Documenti del movimento studentesco bolognese (1967-1969)

Documenti del movimento studentesco bolognese (1967-1969) Documenti del movimento studentesco bolognese (1967-1969)

documenti del Fondo “Artemio Assiri”

IL MOVIMENTO STUDENTESCO

PERCHE’ OGGI E’ NECESSARIO INTENSIFICARE LA LOTTA?

Gli studenti dell’ateneo bolognese hanno espresso con le loro lotte un deciso rifiuto di qualsiasi proposta cogestionale. I vari Cdf invece nel tentativo di riportare indietro le lotte a forme di partecipazione e collaborazione subordinata, e tutto intero il corpo accademico, rifiutando qualsiasi confronto di massa con gli studenti, hanno abdicato alla loro funzione istituzionale. Tutto ciò ha reso chiaro che l’università non è una grande famiglia in cui gli interessi di tutti siano conciliabili intorno a un tavolo, in una trattativa anche lunga e laboriosa, ma che gli interessi erano e sono antagonistici, e in questo senso fuoriescono dall’ambiente universitario. D’altra parte le occupazioni non si rivelano lo strumento decisivo e più forte in mano agli studenti. La situazione di stallo testimoniava che i Cdf avevano ben pochi interessi diretti nei diversi istituti universitari, ed erano invece solo un apparato burocratico di gestione amministrativa. L’occupazione non era inutile ma era un primo e fondamentale momento di autorganizzazione, di presa di coscienza e di chiarimento politico degli studenti.

SIGNIFICATO DELL’OCCUPAZIONE DEL RETTORATO

A questo punto l’occupazione del Rettorato rappresentava il primo momento di unificazione delle lotte a livello di ateneo. Unificazione che non avveniva su basi solidaristiche, ma sulla piena chiarificazione degli obbiettivi, del loro significato comune e della necessità di attaccare i veri centri di potere. Di fronte a questo atto le forze politiche della città e del paese prendevano per la prima volta posizione ufficiale in riferimento ai problemi suscitati dagli studenti. Interrogazioni parlamentari, contatti diplomatici, intervento della magistratura, ecc. testimoniano che tutte le forze della società civile erano state toccate e coinvolte. Il potere che si era andati a colpire non era solo il potere universitario, ma era un potere più generale, cioè potere politico e istituzionale. Quindi l’occupazione era rottura di equilibri istituzionali generali e legalitari e apriva lo spazio concreto per al repressione attraverso l’intervento della magistratura, l’interpellanza parlamentare del senatore veronesi, la diffamatoria campagna di stampa del “Resto del Carlino”-

RIFORMA SULLO

Questa riforma rappresenta il tentativo governativo di ingabbiare in istituti cogestionali tutte le frange di dissenso che un anno di lotte studentesche hanno evidenziato. E’ chiaro quindi come questo piano possa passare solo e unicamente col consenso degli studenti e quindi in una situazione di “pace sociale”. In questo senso il piano Sullo prevede la ricostituzione dei Consigli di Facoltà – da organi di tetra conservazione ad organi di illuminata e paternalistica apertura. Ma nel momento in cui gli studenti chiedono concreti cambiamenti delle loro condizioni materiali questi stessi consigli perdono qualsiasi funzione. In questa logica si spiega il fatto che da una parte si siano dati latitanti e dall’altra parte abbiano potuto semplicemente proporre un ritorno alla situazione iniziale.

IL CONFRONTO POLITICO DI MASSA HA VERIFICATO LA VALIDITA’ DI QUESTO DISCORSO E HA CONFERMATO LA DISPONIBILITA’ ALLA LOTTA DI TUTTI GLI STUDENTI. DA QUI BISOGNA PARTIRE PER ANDARE AVANTI E COLPIRE AL MOMENTO GIUSTO E NEL PUNTO GIUSTO.

L’OBBIETTIVO COMUNE DI LOTTA SONO ALLORA I CENTRI DI RICERCA COME CENTRI DI POTERE CONOMICO E POLITICO DI QUELLE FORZE CHE NELLA SOCIETA’ PERPETUANO IL DOMINIO DI CLASSE.
CONTRO QUESTE FORZE BISOGNA COMBATTERE PER ARRIVARE ALLA VITTORIA

HASTA LA VICTORIA SIEMPRE!

