I giornali a processo: il caso 7 aprile – Decima parte

Autonomia21

I giornali a processo: il caso 7 aprile – Decima parte

di Luca Barbieri

c) 2002 – Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

Il resto di Aprile

A partire dal 15 aprile, con Toni Negri trasferito a Rebibbia, si fanno insistenti le voci che alla base dell’inchiesta ci sia un “supertestimone”, probabilmente un brigatista che ha vuotato il sacco, ed emerge la possibilità che l’inchiesta venga trasferita a Roma (Unità). Il Manifesto invece, in polemica con le notizie pubblicate da Ibio Paolucci dell’Unità sulla cena con Alessandrini e Negri pubblica la testimonianza diretta di Tiziana Maiolo e una dichiarazione di Antonio Bevere, ospite della serata, che conferma il racconto della giornalista del Manifesto.

Martedì 17 aprile compare sui quotidiani la notizia che l’istruttoria su Negri e gli altri imputati riguardo all’accusa di “insurrezione armata contro i poteri dello stato” passa ai giudici romani del delitto Moro. E’ anche il giorno in cui per la prima volta si riportano dichiarazioni dirette, rilasciate nel corso della sua prima conferenza stampa, del pubblico ministero Pietro Calogero. Sul Corriere Pietro Calogero fa il punto sullo stato dell’inchiesta. Le sue frasi sono accompagnate da un suo ritratto e da una notiziola curiosa: “Nel luglio scorso un convegno di Negri sulla validità giuridica delle prove foniche” dove si sostiene che il professore padovano avrebbe sostenuto ad un convegno di fonetica la non validità delle prove in sede processuale (proprio mentre si profila per lui una perizia fonica). La notizia del passaggio dell’inchiesta a Roma, data senza alcuna accento particolare dal Corsera, è invece oggetto di vivaci polemiche da parte del Manifesto che titola “L’affare Negri passa ai magistrati romani, i meno credibili del mondo”, insinuando che «la decisione sia partita dallo stesso Calogero».
L’Unità (anch’essa con un titolo neutro a metà pagina su cinque colonne, “Trasferita a Roma parte dell’inchiesta”) parla di soluzione «per molti aspetti amara». In seconda pagina in un articolo di Sergio Criscuoli si possono leggere affermazioni degli inquirenti che sono passate, forse ingiustamente, in secondo piano negli altri quotidiani e cui non sembra venir dato il giusto rilievo. «Gli inquirenti, in ogni caso, ci tengono a distinguere ancora gli elementi che hanno portato all’incriminazione di Negri e Nicotri per il caso Moro, con quelli su cui si basano le accuse (rivolte anche agli altri imputati) di aver diretto il “partito armato”. “Occorre tenere presente il quadro di insieme — ha detto uno dei giudici romani — Ci sono prove molto solide, raccolte a Padova, che accusano alcuni imputati di avere addirittura fatto parte della direzione strategica delle Brigate Rosse. A queste prove si accompagnano indizi che sembrano portare al caso Moro ma che debbono essere vagliati e precisati». A un lettore attento, dopo tante certezze questa può sicuramente sembrare una “crepa” nella sicurezza dimostrata a mezzo stampa nei giorni precedenti. Significativo che l’articolista releghi la dichiarazione in fondo al pezzo. Anche perché come dimostra l’articolo di Ibio Paolucci in prima pagina, “Perché ai giudici di via Fani”, a non tutti sono chiari gli indizi che fanno di Negri e degli altri arrestati i potenziali sequestratori di Aldo Moro. «In quanto organizzatori e dirigenti delle Br è del tutto evidente che, secondo l’accusa, i nove imputati vengono ritenuti responsabili di tutti i delitti di quella organizzazione, compresa la strage di via Fani e l’assassinio di Moro». Insomma per lo stesso quotidiano in prima pagina si afferma che l’accusa riguardante il delitto Moro discende inevitabilmente dall’accusa di costituire la dirigenza occulta delle BR mentre in seconda pagina, per voce degli inquirenti, si afferma, per la prima volta, che le due cose vanno tenute separate, insinuando il dubbio che Negri potrebbe anche non essere il telefonista del caso Moro ma, se così fosse, questo non vorrebbe dire che non abbia fatto parte del vertice delle BR.
L’inchiesta è appena stata trasferita a Roma e, come ci fa sapere l’Unità del 18 aprile, «secondo una tradizione antica il palazzaccio di piazzale Clodio si trasforma in un vulcano di indiscrezioni». Che comunque il quotidiano comunista, anche se vengono dal “palazzaccio”, sbatte in prima pagina come pezzo di apertura sotto il titolo: “Negri nascose i documenti relativi ad azioni BR?”. Questo pezzo viene affiancato da un articolo di Michele Sartori da Padova, “Incontri al vertice fin dal ’74 tra BR, NAP e Potere Operaio” (ma PO non si era disciolto nel 1973?). Due articoli di pure indiscrezioni per un totale di sei colonne in prima pagina. Il secondo, quello di Sartori, fa risalire al 1974, al primo assassinio compiuto dalle BR proprio a Padova, la saldatura tra Potere operaio, fittiziamente discioltosi un anno prima, e le BR. Ma c’è di più: allo stesso anno risale anche la nascita dei NAP che Sartori collega a una medesima strategia. Stesse rivelazioni, a parte per l’accenno ai Nap, sul Corriere, mentre il Manifesto, che per elencare le accuse rivolte a Negri ha bisogno di due colonne, ironizza titolando a metà pagina “Toni Negri accusato di (quasi) tutto”.

