I giornali a processo: il caso 7 aprile – Sesta parte

brigate_rosseI giornali a processo: il caso 7 aprile – Sesta parte

di Luca Barbieri

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Il terrorismo

Come si è visto, la grande trasformazione sociale che interessa il nostro Paese è accompagnata da tensioni molto vaste che inaugurano una lunga e crescente stagione di violenza politica che darà all’intero decennio dei Settanta la denominazione di “anni di piombo”. Ma il fenomeno terroristico, pur rilevantissimo, non esaurisce la comprensione di un fenomeno così complesso come quello della protesta sociale. Ripercorrerne a grandi linee l’evolversi è utile per capire il clima in cui giunse l’operazione “7 aprile”.

I numeri della violenza terrorista già da soli ben descrivono una situazione in progressivo peggioramento:

Nel quinquennio che va dal 1969 al 1974 i morti per fatti politici sono 92 di cui 63 a causa di violenze e atti terroristici di destra, 10 caduti in scontri con le forze dell’ordine, 8 in altre circostanze, 2 in seguito ad azioni di ignoti, e infine 9 attribuibili, in modo diretto o indiretto a organizzazioni di sinistra; gli attentati nello stesso periodo sono 1706, dei quali 1222 (pari al 71,6%) attribuiti all’estrema destra e 99 (pari al 5,8%) rivendicati o attribuiti all’estrema sinistra (per 385 gli autori sono ignoti). Sono dati che testimoniano non solo di un salto in avanti quantitativo della violenza, di una vera e propria ‘guerra civile’ strisciante, ma anche di una sua trasformazione qualitativa (17).

Il secondo quinquennio segna il punto più alto della violenza terrorista in Italia:
362 morti e 171 feriti tra il 1974 e il 1980, di cui 104 morti e 146 feriti attribuibili a organizzazioni terroristiche di sinistra; 1787 attentati compiuti da organizzazioni di sinistra (contro 1281 attribuiti ai neofascisti) e 984 atti di violenza (contro gli 892 della destra). Un bilancio che rovesciando le proporzioni della fase precedente tra violenza di sinistra e violenza di destra mostrava le differenze tra i due periodi (18).

Nel nostro Paese il terrorismo di sinistra si compone di molte sigle. Si va dalle Brigate Rosse, a Prima Linea, ai NAP (nuclei di armati proletari). A questi tre gruppi si aggiungano una miriade di gruppuscoli locali che hanno spesso la vita di un giorno, o di un delitto. Si tratta di gruppi dalla storia non lineare. Le Brigate Rosse nascono come gruppo adito a “autoriduzioni proletarie”, furti e altri piccoli crimini di autofinanziamento. Il loro scopo dichiarato è quello di colpire gli interessi materiali (i beni materiali e la vita) dei capitalisti e del padronato. Fino al 1973 questo gruppo intrattiene un dialogo discreto con tutti i gruppi extraparlamentari della sinistra, soprattutto Potere operaio, e con alcune frange del PCI (alcuni membri delle BR provenivano direttamente dai quadri della FGCI).

In una intervista alle BR pubblicata in Potere Operaio del lunedì, n. 44 dell’11 marzo 1973, il Partito comunista viene definito come «una grande forza democratica che persegue con coerenza una strategia esattamente opposta alla nostra. Non sembra né utile né importante continuare ad attaccarlo con raffiche di parole. ..»
Questo per dire come anche le Brigate Rosse, rimaste giustamente nell’immaginario collettivo come il gruppo di fuoco del partito armato, nel corso di un decennio sviluppino posizioni anche molto differenti tra loro. E’ infatti solamente a partire dal 1974, con l’assassinio di due esponenti del MSI avvenuto in via Zabarella a Padova il 17 giugno, che le Br fanno partire il contatore della lunga scia di delitti che segnerà la vita di questo gruppo eversivo. Il gruppo, mentre in un primo tempo, pur denunciando la necessità della violenza, aspira a mantenere un legame con il movimento, («La lotta politica — dicono ancora nel ’71 — non può più essere sviluppata senza una precisa capacità militare.… In questa logica le Br non operano un diretto attacco al potere, non si sostituiscono al movimento di massa…»), in seguito perderà ogni contatto con gli altri gruppi puntando a trascinare con sé, nell’attacco al cuore dello Stato, gli altri spezzoni del movimento.

