Domenico Ferla, Amadeo Bordiga: la fine del movimento operaio (1973)

Domenico Ferla, Amadeo Bordiga: la fine del movimento operaio (1973)

Amadeo_BordigaQuesto scritto di Domenico Ferla è del 1973 cioè di 35 anni fa, ma, pur a così notevole distanza di tempo, non ha perso il suo interesse.

Allora esso doveva essere la prefazione-introduzione alla ripubblicazione del «Dialogato con Stalin» di Amadeo Bordiga, ma ciò non avvenne e il testo cadde nel dimenticatoio da cui lo abbiamo ora tratto. Le numerose note che lo costellavano mancano perchè andate perdute, ma ciò non toglie, ci pare, il piacere della lettura e la profonda carica umana e rivoluzionaria dello scritto.

L’autore, a cui lo avevamo inviato, illustrandogli la nostra intenzione di inserirlo nel sito, ci ha detto che la rilettura dello scritto, a così tanti anni di distanza dalla sua redazione, gli ha fatto pensare a quanto successo in questo periodo alle acciaierie Thyssen-Krupp di Torino e dedica quindi oggi il lavoro di allora al ricordo degli operai morti in quella fabbrica.

Amadeo Bordiga: la fine del movimento operaio

 

 

«Apparati terroristici dello stato si barricano, diventando istituzioni stabili, dietro il pretesto frusto di una dittatura (ormai perdurante da cinquant’anni) del proletariato da tempo amministrato, insulto alla teoria con cui si sciacquano la bocca.»

Adorno, dialettica negativa.

 

«La pianificazione non è che l’antitesi del libero scambio.»

Vaneigem, Traité de savoir vivre

 

«Compromesso e controrivoluzione sono principio e fine di un solo sinonimo politico.»

Otto Rühle, Fascismo nero e rosso

 

«La vita della nuova umanità è nella rivoluzione. La rivoluzione nasce dallo scisma.»

Bordiga, Tempo di abiuratori di scismi

 

 

 

  1. Dialogato con Stalin fu pubblicato anonimo nel 1952 sui numeri 1,2,3,4 del quindicinale il programma comunista, che fu nel secondo dopoguerra espressione della sinistra comunista italiana.

Dal 1912 al 1914 si formò all’interno del P.S.I. una corrente di sinistra, marxista radicale, che sostenne posizioni analoghe a quelle difese nei partiti socialdemocratici dell’Europa centro-occidentale dai tribunisti (sinistra olandese) e dai radicali tedeschi (sinistra tedesca) [1]. Questa analogia continuò anche di fronte alla catastrofe della prima guerra mondiale, nel corso della guerra e nell’immediato dopoguerra, malgrado l’assenza di contatti internazionali che caratterizzò la sinistra italiana, la quale non partecipò alle conferenze di Zimmerwald e di Kiental [2]. La prospettiva rivoluzionaria aperta dalla rivoluzione russa e dai movimenti spontanei del proletariato europeo trovò la sinistra italiana schierata sulle stesse posizioni delle sinistre tedesca e olandese [3]. Alla fine del 1918 venne pubblicato a Napoli il settimanale Il Soviet, che divenne ben presto organo della “Frazione comunista astensionista” del P.S.I. Il Soviet fu allora in Italia l’unico veicolo di diffusione dell’estremismo comunista europeo attaccato da Lenin nel suo famigerato libello [4]. Né la tesi della partecipazione dei comunisti ai sindacati, sostenuta dalla frazione comunista astensionista, né la critica dell’ideologia consiliare de L’Ordine Nuovo [5], né il compromesso con la direzione bolscevica del Comintern sottoscritto da Bordiga al secondo congresso del 1920 [6], sono sufficienti a cancellare l’indubbia confluenza della corrente de Il Soviet nell’ambito di quello che si suole definire comunismo europeo di sinistra. Ciò è dimostrato dalla successiva evoluzione della sinistra comunista italiana”, che fu ben presto defenestrata dalla direzione del P.C.d’Italia fondato a Livorno, dopo essere stata utilizzata dai führer bolscevichi nella fondazione del partito in funzione di ‘utile idiota’ [7].

Espulso dal Comintern dopo il 1926, il comunismo di sinistra italiano non poteva dunque confondersi con la resurrezione parodistica del bolscevismo inscenata dai trotzkisti. Dopo il 1927 un gruppo bordighista pubblicò in Francia Reveil communiste che sostenne posizioni analoghe a quelle del K.A.P.D. [8] Un altro gruppo, rappresentato soprattutto da Ottorino Perrone, pubblicò in Francia il giornale Prometeo, e in Belgio la rivista Bilan, ed ebbe contatti con il gruppo comunista belga di Van Overstraeten e con il gruppo tribunista olandese GIC [9].

Nel 1943 venne fondato in Italia, per iniziativa del deputato comunista Onorato Damen e del pubblicista Bruno Maffi [10], il partito comunista internazionalista, al quale si mantennero estranei e in parte ostili i gruppi della sinistra comunista italiana belgi e francese sopra citati [11]. Quanto ad Amadeo Bordiga, la responsabilità della fondazione del P.C. internazionalista non gli può assolutamente essere attribuita: egli non partecipò nemmeno al Congresso di Firenze (1948) di tale partito, per il semplice fatto che non ne era nemmeno un iscritto. Vi partecipò invece Ottorino Perrone, ma soltanto per dichiararvi che il P.C. internazionalista era una organizzazione “stalinista di sinistra” e che la sua fondazione era stato un errore storico [12]. Il P.C. internazionalista pubblicò il giornale battaglia comunista e la rivista Prometeo e partecipò alle elezioni politiche del 1948: formatosi su basi spurie, esso si risolse in un totale fallimento che anticipò quello analogo e peggiore degli attuali gruppuscoli.

Alla fine del 1952 venne pubblicato il programma comunista, che nei suoi primi anni fu praticamente opera esclusiva di Amadeo Bordiga.