Sull’Unità il contenuto dell’archivio Massironi (quello in cui il giorno prima si diceva Negri avesse nascosto i documenti relativi ad azioni BR) tiene banco anche il 19 aprile anche se, per la prima volta, il caso 7 aprile, scivola in seconda pagina. Nel pezzo da Padova, “Un paziente mosaico di documenti insignificanti” le reazioni della difesa alle indiscrezioni trapelate da Roma («è strano che se ne lamenti proprio quella difesa che invocava pubblicità all’inchiesta e alle prove fin dal primo giorno», commenta l’Unità), le considerazioni che gli inquirenti starebbero compiendo sul materiale trovato nell’ufficio dell’architetto Massironi e altre considerazioni varie sulla metodologia Calogero. In fondo pagina la polemica del PCI con l’esecutivo a firma di Ibio Paolucci: “Calogero perde il sonno. E il governo?”.
Del contenuto dell’archivio Massironi il Corriere parla anche giovedì 19, a cinque colonne nel taglio medio della pagina, con l’articolo “Le lettere sequestrate a Negri proverebbero la partecipazione del docente alla direzione BR”, e, nel sommario, “erano nella cassa che l’ideologo dell’Autonomia cercò invano di mettere in salvo”. Poi altri due pezzi: un redazionale non firmato che riporta per esteso le contestazioni rivolte a Negri dal Pm Calogero (interrogatorio del 10 aprile in cui Negri si rifiutò di rispondere, per cui l’articolo risulta privo di contraddittorio) e un articolo di Antonio Ferrari da Padova che parla della “caccia alla talpa” che si conduce nel tribunale di Padova. Nelle ultime tre righe dell’articolo principale una notizia che meriterebbe forse ben altra rilevanza: «Un rapporto del Viminale contesterebbe l’ipotesi che Nicotri possa essere il professor Niccolai che annunciò l’assassinio di Moro: il brigatista secondo la polizia sarebbe un esponente della colonna romana, latitante». Il Viminale sostiene che in carcere c’è un innocente e la notizia viene data nelle ultime tre righe dell’articolo senza alcun riferimento nei titoli, negli occhielli o nel sommario dove anzi di ribadisce “Il magistrato di Roma riconosce fondate le accuse avanzate dal collega veneto”.
Il Manifesto che, a differenza degli altri due quotidiani, prende oramai nettamente le parti della difesa titola lo stesso giorno “Negri ricorre in cassazione”. Nell’articolo, oltre ad un accenno alla guerra sotterranea che a Padova contrapporrebbe il PM Calogero con il giudice istruttore Palombarini (secondo il Manifesto, ma anche secondo molti osservatori, Calogero avrebbe spontaneamente ceduto parte dell’inchiesta a Roma per paura che Palombarini, come aveva fatto due anni prima, procedesse al proscioglimento degli imputati), viene riportata la smentita alla “gustosa” notizia riportata in prima pagina dal Corriere della Sera martedì 17. «Ieri, intanto, per dimostrare la credibilità dei “si dice”, un gruppo di docenti e di studiosi dell’istituto di glottologia e fonetica dell’Università di Padova e del centro studi per le ricerche fonetiche del Cnr ha smentito la partecipazione di Toni Negri a un convegno sulla validità giuridica delle prove fonetiche. Il convegno si svolse a Padova il 15 e il 16 settembre del ’78 ma Negri, secondo quattro docenti, non partecipò». La smentita appare anche su Repubblica.

