I giornali a processo: il caso 7 aprile – Terza parte

I giornali a processo: il caso 7 aprile – Terza parteI giornali a processo: il caso – Terza parte

di Luca Barbieri

(c) 2002 – Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

3. Sigle, movimenti, terrorismi

Alla sinistra del

In questo contesto bloccato, dopo il golpe cileno il Partito comunista guidato da si convince che non sia possibile, in quel contesto internazionale, un governo autonomo delle sinistre. Inizia il lento ma inesorabile avvicinamento dei comunisti alla , dalla sinistra al centro dello schieramento politico. La possibilità di arrivare al “” crea forti tensioni e radicalizzazioni all’interno della sinistra e negli ambienti più filoamericani della . In l’onda lunga del ’68 arriva a una situazione di “ strisciante”. Il Partito comunista in questa lunga marcia verso il governo del Paese è costretto a una costante dimostrazione di responsabilità che dovrebbe avvicinarlo ai ceti medi.
Ma se il movimento nasce a sinistra, se il più grande Partito comunista d’Occidente è costretto a guardare al centro, senza poter al tempo stesso essere scavalcato a sinistra, come sarà il suo rapporto con esso?

Contrariamente al , infatti, il principale partito della sinistra non opta in questa fase per la mobilitazione competitiva. O comunque non sembra privilegiare la via della competizione diretta con le nuove identità politiche all’interno dei movimenti stessi, sul piano della capacità di estendere e di radicalizzare la protesta sociale. Al contrario, pur con contraddizioni e differenze da situazione a situazione, lascia prevalere una linea di crescente distacco, e sempre più spesso di contrapposizione rispetto ai contenuti e alle forme di lotta prevalenti nell’area della protesta (3).

L’atteggiamento del lascia così libero il campo alle diverse anime del movimento. Avviene quella che Revelli chiama ”civilizzazione del conflitto politico”, la tendenza cioè da parte di soggetti tipicamente appartenenti alla società civile ad assumere il ruolo di soggetto politico generale.

Inutile sottolineare che il danno arrecato dai nuovi movimenti ai partiti, soprattutto a sinistra, è rilevante. Il da principale attore politico dell’opposizione subisce un mutamento del proprio posizionamento. Subisce una profonda erosione delle risorse identitarie. Non più padrone della protesta operaia e partito esegeta del bensì partito “pesante”, poco presente sul luogo del conflitto e in cerca di potere più che di rappresentanza.

Il discorso è leggermente diverso per la CGIL. Il ha un rapporto dialettico con il movimento per molteplici ragioni. Sviluppatosi tardi, relativamente debole in alcune regioni a forte radicamento religioso come il Veneto e la Brianza, il deve misurarsi con una nuova generazione di operai che, principalmente immigrati dal sud, si scontrano con i durissimi ritmi della produzione di fine anni Sessanta. «La debolezza sindacale spiega l’iniziale tentativo di sfruttare la spontaneità come risorsa organizzativa», sostiene Revelli.

L’esperienza dei

Ma dove e quando nasce il “dissenso” alla sinistra del PCI? Bisogna fare un salto indietro all’inizio degli anni Sessanta con la nascita di una , i , che avrà un peso enorme nella storia della riflessione teorica della sinistra italiana. E’ ad essa infatti che si fa risalire l’atto di fondazione della corrente che prenderà il nome poi di “”. In essa traggono infatti origine sia il gruppo di che quello di .
Il primo numero dei viene pubblicato il 30 settembre del 1961: si tratta di un volume interamente dedicato alle “Lotte operaie nello sviluppo capitalistico”. Vi scrivono, tra gli altri, Vittorio Foa, Sergio Garavini, Vittorio Rieser e Renato Alquati. Si tratta di una teorica di studio della conflittualità operaia, e nel primo numero l’attenzione si incentra sulla situazione della . I temi affrontati dalla permeeranno il dibattito politico nei primi anni Settanta: il rifiuto del lavoro, l’autonomia della , i problemi legati al lavoro salariato.
La storia dei Quaderni Rossi è ricostruita con puntualità dal del troncone padovano del processo , Giovanni Palombarini:

