanzia di un effettivo sostegno degli Stati Uniti potrebbe incoraggiare gli elementi non comunisti in Italia a fare un ultimo vigoroso sforzo anche a rischio di una guerra civile per prevenire il consolidarsi di un controllo comunista” 13. Dunque, l’evoluzione della brigata partigiana bianca Osoppo e delle Upi, e pure di altri gruppi come Giglio e Fratelli d’Italia 14, non fu frutto del caso o dell’iniziativa personale di ex partigiani anticomunisti.

Nel 1952 venne sottoscritto il piano “Demagnetize” dal Servizio di strategia psicologica del Dipartimento della Difesa statunitense, il quale aveva il fine di ridurre l’influenza dei partiti comunisti in Italia e Francia con azioni di discredito e “svuotamento” delle finanze; si trattava di operazioni da tenere il più possibile coperte poiché avrebbero potuto sollevare ben più di una polemica sul rispetto della sovranità nazionale da parte degli Stati Uniti, paladini della libertà 15. Due anni dopo si diede inizio alla costruzione della base di Capo Marrargiu e, a livello europeo, si cominciò a parlare di Stay-behind assets. Ufficialmente, la rete anticomunista italiana divenne operativa il 1˚ ottobre del 1956, con l’istituzione della sezione Sad; l’intestazione “Gladio/1” comparve invece in un documento del 28 novembre 1956, intitolato Una rielaborazione degli accordi fra il servizio informazioni italiano e il servizio informazioni americano relativi all’organizzazione e all’attuazione della rete clandestina post-occupazione italo-statunitense”, nel quale per la prima volta la S-b italiana assunse il nome di “Operazione Gladio” 16.

Gladio subì un’imponente trasformazione nel 1972, anno cruciale per la sua storia. In primo luogo, i servizi statunitensi decisero di revocare gli accordi del 1956, levando anche gli aiuti economici a tutta l’operazione. La ragione di questo cambio di rotta è presto detta: le relazioni tra le due superpotenze erano profondamente mutate, in virtù dell’evoluzione militare. Non era più pensabile un’invasione di lunga durata dell’Armata Rossa nei territori occidentali, quantomeno era molto improbabile, essendo oramai le strategie dominate dagli armamenti nucleari e dalla dottrina della “risposta flessibile”: la guerra non ortodossa perdeva così il suo piano di appoggio. Tuttavia, non venne smantellato nulla: secondo le indagini compiute dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, le attività vennero subito riconvertite in operazioni di controinsorgenza interna e la struttura si trasformò in un servizio informativo a tutti gli effetti. In quel periodo, il consenso di cui godeva il PCI era vasto ed in crescita e cominciavano ad emergere le prime responsabilità di alcuni apparati istituzionali nelle vicende tragiche della strategia della tensione 17 (queste gravi affermazioni sono contenute nella relazione che la Commissione d’inchiesta inviò al Parlamento nel 1992). In secondo luogo, nell’anno 1972 venne smantellata la rete dei Nasco in seguito alla scoperta fortuita di uno di questi ad Aurisina, da parte dei carabinieri: l’Arma avviò subito un’indagine, finita ben presto negli archivi per l’intervento dei servizi 18.

Con la fine degli anni Settanta e la riforma dei servizi approvata dal Parlamento, Gladio compì un’ulteriore virata. La sezione Sad divenne VII Divisione del Sismi (tutta la documentazione della struttura venne raccolta ed “elaborata” negli archivi di questo nuovo ufficio, come rilevato da De Lutiis, che parla di “accurato disordine”, o dal magistrato Casson, il quale si spinse più in là, parlando di “epurazione” e “saccheggio” 19), il servizio informativo militare che aveva sostituito il Sid (Sifar dal dopoguerra fino al 1966) insieme al Sisde, il primo servizio segreto civile della storia repubblicana. Dalla VII Divisione giunsero le direttive ai gladiatori per la redazione dei rapporti informativi, che dovevano riguardare i seguenti ambiti: popolazione, amministrazione, politica, economia, trasporti, comunicazioni 20. Dunque, una dismessa organizzazione segreta di guerra non ortodossa tenuta in vita come servizio informativo sui generis, sempre dipendente dai servizi militari, doveva adoperarsi per raccogliere notizie su politici e civili in generale.