Nei giorni seguenti le notizie sull’inchiesta si susseguono senza troppi scossoni. Prende invece vie inattese una vicenda collaterale, la oramai famosa cena tra Negri e Alessandrini di cui Tiziana Maiolo aveva dato testimonianza diretta sul Manifesto. Suo marito, Stefano Menenti, giornalista dell’Ansa, anch’egli uno dei convitati, viene arrestato per falsa testimonianza. Il fatto è che la moglie di Alessandrini non ricorderebbe la presenza della coppia alla cena. La notizia appare sui giornali del 20 aprile. Il Manifesto, chiamato direttamente in causa, la prende inizialmente con ironia (”Cenare con i giudici è rischioso”) e si concentra più che altro sull’interrogatorio di Negri previsto per la giornata.
Diversa l’attenzione dedicata all’argomento da l’Unità che relega la notizia in un box in seconda pagina. Sono altri due i pezzi principali dedicati all’inchiesta: uno di Michele Sartori sull’ipotesi che Negri abbia partecipato a New York ad un summit internazionale di Autonomia e uno di Criscuoli che riporta le indiscrezioni e le voci sul contenuto delle contestazioni che i magistrati faranno a Negri nel pomeriggio nell’atteso interrogatorio. Interrogatorio che ovviamente il giorno seguente, sabato 21 aprile, occupa un posto di rilievo sulle pagine dei quotidiani. Non sono poi tanti in realtà i colpi di scena emersi. Lo dimostra sia il tono dei titoli (“Interrogatorio-fiume di Toni Negri”) che il fatto che per “riempire” il pezzo si faccia largo uso del testo degli ordini di cattura che vengono riportate quasi per intero. Più vivaci le notizie da Padova con la rivelazione dei nomi degli altri tre latitanti: Nanni Balestrini, Gianfranco Pancino e Morongiu. L’Unità insiste sulle “Manovre per screditare gli inquirenti” e dallo stesso pezzo, nelle ultime righe, veniamo a sapere che la “talpa” al tribunale di Padova non c’è mai stata e che mai nessuna inchiesta è stata aperta in proposito (notizia data in precedenza dal Corriere).