 

  1. «E’ noto che Bordiga, morto il 24 luglio 1970, non abbandonò l’attività politica né dopo questa sessione del CE né dopo la sua espulsione dal P.C.d’I…. in un contesto diverso e in fasi alterne, ma con l’immutato rigore, forza di carattere e fedeltà alla causa rivoluzionaria che gli abbiamo riconosciuto nel corso di questa ricostruzione biografica, egli ha continuato per più di un quarantennio, a far sentire la sua voce.»: così Andreina De Clementi conclude il suo libro dedicato a Bordiga [13]. Sulla attività teorica di Amadeo Bordiga dal 1926 al 1966, quello della De Clementi è finora l’unico e massimo riconoscimento ufficiale: la cultura di sinistra italiana non ci concede di sapere di più intorno all’uomo che fu l’unico ad opporsi, all’interno del P.S.I., alla prima guerra mondiale, alla cui iniziativa politica si deve (per il bene e per il male) la fondazione del Partito comunista d’Italia, che ebbe il coraggio di scontrarsi con Lenin nel 1920 e che si rivoltò contro il Comintern stalinizzato nel 1926. Mentre si vara l’edizione delle opere (?!) complete di Palmiro Togliatti, mentre vengono riesumati i libelli stercorari dei pretoriani italiani dello stalinismo (ad esempio di Pietro Secchia) [14], manca ancora oggi una bibliografia degli scritti di Amadeo Bordiga dal 1912 al 1926: per quanto riguarda il periodo successivo al 1926, la versione corrente è che Bordiga si sia ritirato a vita privata [15]. In Germania, in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, grandi editori pubblicano le opere dei comunisti di sinistra degli anni venti, di Pannekoek, di Gorter, di Rühle, di Korsch: in Italia si continua a tessere un’oscena congiura del silenzio intorno a Bordiga [16].

Il caso di Bordiga va tuttavia al di là di un semplice episodio di disinformazione; esso è l’indice rivelatore di una situazione vergognosa che coinvolge tutta la cultura italiana senza eccezioni, e che può essere caratterizzata, con parole dello stesso Bordiga, come LIBIDINE DI SERVIRE [17]. E’ noto infatti che in Italia lo stalinismo non incontrò la resistenza che in Francia fu rappresentata dal surrealismo e più recentemente da fenomeni come quelli di Socialisme ou Barbarie e dell’ Internationale Situationniste [18], e in Germania dalla tradizione filosofica tedesca e dalla scuola di Francoforte. E’ così potuto accadere che l’unica opposizione critica radicale allo spaccio della bestia trionfante, quella di Bordiga appunto [19], si rinchiudesse e venisse rinchiusa in un ghetto, secondo un tradizionale gioco delle parti che coinvolge anche i cosiddetti bordighisti, e lungo una linea storica che parte almeno dalla Controriforma. Lo storicismo crocio-gramsciano appare così, in questa prospettiva, non come l’inizio di una riforma laica mai avvenuta e sempre più irrealizzabile, ma come l’ultimo ‘blocco storico’ progressista-cattolico, come l’ultima espressione del provincialismo conservatore della Controriforma. la congiura del silenzio intorno a Bordiga non ha allora il significato del disinteresse ma dell’ ODIO e del LIVORE che una cultura tradizionalmente e secolarmente servile ha sempre riservato a tutti gli eretici che ne minavano le basi. Rispettivamente, l’anonimato che Bordiga s’impose dopo il 1945 ha prima di tutto l’alto significato del DISPREZZO nei confronti di un ambiente sociale putrefatto

Come detto all’inizio, Dialogato con Stalin fu pubblicato anonimo nel 1952. Ma esso fu scritto da Bordiga, e appartiene al corpus letterario bordighiano posteriore al 1945, apparso sulla rivista Prometeo e sui giornali battaglia comunista e il programma comunista, la cui ripubblicazione critica riempirebbe sicuramente parecchi grossi volumi [20].

L’anonimato di Bordiga è un fenomeno estremamente complesso. Il DISPREZZO di cui sopra è una manifestazione di forza e di debolezza insieme. Se le verità che Bordiga diceva potevano apparire nella situazione italiana degli anni cinquanta soltanto in forma anonima, si deve riconoscere che non firmando Bordiga rimaneva prigioniero delle forze che intendeva contrastare. Questa debolezza è la spia della nevrosi: l’anonimato bordighiano è nevrotico in quanto sforzo di rimozione del passato politico di Bordiga, del suo compromesso col Comintern. Proprio perchè era ancora una personalità storica in senso borghese tradizionale, negando violentemente la propria personalità Bordiga finiva con l’affermarla nevroticamente, invece di comprenderla e di liberarsene. Ma c’è anche nell’anonimato bordighiano una tendenza alla vera liberazione: una specie di fuga schizofrenica di fronte al principio di realtà conduce Bordiga alla critica dei mostruosi fantocci che simbolizzano il potere nelle società moderne, dei “principi moderni” più totalitari dell’antico principe, e all’anticipazione visionaria di una rivoluzione senza capi e senza gregari, senza schiavi e senza padroni, che realizzi finalmente una signoria senza servitù.

«La pecorizzazione della classe operaia è giunta agli estremi. Per lunghi decenni è stata stupidamente ad attendere, non l’ora del combattimento per i propri scopi ed il proprio programma, ma che ‘lui’ se ne andasse, e quando i vari lui se ne sono davvero andati è rimasta più schiava di prima.

Dopo la hanno messa fiduciosamente ad aspettare che ‘ha da venì Baffone’. Ma Baffone è morto senza intraprendere il viaggio. Tuttavia si ripete ai lavoratori non di mettersi in moto con le proprie gambe, bensì di aspettare qualche altro che viene. (…)

Gli operai vinceranno se capiranno che nessuno deve venire. L’attesa del Messia ed il culti del genio, spiegabili per Pietro e per Carlyle, sono per un marxista del 1953 solo misere coperture di impotenza.