La Commissione d’inchiesta, nella stessa relazione del 22 aprile 1992, ha dato un giudizio complessivo sulla vicenda, appropriandosi di una formula coniata dalla Corte Costituzionale: “Illegittimità costituzionale progressiva”. Il parere è motivato ed articolato in tre punti: primo, non spettava certo al Sifar siglare accordi con la Cia (parte dell’esecutivo USA poiché appartenente al National Security Council) che vincolassero il governo italiano, nemmeno per necessità; secondo, Andreotti definì Gladio come un organismo pienamente inserito nel paradigma dell’Alleanza Atlantica, ma il Sifar entrò nel Comitato di Coordinamento e Pianificazione delle forze armate NATO europee solamente nel 1959, tre anni dopo la nascita della rete S-b tricolore; terzo, i membri della Commissione, in un passaggio conclusivo, avevano sottolineato la totale mancanza di controllo da parte dei responsabili politici, soprattutto dopo il 1977, arrivando persino a scrivere che “la riforma [dell’organigramma dei servizi segreti] fu gestita da altri poteri, quelli piduisti” 21, alludendo al copioso numero di funzionari iscritti alla Loggia massonica “Propaganda 2” di Licio Gelli.

Insomma, se nell’immediato dopoguerra si potevano capire le paure che avevano portato alla creazione di una S-b finalizzata alla guerra non ortodossa (sebbene la lettera della Costituzione parlasse chiaro sull’attribuzione dei poteri per siglare accordi internazionali), non altrettanto era ed è possibile fare con la piega e gli sbandamenti che avevano portato la struttura ad essere via via sempre più illegittima sia sul piano costituzionale, sia su quello della legge ordinaria.

Come agiva Gladio e con quali presunte finalità

In una relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi, consegnata alle Camere il 22 aprile 1992, si legge nelle conclusioni: “Non vi è alcuna giustificazione per Gladio. Né all’inizio né alla fine. Vi è invece un accrescimento della sua pericolosità, e della sua illegittimità con il passare degli anni. Non tutto ciò che è accaduto negli anni torbidi della nostra storia recente va addebitato a Gladio. Ma Gladio, è stata una componente di quella strategia che, immettendo nel sistema elementi di tensione, ha giustificato la necessità di opportuni interventi stabilizzatori [corsivo mio]” 22.

Sono parole che pesano, specialmente tenendo in considerazione la fonte dalla quale provengono. E non è finita: in una nuova relazione redatta nel dicembre 1995 dal nuovo presidente della Commissione Giovanni Pellegrino, che aveva da circa un anno sostituito Libero Gualtieri, si confermò il sostanziale orientamento fissato nella precedente. Una decina di anni più tardi, all’interno del libro-intervista Segreto di stato, il senatore Pellegrino rivelò che in sede d’indagine parlamentare erano state elaborate due ipotesi, in quanto il numero di 622 gladiatori era “certamente troppo esiguo per poter pensare che quella potesse essere una struttura resistenziale efficace nell’ipotesi di invasione straniera del territorio italiano” 23. La prima ipotizzava un ulteriore livello sotterraneo di cui nessuno era riuscito a scoprire nulla, la seconda rappresentava la struttura come centro di attivazione di altre cellule operative in caso di pericolo 24.

Il terrorista nero pentito Vincenzo Vinciguerra, in una sua deposizione, dichiarò: “Questa super-organizzazione, dato che un’invasione sovietica non sarebbe potuta realisticamente avvenire, si era assunta il compito, per conto della Nato, di prevenire uno spostamento a sinistra degli equilibri politici del Paese. Questo fecero con l’assistenza dei servizi segreti e di forze politiche e militari” 25. Da tutte le prove documentali rese pubbliche si evince che il filo rosso nei trentaquattro anni di esistenza dell’operazione, che attraversò fasi differenti come esposto nel secondo paragrafo, fu proprio l’anticomunismo.

Tra il 1971 e il 1974 il comandante della struttura era stato il generale Gerardo Serravalle, il quale decise di parlare francamente dopo gli eventi che portarono l’opinione pubblica a conoscenza della vicenda. Il generale ritenne che il vincolo del segreto di Stato, all’inizio degli anni Novanta, fosse oramai definitivamente cessato. Serravalle parlò diffusamente della difficoltà di controllare tutti gli appartenenti all’Operazione, con particolare riferimento a quei membri prontissimi ad agire contro i comunisti, sebbene il pericolo dell’Armata Rossa alle porte, negli anni Settanta, fosse ben lontano. Un altro aspetto delle rivelazioni è degno di nota: i “Nasco” vennero smantellati nel 1972, le armi finirono in molte caserme e pare che fossero sufficienti ad armare tremila soldati, ben più dei 622 dell’elenco Andreotti. Serravalle rilasciò un’intervista anonima su Epoca nei primi anni Settanta, in cui disse di essere convinto dell’esistenza di “basi operative internazionali” che facevano da piano d’appoggio alla delinquenza politica e, dunque, anche a quello stato di tensione interno. In chiusura di quell’intervista anonima (confermata nella sostanza nel 1990), il comandante di Gladio ammise che il Sid si serviva di estremisti neri per controllare i rossi e che soprattutto al Sifar questa “utilizzazione” poteva essere sfuggita di mano 26.