Notizia ben più clamorosa l’arresto di Tiziana Maiolo. Usata ovviamente come apertura dal Manifesto che ci fa sapere che il giudice Luigi Carnevali ha disposto l’arresto «in base all’art.359 del codice di procedura penale come testimone falso e reticente» e a cui viene dedicato anche un corsivo. L’Unità dà invece la notizia in un articolo nel taglio basso della seconda pagina dicendo in pratica che se la Maiolo è stata arrestata una ragione ci deve ben essere. L’articolo è di Ibio Paolucci:

Come mai tanta decisione da parte dei magistrati? Come mai tanta sicurezza? Per il momento non è possibile avere una risposta. Non ci sono spiegazioni ufficiali. Sembra strano che si attribuisca valore tanto stringente solo a dichiarazioni e, al momento non è possibile formulare nessuna ipotesi dalla quale si possa sia pur vagamente scoprire per quali motivi i magistrati annettono tanta importanza a quella cena che si tenne in casa Bevere e , in particolare, al numero e all’identità di coloro che vi presero parte. Quella cena si connette forse in qualche modo allo spietato assassinio di cui fu vittima Alessandrini nel gennaio scorso?

I giorni seguenti procedono così, a tappe forzate: una corrispondenza da Roma (che di solito merita il titolo di testa in seconda pagina) dove continua l’interrogatorio, una da Padova, dalla quale arrivano i pezzi di “contorno” con rivelazioni più o meno clamorose (il telefono di Negri truccato per impedire le intercettazioni, ad esempio). Lunedì ulteriore scossa alla cronaca con la scarcerazione dei due giornalisti, Tiziana Maiolo e Stefano Menenti, arrestati nei giorni precedenti. L’Unità interpreta il gesto come prova di maturità, dopo un attimo in cui era venuta a mancare l’opportuna “freddezza”, da parte della procura di Milano e lascia intendere comunque che l’ipotesi di Negri mandante dell’assassinio Alessandrini non è affatto tramontata.

Il 24 aprile si segnala per un particolare: il Manifesto, mentre l’Unità e gli altri quotidiani, sulla scorta di alcune dichiarazioni di Gallucci, tornano ad esprimere la propria incrollabile fede sull’esistenza delle prove, è il primo giornale, tra quelli esaminati, a dedicare un intero articolo a un imputato già incarcerato che non sia Toni Negri, vero mattatore finora dell’attenzione dei quotidiani. L’articolo è dedicato ad Alisa Del Re, portata in carcere con 40 di febbre. Nello stesso giorno, Rossana Rossanda con un fondo a due colonne intitolato “Considerazioni sgradevoli” chiarisce la propria posizione e i propri dubbi sull’inchiesta. Repubblica torna invece sul caso Alessandrini riassumendo la vicenda. In un lungo articolo a pagina due del giornale (la data è sempre quella del 24 aprile) il quotidiano diretto da Scalfari riporta, sotto il titolo “Alessandrini fece rapporto sulla cena con Toni Negri”, le dichiarazioni del procuratore di Milano Gresti che spiega il motivo dell’inchiesta sulla cena tra Negri e Alessandrini e cosa abbia spinto i magistrati a procedere ai due arresti per i due giornalisti. La cosa importante da segnalare in questa sede, oltre alla generale assurdità della vicenda, è l’importanza che dalla stessa Procura è stata data alle prime testimonianze apparse sui giornali. «Quello che è possibile stabilire con certezza — scrive Repubblica — è che l’inchiesta non ci sarebbe stata se non fossero usciti, da venerdì 13 aprile a domenica 15 aprile, alcuni giornali con la notizia di un incontro Negri-Alessandrini». Il tutto sarebbe partito quindi dalle rivelazioni dell’Unità del 13 aprile e dalla testimonianza della Maiolo pubblicata su Il Manifesto il 15. Sotto a questo pezzo Repubblica integra l’argomento con un’intervista di Natalia Aspesi al giudice Bevere, il magistrato a casa del quale si svolse la cena incriminata, intitolata “Il professore disse che ammirava Moro”. Un’intervista quasi surreale, dalle domande sinceramente imbarazzanti, del tipo «Perché organizzò quel pranzo così inquisito?» che risulta significativa perché mette a nudo la sproporzione tra gli eventi (gli arresti) e la causa (una cena) e, grazie alle domande della Aspesi, dà voce anche a una visione differente dei fatti. «Come spiega il fatto che molti ritengono impossibile che sia stato il giudice assassinato a voler incontrare Negri, ma piuttosto che fosse nell’interesse di Negri di sollecitare un incontro con un giudice che, come probabilmente lui sapeva, stava indagando sull’autonomia?», domanda la Aspesi a Bevere. «Agli occhi di una parte dei magistrati – risponde Bevere – una cena dell’intellettuale Alessandrini con l’intellettuale Negri può sembrare irrilevante. Può invece far scandalo, in termini bigotti, che il sacerdote della giustizia Alessandrini si trovi attorno a un tavolo davanti a un bicchiere di vino con un uomo in odore di eresia come Negri». Le domande dell’interrogatorio subito dagli invitati alla cena («Qualcuno versò il vino a tavola? E’ vero che si mangiò formaggio veneto? Come erano seduti i commensali? Il tavolo era ovale, ma in che modo? Quale è la ricetta della pasta alla puttanesca?») non possono che colpire. Nella stessa giornata la Repubblica schiera in campo un’altra firma. Sulla pagina dei commenti, pagina 6 del 24 aprile, con l’articolo “Due parole su Negri”, rompe il silenzio Alberto Asor Rosa che dopo il consueto omaggio all’inchiesta e al lavoro dei magistrati esprime i propri dubbi sull’intera vicenda e chiede ai mezzi di informazione una riflessione sul proprio operato.