La rivoluzione si rialzerà tremenda, ma anonima.» [22]

La radicalità di Bordiga, diffamata come grossolana, colpisce l’apparenza ideologica nel momento storico in cui l’ideologia aderisce totalmente al valore in processo; accusata di ignorare il problema della formazione della coscienza, essa rivela invece anzitutto che la coscienza delle masse è stata assolutamente espropriata dal capitale.

«E’ giustificato il sospetto nutrito in passato da quei critici della cultura, secondo i quali in un mondo in cui il privilegio dell’educazione e l’incatenamento della coscienza defraudano in ogni caso le masse dell’esperienza autentica dei fenomeni spirituali, non si tratta più tanto degli specifici contenuti ideologici quanto del fatto che in genere ci sia alcunché atto a riempire il vuoto della coscienza espropriata e a distoglierla dal segreto di Pulcinella. » [23]

L’anonimato di Bordiga tende a riconsegnare alla coscienza espropriata delle masse IL SEGRETO DI PULCINELLA.

 

III. Quello conservato da Bordiga è un vero segreto di Pulcinella.

«Lo scambio di lavoro vivente contro lavoro oggettivato, cioè la posizione del lavoro sociale nella forma della opposizione di capitale e lavoro salariato – è l’ultimo sviluppo del rapporto di valore e della produzione fondata sul valore.» [24]

Alla folle affermazione di Stalin, contenuta nei Problemi economici del socialismo nell’URSS del 1952, secondo la quale in una ‘economia socialista ‘ si producono merci scambiate secondo la ‘legge del valore ‘, Bordiga contrappone né più né meno che il vecchio segreto nascosto e conservato nella marxiana critica dell’economia politica:

«Entro una società cooperativa, fondata sul bene comune dei mezzi di produzione, coloro che producono non scambiano i loro prodotti; ancor meno appare qui il lavoro trasformato in prodotti come valore di questi prodotti, come una qualità cosale da essi posseduta, poiché ora, in opposizione alla società capitalistica, i lavori individuali non esistono più attraverso una via indiretta, bensì diretta come parte costitutiva del lavoro complessivo.» [25]

Questo segreto era stato strappato al capitale dalla lotta secolare del proletariato espressa nella critica dell’economia politica come critica del capitale e affermazione immediata (unmittelbar) del comunismo; la conservazione di questo segreto da parte di Bordiga è un risultato teorico della lotta rivoluzionaria del proletariato europeo degli anni venti, così come il suo sradicamento dalla coscienza espropriata delle masse è la manifestazione suprema del trionfo planetario della controrivoluzione nel secolo ventesimo.

Risultato della lotta proletaria, il rigore teorico bordighiano dissolve l’involucro dogmatico. Dogmatiche infatti sono state le analisi del fenomeno russo centrate sulla burocrazia, sul capitalismo di stato, o addirittura sulla classe operaia [26]. Stato, burocrazia, operai, sono dati immediati della società del capitale, che vengono a volta a volta fissati nella loro immediatezza apparente, ingigantiti, e trasformati in una grottesca spiegazione del fenomeno complessivo. La riflessione bordighiana tende invece a cogliere i dati immediati nella loro mediazione. Colloca il fenomeno russo nel suo divenire. L’industrializzazione staliniana dell’impero degli zar viene spogliata dal suo carattere feticistico, e immessa nel tempo storico, sul filo del tempo [27].

«Il processo economico in corso nei territori dell’Unione russa si definisce essenzialmente come l’impianto del modo di produzione capitalistico in forma e con tecniche modernissime in paesi ad economia arretrata, feudale e asiatico-orientale (…) Ciò non autorizza a dire che il capitalismo russo è ‘la stessa cosa ‘ di quello di ogni altro paese, poiché vi è differenza tra la fase in cui il capitalismo sviluppa le forze produttive e ne spinge l’applicazione oltre antichi limiti geografici, completando la trama della rivoluzione mondiale socialista, e quella in cui sfrutta le forze stesse in modo soltanto parassitario, mentre hanno già raggiunto e superato da tempo il livello che consente di volgerle al ‘miglioramento delle condizioni del vivente lavoro ‘ consentito solo alla forma economica non più fondata su salario, mercato e moneta, proprio della sola forma socialista (…) La rivoluzione borghese russa is over. E’ un fatto compiuto. I fessi cronici possono ridere di noi – e di lei.» [28].

Il sistema russo non è il modello economico delle moderne società industriali, non sta tra capitalismo e socialismo, ma fra arretratezza asiatica e capitalismo [29]; l’impatto della critica bordighiana si trova verificato a vent’anni di distanza, ancora dall’ultimo incontro Nixon-Breznev e dai ventennali progetti americani di colonizzazione della Siberia.

La proprietà giuridica statale delle aziende non fonda un capitalismo di stato, ma un industrialismo di stato: «… vi abbiamo solo un Industrialismo di Stato. Tale sistema, sorto dopo la rivoluzione antifeudale, è valido a sviluppare e a diffondere industria e capitalismo con ritmo ardente, con investimenti di Stato in opere pubbliche anche colossali, e ad accelerare una trasformazione in senso borghese dell’economia e diritto agrario.» [30] L’espressione industrialismo di stato, nell’accezione bordighiana, significa anzitutto che le aziende, giuridicamente di proprietà dello stato, sono però economicamente autonome: «Vi è altra grande questione: rapporto tra Stato e azienda, e rapporto tra aziende. La questione è sorta davanti a Stalin nella forma di validità in Russia, anche per l’economia della grande industria statale, della legge del valore propria della produzione capitalista.» [31] Le successive discussioni di economisti dell’Europa orientale a proposito dell’autonomia delle aziende, del mercato, e della legge del valore, sono qui anticipate.