L’ideologia delle Br subisce sostanziali variazioni nel tempo: altro è il contenuto dell’opuscolo del 1971, altro quello dell’intervista del 1973, e altro ancora sarà l’ideologia che guiderà l”attacco al cuore dello stato” al tempo del rapimento del magistrato Mario Sossi (per parlare solo delle varianti intervenute quando l’organizzazione era diretta dai militanti della prima generazione)… Nell’estate del 1971 le BR, pressoché sconosciute, avevano firmato alcuni isolati attentati alle cose; nel marzo ’73 avevano già partecipato alle lotte Fiat e le loro azioni — distruzioni di auto di fascisti, devastazione della sede Cisnal di Torino, sequestro per alcune ore del sindacalista della Cisnal Labate — si intrecciano con una serie di azioni violente e di massa poste in essere dai cortei interni di lavoratori, culminati poi con l’occupazione della fabbrica e il blocco delle merci; nel maggio del 1974 l’azione delle Br, che hanno abbandonato l’antifascismo e la fabbrica, punta direttamente contro le istituzioni dello Stato, facendo compiere un autentico “salto di qualità” alla propria pratica combattente (19).

Il 1977 è un anno di svolta nella storia del movimento. L’anno, anzi l’annata, come si usa dire per i vini di pregio, assume quasi valore epocale. Il ’77, il movimento del ’77, quasi come un ’68, ma molto più pauroso e confuso. E’ l’anno in cui Luciano Lama, segretario della CGIL, viene cacciato dall’università di Roma dagli autonomi. Cos’è successo? Con il PCI spinto verso posizioni sempre più moderate l’insoddisfazione del “movimento” cresce a dismisura. Le lotte dell’Autonomia si acuiscono. Città come Padova e Bologna sono scosse da un’ondata di illegalità di massa. Una situazione che a qualcuno, nel mondo della sinistra extraparlamentare, fa parlare di un’imminente rivoluzione. Le Brigate Rosse tentano di prendere la leadership del movimento alzando il tiro, tentando di trascinare il movimento nel loro attacco al cuore dello Stato. Questa è una delle interpretazioni che viene data da alcuni autonomi all’operazione che nel 1978 porta al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro, il premier democristiano alfiere del compromesso storico. Un tentativo insomma di portare la crisi a un punto di rottura, a un punto di non ritorno, e costringere quindi il resto del movimento a prendere le armi.

Seppure senza una vera e propria base sociale, il terrorismo italiano non è fatto che coinvolge solo poche decine di persone come avviene in Germania. Che il terrorismo italiano di sinistra sia durato così a lungo è un fatto anomalo nel contesto europeo. Secondo molti osservatori e suoi protagonisti, quello che è mancato per normalizzare in fretta la situazione italiana è stata una sponda riformistica “intelligente” che a sinistra, al contrario di quanto avvenne in Germania e in Francia, non ci sarebbe mai stata.

Insomma sarebbe un intricato nodo di convenienze, ritardi nell’analisi politica e congiunture internazionali ad impedire all’Italia di uscire rapidamente dalla stagione protestataria e in seguito terroristica. Questa insufficienza della risposta politica ha poi prodotto, secondo altri osservatori, la necessità per la magistratura di svolgere un’attività di supplenza che ne avrebbe stravolto le funzioni. Ma che la risposta politica sia stata insufficiente è provato anche dall’alto numero di fuoriusciti politici riparati all’estero.

Il terrorismo dopo il 7 aprile

Ma cosa succede al terrorismo dopo il blitz 7 aprile? Le tesi sono sostanzialmente due:

– da una parte gli inquirenti, e con loro anche i giornalisti, sottolineano il calo del numero dei fenomeni di violenza dopo gli arresti del 7 aprile. Inizialmente come prova che si è colpito il vertice dell’organizzazione (e quindi si è visto giusto). E poi (quando dal punto di vista giudiziario viene smentito il teorema Calogero) con l’affermazione che comunque si è tolta l’acqua nella quale l’autonomia nuotava. Un ragionamento che giustifica agli occhi dei suoi autori anche gli errori processuali.
– dall’altra parte, anche dagli imputati, si sottolinea come, dopo il 7 aprile, le Brigate Rosse abbiano fatto la propria comparsa in Veneto (prima ne erano pressoché assenti, a parte il famoso omicidio del 1975) e come in questo modo si siano spinti tanti giovani autonomi nelle sue braccia. Insomma la violenza diffusa non sarebbe scomparsa bensì sarebbe stata spinta, proprio dalle operazioni giudiziarie, nella direzione del vero e proprio terrorismo.

NOTE

17) M. Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, in F.Barbagallo, “Storia dell’Italia Contemporanea”, Torino, Enaudi, 1995, p. 473.
18) Ivi, p. 474.
19) G.Palombarini, 7 aprile: il processo e la storia, Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1982, p.100.

(6-CONTINUA)

(5-PARTE)

I giornali a processo: il caso 7 aprile – Sesta parte was last modified: gennaio 3rd, 2015 by glianni70.it

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