Ma dopo la cena Alessandrini-Negri un altro “mistero” viene in questi giorni ad intersecarsi con il caso 7 aprile. Mentre i magistrati italiani stanno seguendo con una certa segretezza una pista straniera, il Corriere della Sera pubblica in prima pagina un’intervista a un anonimo agente dei servizi segreti che svela (e forse brucia) la pista “Hyperion”. Il pezzo, pubblicato in prima pagina a cinque colonne il 24 aprile, si intitola “Secondo i servizi era a Parigi il quartiere generale delle Brigate Rosse”. E’ il frutto di una chiacchierata di Paolo Graldi con un anonimo agente del SISDE. Lunghissimo ma significativo il sommario: “Un ex operaio, brigatista pentito, già militante del PCI, avrebbe fornito al giudice Calogero le indicazioni per scoprire il legame internazionale del partito armato — Agenti d’Oltralpe avrebbero collaborato con gli inquirenti italiani trasmettendo informazioni sui partecipanti alle frequenti riunioni della Direzione Strategica che avvenivano in una brasserie parigina . Forse in Francia gli archivi delle BR e di Prima Linea — Oggi terzo interrogatorio di Toni Negri”. Dalla brasserie si passa alla sicuramente più accogliente scuola di lingue. L’Hyperion è una scuola di lingue con sede a Parigi fondata da due italiani con precedenti di militanza nella sinistra extraparlamentare. Negli anni precedenti l’Hyperion è già finita sotto inchiesta alcune volte per il sospetto di essere rifugio di brigatisti. In essa i magistrati individuerebbero, questa volta con grande sicurezza in riferimento ai contatti parigini di Negri, la supposta “centrale straniera” del terrorismo italiano. Il filone parigino dell’inchiesta si sviluppa, a partire dalle rivelazioni del Corriere, su tutti i quotidiani nei giorni seguenti. Sulla vicenda punta molto L’Unità con l’articolo “La scuola Hyperion perquisita da agenti della polizia francese” (sottotitolo: “Confermata la presenza a Parigi di un emissario italiano”). Il titolo non corrisponde in realtà al testo del pezzo. «..il Ministero dell’Interno — scrive il corrispondente da Parigi – ha precisato che nessun intervento è stato chiesto dalla polizia italiana a quella francese circa l’attività eventuale di questa organizzazione sul territorio francese […] Questo non esclude tuttavia che la polizia francese abbia esercitato “in proprio” un lavoro di sorveglianza di certi ambienti sospetti e ne abbia comunicato i risultati alle autorità italiane: altrimenti non si vede come la “pista parigina” rivelata i questi giorni dalla stampa italiana e ripresa dai quotidiani di qui, seppure con molta circospezione, sarebbe potuta venire alla luce». L’articolo parla di sfuggita anche di alcune perquisizioni che la polizia parigine avrebbe compiuto all’interno dell’Hyperion. Ma si tratta, molto evidentemente, di indiscrezioni che non hanno trovato alcuna conferma. E la storia dell’emissario italiano (che secondo il titolo sarebbe “confermata”) deriva dalla lettura mattutina di France Soir, unico giornale francese a parlare di una simile ipotesi. Il pezzo è del corrispondente da Parigi Augusto Pancaldi. Che in redazione titolando il pezzo si siano fatti prendere dall’entusiasmo? Anche perché il contenuto dell’articolo dell’Unità (sostanzialmente, l’assoluta mancanza di qualsiasi certezza) viene confermato dagli altri giornali.