Mentre in genere ci si fermava di fronte all’apparenza spettacolare dell’industria di stato, Bordiga osservò che non è possibile un’analisi economica che prescinda dall’agricoltura. Egli era così condotto a riportare in luce la marxiana teoria della rendita contenuta nel terzo libro de Il Capitale. [32] Per quanto riguarda il sistema russo, industrialismo di stato significa allora anche che l’agricoltura sfugge allo Stato: «Dunque lo stato industriale, che deve patteggiare per comprare in campagna viveri sul terreno del ‘libero mercato ‘, mantiene la remunerazione della forza e del tempo di lavoro allo stesso livello dell’industria capitalistica privata. Si può anche dire che come evoluzione economica è, ad esempio, più vicina l’America che la Russia all’integrale capitalismo di Stato, dato che forse l’operaio russo per tre quinti del suo salario riceve alla fine del giro prodotti agrari, e invece quello americano per tre quinti prodotti industriali, e anche quelli alimentari li ha in gran parte (poveraccio) industrialmente scatolizzati (…) Ed allora non resta che concludere che la soluzione del fondamentale rapporto città-campagna, se drammaticamente evolve dalle millenarie caratteristiche asiatiche e feudali, è presentata nettamente come la presenta il capitalismo e nei termini classici in cui l’hanno sempre posta i paesi borghesi: vedere di far bene nello scambio tra i prodotti dell’industria e quelli della terra. ‘Questo sistema richiederà dunque un aumento notevole della produzione industriale ‘. Siamo proprio lì. Addirittura, con lo Stato immaginato per un momento assente, una soluzione ‘liberale’.» [33].

L’aumento notevole della produzioni industriale è stato l’aspetto più spettacolare del fenomeno russo. L’ideologia spettacolo di Stalin pretese che gli alti ritmi d’incremento dell’industria russa fossero appannaggio della pianificazione socialista, mentre il capitalismo dei monopoli sarebbe stato condannato in Occidente alla stagnazione a causa di una ‘legge del massimo profitto ‘. Il boom del capitalismo USA è stato una brutale risposta empirica alla follia staliniana. Ma la critica di Bordiga, rifiutando di fermarsi di fronte all’apparenza del ‘capitalismo monopolistico ‘, riaffermava la teoria e colpiva il vulcanismo della produzione di cui oggi è divenuta evidente la virulenza distruttiva.

«Bisogna ricordare quale sia la differenza che passa tra massa di profitto e massa di plusvalore, tasso di profitto e saggio di plusvalore, e quale sia l’importanza della legge di Marx, minuziosamente esposta al principio del III libro, circa la tendenza alla discesa del tasso di profitto medio. Capire, leggere! Non il capitalista tende alla discesa del profitto! Non il profitto (massa del profitto) scende, ma il tasso del profitto: non il tasso di ogni profitto, ma il medio tasso del profitto sociale. Non ogni settimana o ad ogni uscita del Financial Times, ma storicamente, nello sviluppo tracciato da Marx al ‘monopolio sociale dei mezzi di produzione‘ tra gli artigli del Capitale, di cui è scritta la definizione, la nascita, la vita e la morte.

Se tanto si afferra, sarà dato vedere come lo sforzo, non del singolo capitalista di azienda, figura secondaria in Marx, ma della macchina storica del capitale, di questo corpus dotato di vis vitalis e di anima, per dibattersi invano contro la legge della discesa del tasso, è solo, è proprio quello che ci fa concludere sulle tesi classiche che Stalin, tra lo smarrimento del mondo occidentale, degna di bel nuovo riabbracciare. Primo: inevitabilità della guerra tra gli stati capitalistici. Secondo: inevitabilità della caduta rivoluzionaria del capitalismo dovunque.

Questo sforzo gigante, con cui il sistema capitalista lotta per non affondare, si esprime nella consegna: produrre in crescendo! Non solo non sostare, ma segnare ogni ora l’aumento dell’aumento. In Matematica: curva della progressione geometrica; in sinfonia: crescendo rossiniano. E a tal fine, quando tutta la patria è meccanizzata, esportare. E saper bene la lezione di cinque secoli: il commercio segue la bandiera. Ma è questa, Djugasvili, la vostra consegna.» [34]

Il risultato a cui il boom del capitale nel secondo dopoguerra deve pervenire è, per Bordiga, nel 1952, la formazione del mercato mondiale.

«Da ogni lato dunque il mercato mondiale, di cui Stalin ha trattato, è il punto di arrivo.» [35]

Ma, è proprio quanto sta avvenendo negli anni i70.

 

  1. La difesa ostinata del Segreto del movimento operaio condusse Bordiga a porre, suo malgrado e al di là delle sue stesse intenzioni, la questione della fine del vecchio proletariato.

«Per noi la borghesia quando vinse condusse avanti il metodo scientifico critico e lo applicò con audacia dopo il campo a quello sociale. Scoprì e denunciò teorie oggi nostre: quella del valore ( il valore di una merce è dato dalla quantità di tempo di lavoro sociale che occorre a riprodurla) e del plusvalore (il valore di ogni merce contiene capitale anticipato e plusvalore: per la prima parte è restituzione, per la seconda guadagno ). E disse trionfante: se voi ammettete ( e lo ammette la stessa scienza di un secolo dopo) che le stesse fisiche leggi valgono per la nebulosa primitiva e per la nostra terra d’oggi, dovete ammettere che agli stessi rapporti sociali obbediranno tutte le società umane future: dato che l’intervento di Dio e del Pensiero puro lo espelliamo d’accordo da ambo i campi. Il marxismo consiste nel dimostrare scientificamente che invece nel cosmo sociale si svolge un ciclo che spezzerà le forme e le leggi capitalistiche, e che il cosmo sociale futuro sarà regolato diversamente». [36]

Nel momento storico in cui il dominio reale del capitale [37] appare come seconda natura, Bordiga è costretto ad affermare che l’uomo non è riducibile ad un prolungamento della natura e delle sue leggi, sicuramente non è riducibile alla rappresentazione della natura trasmessa spettacolarmente dalla scienza moderna [38]. Così Bordiga, diffamato come determinista, è stato davvero uno dei pochi che in Italia sia sfuggito al determinismo scientista borghese: lo si deve affermare nel modo più reciso, sulla faccia di professori di filosofia, vere merde di Stato, che scrivono manuali di logica come scienza positiva, sulla faccia di una sedicente nuova sinistra la quale, quando non continua a prosternarsi davanti alla mummia bruciata di Stalin e davanti agli osceni ritratti di Mao, svende la più reificata delle scienze, la scienza operaia.

