Francesco Marra un parà nelle Brigate rosse

 

marraFrancesco Marra un parà nelle Brigate rosse

Francesco Marra, questo il nome di battesimo di “Rocco”, era un paracadutista addestratosi in Toscana e in Sardegna all’uso delle armi e con una sorta di specializzazione nella pratica delle “gambizzazioni” (della quale faranno ampio ricorso le Br nel corso degli anni) prima di entrare nelle Brigate Rosse; in seguito, a differenza di Pisetta, la doppia identità di Marra non venne alla luce, ed il suo nome è rimasto fuori da tutti i processi, stranamente coperto anche da Bonavita dopo il suo pentimento. Anche il capo del SID, generale Vito Miceli (che come detto risulterà presente negli elenchi degli iscritti alla loggia massonica P2), disponeva di un infiltrato nelle Br. Nei giorni del rapimento Sossi egli organizzò una riunione con i suoi stretti collaboratori illustrando loro un piano per liberare il magistrato che dava per scontata la conoscenza dell’ubicazione della “prigione del popolo”. Secondo quanto scritto dall’ex Sen. Flamigni nel suo ultimo libro Convergenze parallele, il generale Miceli era pronto a servirsi del proprio infiltrato nelle Brigate Rosse per far concludere in modo tragico il rapimento, ma solo le perplessità espresse da alcuni ufficiali del SID presenti alla riunione permisero di arrivare al lieto fine della vicenda stessa. Questo particolare risulta essere di fondamentale importanza per comprendere come già nel ’74 alcuni apparati “deviati” dello stato – ma non solo essi – fossero pronti ad utilizzare le Br come strumento di lotta politica, ad alimentare il terrorismo per pilotarlo anziché combatterlo, in modo da far aumentare l’allarme sociale con tutte le conseguenze che ciò avrebbe dovuto – secondo i dettami della c.d. strategia della tensione della quale abbiamo già detto – comportare dal punto di vista dei riflessi elettorali. Per questo motivo era però necessario che le Brigate Rosse da “dimostrative” e “propagandistiche” divenissero “sanguinarie”, e la trasformazione non tarderà a verificarsi, anche se in tempi successivi e dopo altri importanti avvenimenti che – in un certo senso – spinsero il partito armato (come ama chiamarlo Giorgio Galli) in questa precisa direzione.

In un’intervista al “Diario” Franceschini descrive dettagliatamente le attività di Marra come militante delle Br. Militanza che a suo dire si sarebbe conclusa alla vigilia dell’evasione di Curcio da Casale Monferrato. Il che conferma il nostro dubbio espresso ieri, alle prime indiscrezioni. Nel 1980 un brigatista non poteva dormire in albergo. Un ex, ovviamente, sì :

«Marra e altri – secondo Franceschini – la notte del 25 aprile 1972 bruciano le auto di alcuni fascisti, a Quarto Oggiaro e al Lorenteggio. Poi Franco partecipa ad alcune rapine per finanziare le Br. Nell’autunno 1972 compie la sua prima azione armata importante: con me e altri compagni irrompe nella sede dell’Ucid, l’associazione dei dirigenti cristiani, dove sequestriamo, leghiamo e fotografiamo i presenti. Nel ’74 Marra partecipa all’assalto armato alla sede dei Comitati di Rinascita Democratica di Edgardo Sogno. Ma la sua azione più importante resta il sequestro Sossi. Io in quell’azione ho avuto un ruolo di dirigente, ero quello che interrogava il prigioniero, come Mario Moretti fece poi per Aldo Moro. Nel gruppo che partecipa al sequestro Sossi, composto da 19 persone, avevamo voluto inserire tre “proletari”: Maurizio Ferrari, Alfredo Bonavita e Francesco Marra. Marra, il “compagno Rocco”, è quello che materialmente afferra Sossi nel momento del sequestro e lo caccia sul furgone. È, come sempre, uno dei più estremisti, dei più violenti. Poi Marra partecipa alla preparazione dell’azione per liberare Curcio dal carcere di Casale Monferrato. Non prende parte all’azione, il 17 febbraio 1975, perché proprio allora esce dalle Br. Era normale, per noi, in quegli anni, che qualcuno dicesse: non me la sento più, voglio uscire, torno alla mia vita. È successo a decine e decine di compagni. Molti uscivano, molti entravano»

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Contro le ipotesi di infiltrazione di Marra, avanzata da Franceschini nel libro scritto con Giovanni Fasanella e rilanciata da Sergio Flamigni (che parla di un parà che si iscrive nel 1971 al Pci per preparare il terreno: in realtà Marra proviene dai ranghi dei “pionieri”), si pronuncia Marco Clementi nella sua “Storia delle Br”