Negli ultimi giorni del mese si intersecano, su tre giornali della sinistra, diverse polemiche personali sul caso 7 aprile. Sintomo forse che, dopo tre settimane, una sorta di riflessione sta giungendo a maturazione. Lo scontro più importante si registra tra il 25 e il 26 aprile tra Unità e Manifesto. Un botta e risposta tutto interno alla sinistra con due corsivi: uno non firmato sull’Unità e uno di Rossana Rossanda sul Manifesto. Lo scontro esordisce sul quotidiano del PCI il 25 aprile, nell’anniversario della liberazione, con un lungo corsivo intitolato “Garantisti o neutrali?”. Risponde il 26 il Manifesto con “Calma e Gesso”. Il 27 invece l’organo ufficiale del PCI, con un articolo non firmato, se la prende con Giacomo Mancini del PSI che da tempo ha assunto una posizione molto critica nei riguardi dell’inchiesta. Il pezzo si intitola: “Il compagno Mancini è distratto?”. Il giorno dopo, sabato 28, Ibio Paolucci dalle pagine dell’Unità polemizza invece con Tiziana Maiolo che l’accusava, sul Manifesto, di non aver testimoniato la sua innocenza a riguardo della cena con Alessandrini (episodio che la Maiolo raccontò in tempi non sospetti a Paolucci).

Sempre il 27 aprile continuano i resoconti della stampa sull’interrogatorio (“Ecco le testimonianze contro Negri”, sull’Unità). Forse la novità maggiore è la rivelazione che Negri avrebbe insegnato la costruzione di bottiglie molotov. Il 28, sulle pagine dell’Unità, che apre il settore dedicato al 7 aprile con un articolo ancora incentrato sulle indagini dei magistrati romani (“Interrogati i testimoni indicati da Negri”), un articolo di Sartori, “Gli autonomi accusati anche di oltre duecento attentati”, oltre a fare un po’ di contabilità spiccia degli attentati verificatisi a Padova nel corso del 1978, “inaugura” la pista finanziaria ed introduce sulla scena Carlo Fioroni che risulterà successivamente una figura molto importante per l’evolversi dell’inchiesta. «Pare, cioè — scrive Sartori – che esista un rapporto dei carabinieri che parla di flussi di denaro provenienti dalla Svizzera e finiti nel conto corrente padovano di Antonio Negri. Questa indiscrezione, per altro non controllabile, ha fatto nascere a sua volta l’ipotesi di un collegamento tra l’autonomia padovana e il “professorino” Carlo Fioroni, l’ex di Potere operaio e successivamente brigatista rosso, nel ’75 arrestato in Svizzera mentre tentava di riciclare i soldi del sequestro Saronio». Sarà bene tenere a mente questa entrata in scena.

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I giornali a processo: il caso 7 aprile – Decima parte was last modified: gennaio 29th, 2015 by glianni70.it

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