Ma la critica bordighiana della scienza denuncia implicitamente i limiti del vecchio movimento operaio e della sua teoria, che pretese di essere scientifica.

«In quanto la filosofia della storia trasferisce le idee umanitarie come forze operanti nella storia stessa, facendo terminare quest’ultima col loro trionfo, esse vengono private dell’innocenza che è essenziale al loro contenuto. L’irrisione che si sarebbero eternamente screditate se l’economia, e cioè la violenza, non fosse stata con loro, è ancora quella per tutto ciò che è debole, e in essa i classici si sono identificati, senza volerlo, con l’oppressione che volevano abolire. nella filosofia della storia si ripete ciò che è accaduto col cristianesimo: il bene, che in realtà è abbandonato alla sofferenza, è travestito da forza che determina il corso della storia e finalmente trionfa. Viene divinizzato come spirito del mondo o almeno come legge immanente.» [39]

Su questa soglia, varcata la quale diviene obbligatorio domandarsi in quale misura il capitale, inglobando il proletariato, ne ha realizzato la teoria, Bordiga, ultimo rappresentante storico del vecchio movimento proletario, ambiguamente si ferma. Egli si trova così al limite fra due mondi, fra l’antica e la nuova rivoluzione. Con Bordiga il vecchio movimento operaio sicuramente muore, e quanto più egli appassionatamente ha negato questa morte, tanto più l’ha resa riconoscibile.

Passare attraverso Bordiga, diviene allora una possibile via per camminare liberamente oltre. Verso il vecchio o verso il nuovo? Né l’uno né l’altro, se è vero che la rivoluzione deve spezzare anche questa falsa alternativa.

 

  1. Solo il grande errore, il grande male, quando vengono tenuti fermi nella loro negatività, mantengono una promessa di bene. Solo la decisione tragica dell’individuo di non dimenticare la propria solitudine, tiene aperta la possibilità che si spezzi finalmente l’illusione di tutti di sentirsi uniti nell’orrore. Solo l’esistenza frammentaria del diverso, nella natura e nella storia, confuta la pretesa totalitaria della comunità, della Moltitudine unita nel Leviatano. Solo l’errore disperato, in labirinti dove non s’incontrano Arianne [39], trova l’attimo che, per un soffio, si sottrae al potere del Minotauro.

L’unica bellezza, in Bordiga, è la sua sconfitta apparentemente totale: ironicamente, essa suggerisce che forse potrebbe andare diversamente.

Sempre soltanto dalla bocca dei vinti è uscita finora, attraverso l’orrore della storia, una qualche bella verità.

E anche per ognuno di noi il momento della verità continua a essere questo male che, non più dissimulato, ci rivela a noi stessi. Questo male che non può più essere travestito come bene, non può più essere cristianamente goduto, e non può nemmeno più apparire come destino. E’ sempre il male degli altri, infatti, quello di cui si può untuosamente predicare il bene, di cui si può cinicamente indicare la fatalità ontologica. Ma il male che mi colpisce, che ti colpisce, è quello che tragicamente ci riconsegna all’innocenza. In questa innocenza è l’unica gioia che non sia stata finora una menzogna. Riconoscendoci innocenti, possiamo sottrarci al destino e riaprirci alla passione, riprometterci alla gioia. Il fatto è però che le bocche degli innocenti che soffrono, le bocche dei vinti innocenti, stanno quasi sempre chiuse, imprigionate dal bavaglio che il cristianesimo ha violentemente imposto agli eretici condotti al rogo, mentre schiamazzano intorno le bocche dei vincitori. Ma viene per tutti il loro turno, quello in cui adesso tocca a te tacere. Ogni essere vivente ha dovuto fare questa unica, radicale esperienza, così poco elitaria che è invece l’unica a tutti comune, eppure l’unica ogni volta sempre diversa. Il silenzio di ciò che può essere, è più forte di tutte le sacre parole di ciò che è.

«Io conosco solo un tipo di colpo di vento, capace di aprire di più le finestre delle case: la sofferenza comune (das gemeinsame Leid)» [40].

Nessuna positiva comunità può essere esaltata nel passato e nel presente, se non si vuole riconsacrare l’orrore. Pensare dialetticamente è ancora possibile soltanto se non si dimentica che è l’orrore pensato. L’affermazione della libertà non potrà essere dialettica. Ogni teoria del compromesso che, col pretesto di venire incontro ai bisogni presenti degli uomini, si fondi sulla mediazione e sul recupero positivo-dialettico del passato, è dentro il capitale. Il capitale, come la morte, ha divorato tutto il passato dell’umanità.

Senza la resurrezione dei corpi degli uomini di cui parla Norman Brown, che cosa ci rimane se non la beffa di un risarcimento dialettico-spirituale?