Si è sottolineato in più occasioni come il denominatore comune delle componenti “destrorse”, da quelle più moderate a quelle votate allo stragismo, fosse la paura di cadere in mano ai comunisti, che fossero sovietici o membri del secondo partito politico italiano. La CIA vedeva, soprattutto negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta, “nel radicalismo di destra una alternativa possibile” 27 perché l’obiettivo era diventato “la tenace opposizione all’ampliamento della sfera d’influenza dell’URSS e della Cina” 28. Dunque, l’ipotesi che qualche commistione tra i gladiatori e gli eversori neri ci possa essere stata non appare inverosimile. Come ho riportato in apertura, la magistratura avviò numerose indagini sulla struttura e sulle sue attività, scoprendo qualche legame di troppo tra i disinvolti gladiatori ed ambienti della destra poco istituzionali e poco moderati.

Se la struttura avesse davvero avuto solo uno scopo resistenziale e di presidio del confine Nord-Est, sarebbe difficilmente spiegabile come militari e civili addestrati al pari di corpi speciali dell’esercito si fossero trasformati in un apparato informativo, con il compito di raccogliere informazioni sui civili.

Le analisi ed i racconti delle vicende oscure e sanguinose degli anni bui della nostra storia sono spesso piene della formula “servizi segreti deviati” oppure, in alternativa, di “apparati deviati”, per indicare quegli organismi ed uffici che si sono mossi a coprire terroristi, depistare indagini, insabbiare la verità. Oggi, è oramai appurato che in Italia esisteva una struttura speciale, tenuta nascosta non solo ai cittadini ma anche a molti membri della classe politica, formata da uomini pronti all’azione militare e anche a svolgere compiti informativi. Il loro scopo era quello di tenere lontane le sinistre dal governo, con mezzi ancora tutti da chiarire.

 

Riferimenti e citazioni

  1. “l’Unità”, 14 novembre 1990, cit. in Sergio Flamigni, Dossier Gladio, Kaos Edizioni, Milano 2012, p. 77
  2. Sergio Flamigni, op. cit., pp. 36 – 37
  3. Relazione “L’operazione Gladio” del 26 febbraio 1991, in Sergio Flamigni, op. cit., p. 106
  4. Ivi, p. 90
  5. Simona Colarizi, Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, Editori Laterza, Bari 1998, p. 699
  6. Giovanni Fasanella, Giovanni Pellegrino, Claudio Sestieri, Segreto di stato, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2008, p. 20
  7. Giuseppe De Lutiis, Il lato oscuro del potere, Editori Riuniti, Roma 1996, p. 6
  8. Relazione “L’operazione Gladio” del 26 febbraio 1991, in Sergio Flamigni, op. cit., p. 94
  9. Ibidem e ss.
  10. Giuseppe De Lutiis, op. cit., pp. 16 – 17
  11. Ivi, p. 19
  12. Relazione COPACO del 4 marzo 1992, cit. in Sergio Flamigni, op. cit., p. 204
  13. Direttiva del NSC del 8 marzo 1948, cit. in Giuseppe De Lutiis, op. cit., p. 6. Il corsivo è mio.
  14. Giovanni Fasanella, Giovanni Pellegrino, Claudio Sestieri, op. cit., p. 18.
  15. Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta del 22 aprile 1992, cit. in Sergio Flamigni, op. cit., p. 213
  16. Ivi, pp. 216 – 217
  17. Ivi, pp. 226 e ss.
  18. Ibidem
  19. Giuseppe De Lutiis, op. cit., pp. 129 – 131
  20. Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta del 22 aprile 1992, cit. in Sergio Flamigni, op. cit., p. 232
  21. Ivi, p. 243
  22. Ivi, p. 249
  23. Giovanni Fasanella Giovanni Pellegrino Claudio Sestieri, op. cit., p. 23
  24. Ibidem
  25. Cit. in Renzo Paternoster, Gladio: il grande segreto della Repubblica, in http://www.storiain.net/arret/num153
  26. Sandra Bonsanti, Serravalle, un generale contro, in “Repubblica”, 22 novembre 1990
  27. Giorgio Galli, La destra in Italia, Gammalibri, Milano 1983, p. 143
  28. Ibidem

Per approfondire

Youtube: Dossier Gladio

Gladio, un esercito “istituzionale” clandestino? was last modified: febbraio 14th, 2015 by glianni70.it

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