Pensata già nel 1959 e preparata da indagini condotte nelle fabbriche (Olivetti, ) esce nell’ottobre del 1961, rivelandosi subito come un’espressione di rottura rispetto alla tradizione politica e culturale di larga parte del . Com’è stato sottolineato, la rivista si pone infatti come “il tentativo di un gruppo rivoluzionario di formazione prevalentemente intellettuale di abbandonare un ambito accademico di ricerca per immergere determinate ipotesi teoriche dentro la viva esperienza di , assunta come momento decisivo di verifica conoscitiva e politica e di stimolo e orientamento del successivo sviluppo teorico”. Ed è un’esperienza che si articola, principalmente, lungo tre filoni di ricerca: un’attenta rilettura del Capitale e la “scoperta” dei Grundrisse di Marx (soprattutto Panzieri e ), l’analisi condotta attraverso la “conricerca” della nuova composizione della , osservata nei punti alti dello sviluppo. Questa esperienza, come s’è accennato, accomuna militanti della sinistra di diversa provenienza, che non di rado rimangono divisi su alcuni temi politici di fondo (il rapporto con l’antagonismo operaio, quello con le organizzazioni storiche del ). Tali divisioni sono già evidenti nel primo numero della rivista, quando accanto alla linea interventista di Alquati e alla linea dei sociologi (Vittorio Rieser), appare — di notevole consistenza — quella della (Foa, Sergio Garavini, Emilio Pugno), ancora legata alla precedente tematica del “controllo operaio”; e si ripropongono nei numeri successivi quando si evidenzia la divaricazione tra la posizione di Panzieri e quella di Tronti. All’inizio del 1962, appena apertosi il dibattito sul primo numero della rivista, da questa si ritira il gruppo dei sindacalisti; nel luglio dello stesso anno, dopo i fatti di Piazza Statuto, vi è una prima uscita di interventisti (che danno vita al foglio “Gatto Selvaggio”).
Tuttavia, ancora per qualche tempo Quaderni Rossi è capace di un forte intervento nel dibattito politico: è radicata in molti redattori — i cosiddetti interventisti — la convinzione della sussistenza di “un processo di crescita organizzativa dell’ già in atto, in cui occorreva inserirsi per estenderne e svilupparne al massimo la portata”. Nel quarto fascicolo dei Quaderni Rossi, la scheda che conclude la rivista afferma esplicitamente che “i Quaderni Rossi sono partiti dalla convinzione che la crisi ideologica e teorica del non consente soluzioni che rispettino una continuità e si inseriscano in una tradizione, ma richiede un lavoro nuovo di costruzione ex novo”. Un momento di rottura, come s’è già detto, nella storia del . […] La critica nei confronti della linea politica delle organizzazioni storiche del e la convinzione della necessità di una nuova strategia tengono uniti per qualche tempo coloro che hanno dato vita alla rivista, ma a un certo punto — è l’estate del 1963 — sorgono e si sviluppano motivi rilevanti di divisioni
(4).

La divisione di cui parla Palombarini riguarda l’ipotesi di sperimentare immediatamente la possibilità di organizzare l’ operaia. Da una parte, in una prospettiva teorica di “riavvicinamento” al PCI, c’è Panzieri, e dall’altra ci sono Tronti, Asor Rosa e Negri che daranno vita nel gennaio del 1964 a . L’esperienza dei Quaderni Rossi si esaurisce definitivamente nel 1966.
In Veneto, negli stessi anni in cui prende corpo il progetto dei Quaderni Rossi, nasce un’esperienza analoga. Già dal 1959 esce infatti il quindicinale socialista Il Progresso Veneto. Le due testate sono accomunate dalla presenza tra i propri redattori di , allora consigliere comunale del PSI a Padova. Direttore responsabile di Progresso Veneto, stampato in un migliaio di copie e con una uscita quindicinale, era Francesco Tolin, anch’egli del PSI (nel 1969 verrà incarcerato, in qualità di direttore responsabile di per un articolo dal titolo “Si alla operaia”). Sulla rivista appaiono frequentemente i nomi di Massimo Cacciari, Silvio Lanaro, Luciano Ferrari Bravo, , Mario Isnenghi e di Gianni De Michelis.
«Il Progresso Veneto — dice Luigi Urettini – è stato tra il dicembre 1961 e il marzo del 1962 il primo laboratorio politico dell’ veneto (in particolare di Porto Marghera), destinato a segnare fortemente le lotte operaie degli anni sessanta e settanta» (5).
I rapporti tra le due riviste sono molto frequenti: Panzieri, Asor Rosa, Tronti e Alquati vengono spesso a Venezia e istituiscono un collegamento teorico stabile. In pratica la rivista veneta si trova ad affiancare a livello regionale i Quaderni Rossi nel trattare i temi dell’ nascente: quelli legati al risveglio della conflittualità nelle fabbriche e all’evoluzione del sistema capitalistico italiano. La rivista veneta morirà a causa di una profonda frattura tra operaisti e socialisti che si consuma con il numero 54 del giugno 1963.
Come abbiamo accennato prima, nel 1964 da una rottura all’interno della redazione dei Quaderni Rossi nascerà Classe Operaia, rivista strettamente legata alla casa editrice Marsilio, cui partecipa anche una parte degli operaisti di Progresso Veneto. La nuova rivista è diretta da : vi partecipano, almeno inizialmente anche Negri, Cacciari e Ferrari Bravo. Nuova rivista, nuova rottura: la redazione veneta di Classe Operaia inizia un lento processo di distacco da quella romana. Terreno di scontro, anche questa volta, l’operaismo e il rapporto con il “partito”. La redazione veneta dà vita a , una “rivista-volantino” distribuito come supplemento di Classe Operaia. I due gruppi, quello Veneto che si aggrega attorno a e quello romano, con l’avvicinamento di quest’ultimo al PCI e il progressivo radicamento di quella veneto-emiliana tra le fabbriche di Porto Marghera, si allontanano definitivamente. Classe Operaia entra in agonia nel 1965 ma l’ultimo fascicolo è del marzo 1967. Nello stesso mese nasce , giornale politico degli operai di Porto Marghera.

3) M. Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, in F.Barbagallo, “Storia dell’ Contemporanea”, Torino, Enaudi, 1995, p. 467.
4) G.Palombarini, : il processo e la storia, Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1982, pp. 40-42.
5) Adagio C., Cerrato R., Urso S., a cura di, Il lungo decennio, l’ prima del 68, Verona, Cierre edizioni, 1999, p.173.

(3-CONTINUA)

(2-PARTE)

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