Eppure chi, di fronte alla realtà della morte, chi può dare oggi una risposta, che non sia la comune, disarmata, innocente, disperazione degli uomini? Se ogni idea di felicità è indissolubilmente legata, qui e ora, alla nostra vita, se la possibilità di spostare la presenza massiccia e opaca della morte si lega alla possibilità di cambiare la vita, e oggi, più semplicemente, alla possibilità di vivere? Come ha scritto Benjamin: «L’idea della felicità che possiamo coltivare è tutta tinta del tempo a cui ci ha assegnato, una volta per tutte, il corso della nostra vita. Una gioia che potrebbe suscitare la nostra invidia, è solo nell’aria che abbiamo respirato, fra persone a cui avremmo potuto rivolgerci, con donne che avrebbero potuto farci dono di sé». [41] Ma coloro che oggi pretendono invece di avere già la soluzione, qualunque essa sia, come fanno a non accorgersi che così stanno dalla parte del potere? La loro falsa sapienza, è troppo sicura di sé per non servire il fanatismo, che divide gli uomini di fronte al problema della morte per consegnarli uniti alla morte del capitale. La loro pretesa, prepotenza nei confronti dei vivi, suona irrisione nei confronti dei morti, che da troppo tempo preferiscono tacere. Possono certo nascondersi a se stessi, ma la presenza del potere è troppo minacciosa anche per loro, perchè alla fine la disperazione non erompa anche in loro, riconducendoli tremanti nel piccolo cerchio dove gli uomini da sempre scacciano il freddo battendo i piedi per terra. E se la terra è di ghiaccio, nulla è più opaco della loro sicurezza, della grande gioia falsamente esaltata in mezzo al terribile male del mondo presente, che spezza le ali anche ai paradossi di Chesterton. Come il finale c’est horrible di Teilhard de Chardin, sinistra dissonanza nel tam-tam trionfale dell’evoluzione. Come i sacrifici umani dell’ultima lettera di Pavese, lampo che illumina la livida desolazione dell’impegno politico. Come il giubileo dei rinnegati di Bloch (dove i rinnegati sarebbero i trotzkisti massacrati da Stalin), cinico autorinnegamento di ogni speranza messianica. Ma è sempre, sempre più orribile. Atei e credenti ottengono il solo risultato di incrementare la speculazione edilizia nei cimiteri, l’industria della morte all’ingrosso. In questo scolo di fogna, verso il quale siamo tutti diretti e che pretende di inghiottirci tutti, si versano i miasmi del loro dialogo e della loro lotta, infernali come quelli di ogni dialogo e di ogni lotta politica. I mattatoi razionali che scodellano la bistecca quotidiana, non sono diversi dall’organizzazione della sopravvivenza delle masse dalla culla alla tomba. Come esala dalla nausea di un operaio citato da Vaneigem: «Dal 1936 mi sono battuto per rivendicazioni salariali; mio padre prima di me, si è battuto per rivendicazioni salariali. Possiedo il televisore, un frigorifero, una Volkswagen. In totale non ho mai smesso di avere una vita da coglione». I sindacalisti, allevati dal sistema, sono ormai da tempo gli allevatori del bestiame proletario, che trattori e automazione hanno liberato dalla fatica soltanto per trasformarlo in bistecca nella bocca del niente. Simboli laici e religiosi, croce e progresso, rosso e nero, attestano gelidamente che il terrore della morte diventa epidemico quanto più si solidifica il divieto verso di essa. La fede mitica nella sopravvivenza, che ha sempre mascherato l’istinto di conservazione, tende oggi a coincidere con l’annichilimento. Come Marx ha scoperto, VERNICHTUNG e SELBSTERHALTUNG, distruzione e autoconservazione, si identificano nel capitale. Il teschio di quella scimmia che è l’homo sapiens, sembra affermare fin dall’inizio la pretesa di ridurre il mondo a se stesso, soltanto per distruggere il mondo. Nell’impero socialista del capitale, le metropoli non possono differire gran che dalle necropoli. I cadaveri di coloro che sopravvivono vengono imbalsamati, secondo l’osservazione di Schopenhauer, insieme ai loro escrementi. Anche l’apologo di Lenin, stando al quale nel socialismo le latrine saranno d’oro, serve a malapena a fare un po’ d’ironia sul socialismo del capitale, che per il momento a Mosca e a Pechino conserva il suo oro nei sotterranei blindati delle banche di Stato. Esso però dimostra nel modo migliore che anche il socialismo di Lenin non è mai uscito dalla civiltà del denaro-escremento, dalla civiltà della morte. Se il capitale, cosa non impossibile, riuscisse davvero a demonetizzare l’oro, proprio a Washington potrebbero essere costruite le prime latrine auree. Mostruosi mausolei dello sterco, esse rivelerebbero com’é stato affermato da Bataille e Norman Brown, che la civiltà è fondata sul divieto nei confronti della morte e degli escrementi. Cadaveri ed escrementi attendono invece di essere liberati dal fetore che lo spirito ha violentemente appiccicato alla loro innocenza. Fino a quando saranno imprigionati, come unica materia connettiva, nel termitaio socialista del capitale, essi continueranno a vendicarsi secondo la logica infernale del contrappasso. La fissazione anale, come ha scritto Adorno, corrisponde al fetore della cultura, che dopo il 1945 è stata ricostruita con merda di cane. Merda degli uomini-cani, perchè il cappio degli accalappiacani e le camere a gas sono le cifre della civiltà, cementata con gli escrementi emozionali delle vittime e degli aguzzini. Così la tendenza, nella caduta del saggio di profitto e nella RI-caduta del saggio degli escrementi rifiuti, è la terra fatta morta, deiezione del capitale. E forse ora l’unico sguardo ancora innocente su questa imminente fine di ogni vita, su questa inattesa e sorprendente morte di ogni morte nella morte assoluta, è la luce superstite che resiste negli occhi dei bambini piccoli, prima che le amorevoli coppie li arruolino nell’esercito dei consumatori, luce non più falsificabile da quando è stato svelato il loro erotismo represso dalla civiltà. Può servire, per scongiurare la catastrofe, lasciar fare ai bambini la loro unica semplice infantile domanda? Quelli che sono morti non hanno forse desiderato, morendo, che i corpi di quelli che sarebbero nati potessero vivere, almeno loro, la vera vita? Oppure no. Forse il pianto dei neonati denuncia oggi soltanto la malvagità delle diaboliche coppie che, col pretesto della sopravvivenza, col pretesto di metterli al mondo, distruggono il mondo. Ma, se proprio fosse così, allora l’unica risposta della vita rimarrebbe la rivolta disperata per la nuova innocenza.

Otto Rühle ha scritto: «Compromesso e controrivoluzione sono principio e fine di un solo sinonimo politico».