Prima di proseguire nella ricostruzione di questa vicenda, al fine di chiarire ogni possibile dubbio al riguardo, è necessario affrontare un problema sollevato diverse volte nel passato da Franceschini, anche di fronte alla Commissione di inchiesta parlamentare e riproposto poi nel libro scritto assieme a Fasanella, nonché da Giorgio Galli in “Piombo Rosso”, secondo il quale l’azione Sossi, chiamata in codice dalle B.R. ‘operazione girasole’ si sarebbe svolta sotto il controllo dei servizi; come prova di questa affermazione Galli rimanda alle dichiarazioni di Franceschini, che sostiene l’infiltrazione di uno dei brigatisti che parteciparono materialmente al sequestro del giudice, Francesco Marra (detto ‘Rocco’) (3). Sempre secondo Galli, Marra avrebbe rivelato al Sid l’ubicazione della prigione di Sossi, e il generale Vito Miceli, capo del Servizio, aveva preparato un piano che doveva servire a coinvolgere anche il Partito comunista italiano; esso prevedeva che l’ex comandante partigiano e militante del P.C.I. Giambattista Lazagna fosse rapito, ucciso e lasciato cadavere nella villa dove era tenuto Sossi (ucciso anche lui nel corso dell’irruzione) per farlo poi passare come il capo delle B.R. (4).
Per quanto riguarda il piano di Miceli, non esistono prove a favore o contro, se non il racconto del generale Gianadelio Maletti, riportato dallo stesso Galli. Non si può dire, dunque, nulla di certo, tranne che avanzare una riflessione: il piano non fu realizzato e la circostanza costituisce, in mancanza di altro, una prova del fatto che o non fosse mai esistito, o fosse impossibile da realizzare, forse per la mancata individuazione della prigione del popolo. Del resto, e questa è una cosa ripetuta sempre da tutti i protagonisti,nessuno, tranne Franceschini, Bertolazzi e Cagol, conosceva l’ubicazione della prigione del popolo, neanche Curcio e Moretti; proprio per questo erano stati formati due gruppi per l’azione, uno che prelevava e l’altro che prendeva in consegna l’ostaggio. Come avrebbe potuto, quindi, un eventuale infiltrato afferente al primo gruppo raccontare della prigione?
Chi scrive si è occupato in dettaglio della ricostruzione della vicenda riguardante le dichiarazioni di Franceschini a proposito di Marra e dunque si rimanda il lettore eventualmente interessato a quelle pagine. Qui è bene invece riportare brevemente le conclusioni del ragionamento e cioè che l’infiltrazione di Marra non solo non risulta dimostrata da nessun documento o atto processuale, ma è stata sempre smentita da tutti i protagonisti, compreso un politico bene informato dei fatti come l’ex ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani, che ha affermato nel suo libro di memorie: «Si è parlato recentemente di un certo Marra detto Rocco che sarebbe stato infiltrato nelle B.R. dai carabinieri durante il sequestro Sossi. Non è vero. Ricordo che, al tempo del sequestro Sossi, Santillo mi parlò di un certo Rocco definendolo un balordo di cui le B.R. si servivano per tentare di ingannare i carabinieri. Successivamente il generale Dalla Chiesa mi confermò l’informazione». Secondo il colonnello Cagnazzo, inoltre, una seria infiltrazione nelle Brigate rosse era relativamente facile a livello ideologico, ma praticamente impossibile a livello pratico: «avevamo dei carabinieri che parlavano e pensavano in brigatese dopo anni che studiavano volantini, documenti, risoluzioni strategiche e frequentavano l’area sovversiva. Ma poi arrivava lo sbarramento invalicabile, la prova delle armi, dell’attentato. A un nostro carabiniere non potevamo chiedere di sparare su qualcuno per poter entrare nelle B.R. Il solo luogo in cui gli infiltrati erano esenti dalla prova delle armi era la prigione». Questa spiegazione appare poco convincente: non esisteva, infatti, alcuna ‘prova del fuoco’ per gli aspiranti brigatisti che, è bene ripeterlo, non erano una società segreta. Molti brigatisti, infatti, non hanno mai sparato un colpo contro persone. Il reclutamento, invece, avveniva su altri parametri, come la lunga conoscenza del candidato e la verifica del suo affidamento all’interno della normale lotta di fabbrica. L’aspirante brigatista, insomma, doveva essersi già conquistato una certa fiducia da parte del movimento ben prima di aderire alle B.R. Una ulteriore prova di questo consiste nel fatto che allorché tali criteri furono disattesi, come nel caso di Silvano Girotto o di Renato Longo (il primo avrebbe fatto arrestare Curcio e Franceschini e il secondo Moretti conf. infra), fu possibile l’infiltrazione. Secondo le dichiarazioni del primo pentito Patrizio Peci, solo in un caso i carabinieri riuscirono a infiltrare un elemento nelle B.R. direttamente dalla fabbrica; si trattò di un militante del P.C.I. che condusse le forze dell’ordine alla colonna torinese e all’arresto proprio di Peci e Rocco Micaletto (conf. infra).
Paradossalmente, conferma questo ragionamento proprio quanto dichiarato da Silvano Girotto di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta, sebbene possa sembrare condizionato da una certa tendenza al protagonismo:
“No non ho conosciuto Francesco Marra. E’ possibile che abbia letto il suo nome nel corso di questi anni, ma non mi è rimasto impresso. L’immagine della mia azione di infiltrato è che ho bussato alla porta, i brigatisti mi hanno aperto e al posto mio sono entrati i carabinieri; nelle Brigate rosse non ci sono stato proprio, ma ci ho parlato. Nei tre colloqui – perché di questo si tratta – non ho avuto la sensazione di altri infiltrati.Tenderei forse ad escluderlo vedendo come pendevano dalle mie labbra e dalle mie iniziative i carabinieri. Tutto, dal primo all’ultimo passo, il modo, il quando, è stato deciso da me. Nessuno tra i carabinieri era in grado di consigliarmi di fare qualcosa e non potevano fare altro che dirmi di stare attento. Nel vedere quanto i carabinieri dipendessero totalmente da me posso presumere che non ci fossero altri infiltrati, ma questa è una mia considerazione” .
Alla fine dell’analisi della documentazione disponibile, le prove a favore di una possibile infiltrazione durante il sequestro Sossi appaiono inesistenti e si può sostenere con una certa ragionevolezza che l’azione non venne favorita da nessun apparato dello Stato.
Francesco Marra un parà nelle Brigate rosse was last modified: dicembre 20th, 2014 by glianni70.it

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