La rivoluzione nasce dallo scisma, dal rifiuto del compromesso, ma lo scisma radicale è quello che spacca il corpo di ogni individuo imponendo la scelta fra la morte nella sopravvivenza e la vita nella libertà. Nessuna diffamazione della rivoluzione, che pretende di servirsi a torto di Dostoievski, potrà mai separare l’orrore delle rivoluzioni del passato da quello del potere che le ha generate. Per quanto fossero scismatiche, lo scisma di quelle rivoluzioni non è mai arrivato a questo punto. Ma ora lo scisma della nuova rivoluzione si separa per sempre dal terrore, al quale invece persistono a rimanere attaccati coloro che difendono l’unità del Leviatano contro lo scisma della vita. Quando nel maggio ’68 la rivoluzione è emersa, chi poteva avere il coraggio disumano di stare dietro la bocca dei cannoni? Il corteo della quinta repubblica ha avuto l’impudenza di sfilare, soltanto dopo che partiti, sindacati e gruppi avevano dall’altra parte ripreso in mano la situazione, in un diabolico gioco delle parti. Il potere non ha paura del terrore, sa invece di essere finito per sempre nell’istante in cui lo scisma rivoluzionario spezza la connessione del terrore di tutti contro tutti. L’uso del terrore rende torbido lo sguardo e minacciosa la voce di quelli che raccontano di essere stati salvati da qualcuno e che pretendono di salvare gli altri. Il terrore è però inutile per chi vuole salvarsi da solo e vuole anzitutto salvare se stesso; solo così, come scrive Michelstaedter, è ancora possibile che tutti noi, insieme, per il comune amore, cerchiamo il bene.

Per dimostrare invece che non è possibile, Balthasar, non potendo citare Leopardi, cita Salomone. Ottimisti quando si tratta di trasformare nominalisticamente in bene l’atroce male presente, diventano pessimisti cosmici non appena si apre la possibilità che la disperazione, disarmata e innocente, si separi dal potere. Stregoni moderni, la loro magia modula sadicamente in urli di gioia gli urli di dolore delle vittime, e santifica in nome dell’onnipotente nascosto l’onnipotenza evidente degli aguzzini. Il pessimismo, ferocemente condannato in ogni disgraziato che si uccide, oggetto di derisione per atei e credenti, pecora rognosa cacciata dal gregge comunitario e precipitata nella morte eterna, si sublima poi nella divina saggezza dei mostri che tengono stretto nelle loro mani il destino comune e preparano la distruzione.

Chi muove queste obiezioni è però, in un mondo così pieno di salute, un malato. La nostra anormale incapacità di sopravvivere ci fa vedere la distruzione là dove c’è soltanto la santa sopravvivenza degli uomini comuni, benedetta da dio, sancita dalle leggi, razionalizzata dalle ideologie. Indemoniati del mondo moderno, dobbiamo essere paternamente curati dall’emarginazione, dal manicomio, dalla galera, e dall’assistenza comunitaria. Così, quando si tratta di noi, il socialismo lascia il posto all’ electroschock, le ideologie vengono sostituite dagli psicofarmaci, la sublime contemplazione di dio scende sulla terra del senso comune e diventa persino psicanalisi.

Nella storia di questo nostro mondo moderno è tuttavia avvenuto un fatto che si cerca inutilmente di falsificare, dopo aver cercato invano di espellerlo dalla memoria e dalla coscienza degli uomini. Nel 1918-1919 il comunismo era una possibilità e una promessa per l’Europa e per il mondo. Lo spazio di questa possibilità era allora la Germania. Il comunismo tedesco si era già allora separato dal terrore. Prendeva tanto poco ordini da Mosca, che era invece l’unico ostacolo di fronte al divenire burocratico del bolscevismo, il quale, se aveva già accettato Brest-Litowsk, non aveva però ancora represso Kronstadt. Non traeva la sua forza di convinzione dall’offerta di un potere da prendere, ma dalla possibile liberazione della vita delle masse e di ogni individuo umano. Per questo motivo fu allora ritenuto assolutamente necessario schiacciare questo mostro. Allora non si cercò il dialogo, ma ci si servì dei calci dei fucili. Chi vuole conoscere la natura del dialogo allora intrattenuto dal cristianesimo con quel comunismo, rilegga il commento di Barth all’epistola ai Romani, scritto in quel preciso momento storico. Rilegga, sul versante cattolico, i versi osceni e laidi, di qualche anno prima, Heureux ceux qui sont morts pour la patrie charnelle, heureux ceux qui sont morts pour la Cité de Dieu, scritti da Charles Peguy, che non solo volle per sé quel tipo di morte, ma cercò anche di imporlo agli altri uomini. Allora, non ci fu dialogo. Solo dopo, in nome del regresso antifascista, il cristianesimo dialogò con Stalin. E oggi, nel momento in cui la possibilità della rivoluzione appare di nuovo, il cristianesimo dialoga col ‘pensiero’ (?) di Mao e con la guerriglia del Terzo Mondo. Significa essere troppo ingenui se si domanda: a quale scopo? con quali intenzioni?

Le parole che furono dette nel 1918, socialismo o barbarie, si sono purtroppo realizzate. La barbarie si è realizzata, ma quelli che l’avevano prevista hanno fatto proprio tutto il possibile, prima, perchè non fosse così. La distruzione del primo comunismo tedesco nel 1919 è uno di quei fatti storici, che, data l’assoluta e indubitabile innocenza dei morti, escono negativamente senza bisogno di nessun capro espiatorio, dall’orrore della storia. I teologi sono pregati di provarsi a riflettere su questo ‘evento’ della storia moderna. La barbarie si è realizzata. E se nel 1919 fu detto: socialismo o barbarie, oggi, come è stato scritto su “Invariance”, si deve dire, prima che sia troppo tardi: riconciliazione dell’individuo con la comunità umana, o distruzione dell’umanità.

Questa non è, come forse si potrebbe obiettare partendo da Adorno, una scelta totalitaria imposta da una alternativa che esclude la libertà. Adorno ha osservato che se io devo scegliere di votare per due partiti, oppure di acquistare una Mercedes o una Ford, in realtà non sono libero. Non ho fra l’altro la libertà di non scegliere nessuno dei due. E’ una demistificazione del totalitarismo con la maschera democratica. Quanto al totalitarismo dei gruppi che si pretendono rivoluzionari, esso si sottrae d’acchito a ogni demistificazione, perchè è superiore a quello del sistema, più stupido di quello della pubblicità. Partecipate tutti al grande meeting che si svolgerà giovedì ore 21 al palasport!!! I loro orribili manifesti populisti-nazisti, non concedono nemmeno la falsa scelta, offerta da ragazze sorridenti, fra due partiti politici o fra due marche di automobili. Ma l’alternativa fra comunismo o distruzione dell’umanità non è la scelta che l’uomo astratto e separato, il cittadino o il consumatore, deve obbligatoriamente compiere fra due oggetti che gli sono esteriori. I termini stessi dell’alternativa si modificano nella misura in cui gli uomini ne divengono coscienti. Al limite, essa sarebbe completamente vera soltanto nel caso in cui sfuggisse completamente alla coscienza degli uomini. L’autodistruzione dell’umanità non è pensabile da nessuno: la sua realizzazione sarebbe anche la reificazione totale, di cui le guerre nel nostro secolo sono già un esempio. Gli uomini andrebbero lieti e fiduciosi, verso la morte assoluta. Ecco perchè l’ottimismo vitale, tanto esaltato da tutte le parti si identifica con l’accecamento. Ecco perchè la disperazione è l’unica promessa, dentro l’accecamento, di una redenzione possibile. Se però l’alternativa passa nella coscienza, essa si dissolve. Soltanto perchè la vita ci viene assolutamente negata e soltantomperchè vogliamo vivere, possiamo parlare della possibile distruzione di ogni vita. Il comunismo. che non è né uno stato presente o passato né un ideale che si offre agli uomini, e che può essere negativamente solo la produzione della coscienza, potrebbe uscire allora dall’alternativa come affermazione che non è più negazione della negazione. Invece, una negazione della negazione che non trapassa in posizione, sarebbe soltanto l’ultima dignitosa teoria del compromesso riformista. Infatti Adorno fa sua la tesi di Nietzsche, che la marcia verso la barbarie non si può impedire ma solo ritardare. L’ovvia risposta non è soltanto quella che Adorno stesso ha dato: la barbarie si è realizzata. La caduta del capitale non è infatti infinita. Soltanto se lo fosse, avrebbe un senso ritardarla. Il tempo del capitale è il tempo quantità, il tempo dell’orologio. La caduta del capitale coincide con la sua durata, e la sua durata è misurabile. Le curve e i diagrammi di Bordiga hanno, per questo motivo, un profondo significato, che va ben al di là del determinismo delle scienze. La caduta del capitale non può essere ritardata, deve essere bloccata. Bloccarla vuol dire eliminare il capitale. Il riformismo migliore non lo ha mai capito. L’ Ewigkeit, che Marx ha riconosciuto nel capitale, è l’eternità del valore autonomizzato, della materia inerte. Il capitale ha in sé un solo infinito: l’infinito della nostra morte assoluta.

Gli occhi della generazione che si avvicina a quello che una volta era il mezzo, nel cammino della nostra vita, hanno fatto in tempo a vedere, non appena si sono aperti su questo mondo, l’ultima guerra di Troia. La guerra planetaria dei fascisti e degli antifascisti. L’inferno che nemmeno Bosch potrebbe immaginare. Il mio primo ricordo è il pane fatto di pietre macinate della tessera fascista. I lamenti dei moribondi nella casa di fronte, chiusi nella cantina sotto le bombe americane. La disperazione della portinaia della casa in cui abitavo, che cerca per quindici giorni il figlio di diciassette anni, assolutamente estraneo alla politica, ucciso a colpi di bastone dai liberatori scesi dalle montagne, trovato in mezzo a un mucchio di cadaveri morti come lui, innocenti come lui, con la bocca chiusa per sempre come la sua. Nati in questo assoluto regresso di ogni progresso, buttati su questo binario morto della storia, non potremo mai liberarci senza negare il tempo di cui siamo figli. Come il proletariato, Auflösung dell’ordine cosmico (Weltordnung), il quale non avrebbe dovuto avere patria, così noi non abbiamo padre, non abbiamo madre, né fratelli, né sorelle, né casa, né famiglia. Proprio come il suicidio di Benjamin, che non ha cercato la libertà dagli sgherri nazisti, ma una infinitamente diversa libertà. Adorno non è rimasto invece fedele al negativo, quando ha giustificato sui boia nazisti quella positiva vendetta, poi denunciata nelle rivolte cieche degli oppressi. Nessun meglio sarà mai possibile, se prima le bocche chiuse dei morti innocenti non possono aprirsi, per dire a tutti gli uomini che il peggio è avvenuto. Non c’è un male, non c’è un bene, fra cui scegliere, nel mondo in cui siamo precipitati. Dunque quelli che prima hanno vinto, nella trappola totalitaria della storia, sono sempre stati il peggio. I vincitori hanno fatto un macabro commercio con i campi di concentramento nazisti. Gli uomini morti nei loro campi di concentramento, soffocati nelle cantine delle metropoli bombardate, quelli di Dresda, quelli delle fogne della comune di Varsavia, quelli di Hiroshima, e gli algerini e i malgasci del 1945, e la moltitudine immensa degli altri, fino ad oggi, fino al Vietnam russo-cinese-americano, non fanno parte del genere umano. Anche con questi morti silenziosi sono state invece solidali le sinistre comuniste. Amadeo Bordiga, Anton Pannekoek, Otto Rühle, hanno rotto con il totum-totem della storia, quando, contro la prassi storica vittoriosa, hanno voluto rimanere fedeli a questa piccola verità, che i proletari non hanno patria, che i proletari non debbono uccidersi fra di loro. Il movimento proletario è morto, ma le sinistre comuniste hanno trasmesso agli uomini schiavi del capitale una luce per la libertà. Adorno è stato solidale con la metafisica, non ha però voluto essere solidale con questo movimento, nell’attimo della sua caduta. Più della trascendenza e dell’arte negativa, la morte del movimento proletario illumina gli uomini e le cose.

da http://www.avantibarbari.it

Domenico Ferla, Amadeo Bordiga: la fine del movimento operaio (1973) was last modified: settembre 2nd, 2015 by glianni70.it

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