Movimento Studentesco

Bologna 11 febbraio 1969

RELAZIONE DEL COLLETTIVO DI LETTERE E FILOSOFIA ALL’ASSEMBLEA GENERALE

La Facoltà di Lettere e Filosofia è stata occupata dal Movimento studentesco il 27 gennaio 1969 sulla base di questa mozione approvata a stragrande maggioranza dall’Assemblea generale degli studenti della Facoltà:

“L’Assemblea degli studenti di Lettere e Filosofia, riunita il 27 gennaio 1969, individuando nella prova scritta e nei preesami di Italiano una forma di selezione tendente ad appurare una formazione professionale tale che perpetui e consolidi l’attuale assetto socio-economico fondato sull’oppressione delle classi sfruttate, preso atto del rifiuto posto dal prof. Spongano alla proposta di abolire la prova scritta ed i preesami di Italiano e di considerare come prive di ogni valore discriminatorio le prove scritte già sostenute nella presente sessione, decide l’occupazione della Facoltà a tempo indeterminato:
I) Al fine di esercitare sul Consiglio di Facoltà una pressione tendente alla abolizione di tutti i suddetti preesami in quanto discriminatori.
II) Al fine di aprire una fase di discussione fra tutti gli studenti sui problemi della selezione e della destinazione professionale.
III) Al fine di permettere un dibattito ed una presa di posizione sul piano di riforma Sullo.”

La decisione di occupare la Facoltà costituiva lo sviluppo conseguente del lavoro politico svolto in precedenza all’interno della facoltà e che si era articolato in interventi alle lezioni e agli appelli delle prove preliminari e tendeva a porre in evidenza il contenuto ideologico e la dinamica selettiva dell’insegnamento universitario in generale e di alcune delle sue infrastrutture didattiche in modo particolarmente manifesto.
All’interno della Facoltà occupata il lavoro si sviluppava nelle seguenti direzioni:
1) Significato politico del piano Sullo nel quadro generale dello sviluppo della lotta di classe nel paese.
2) Analisi della funzione professionale del laureato in Lettere e Filosofia e collegamento pratico con tutte le forze in lotta all’interno della scuola (studenti medi, insegnanti medi, docenti universitari subalterni).
3) Collegamento e partecipazione alle lotte operaie.
La risposta del consiglio di Facoltà giunta a conoscenza degli studenti attraverso gli organi della stampa cittadina era così articolata:
“Il Consiglio della facoltà di Lettere e Filosofia nell’esercizio delle sue responsabilità verso tutti gli studenti, posto di fronte ad un’occupazione che interrompe la vita della Facoltà e che non solo impone di fatto l’interruzione degli esami di profitto e di laurea mettendo in rischio l’appello invernale, ma rende anche impossibile il proseguimento della sperimentazione didattica, già avviata con gli esami mensili e i seminari, fa presente agli studenti impegnati nel rinnovamento dell’università che la pressione dell’occupazione in atto impedisce ogni discussione sulle modalità della prova scritta di Italiano come di qualsiasi altro esame, e riafferma il proprio convincimento circa l’indispensabilità della suddetta prova scritta, la quale non è in alcun modo discriminatoria. La Facoltà ricorda ancora una volta che la sede istituzionale per la discussione di ogni problema che concerne i suoi ordinamenti interni è costituita dal Consiglio di Facoltà allargato, al quale la componente studentesca è stata ripetutamente e vanamente invitata a partecipare con proprie qualificate rappresentanza.”
Ci troviamo ora di fronte con questo documento ad una chiara testimonianza di un atteggiamento preciso della classe accademica che viene sempre più nettamente a definirsi e a manifestarsi: oggi gli accademici non si presentano più nei panni degli arcaici baroni puntigliosi difensori del privilegio personale, ma come controparte politica coerente, compatta e consapevole.
Per comprendere in tutto il suo significato politico la risposta del CdF – così come l’atteggiamento del CdF di Ingegneria nei confronti della lotta dei compagni di quella Facoltà – è necessario considerarla all’interno di un contesto politico generale.
La situazione attuale è caratterizzata dal fatto che il potere politico (espressione di un equilibrio, precario, fra le varie forze interne al capitale) si muove su due direzioni fondamentali: da una parte avanza proposte riformistiche che tentano di occultare le contraddizioni più immediate ed evidenti, dall’altra attua una repressione sempre più violenta nel tentativo di intimidire e di distruggere, anche fisicamente, le avanguardie di massa nate nel corso delle lotte passate, di separarle e contrapporle alle masse, di imporre alla masse stesse le riforme.
In questo senso il piano Sullo si caratterizza come riforma repressiva, in quanto esprime il tentativo di isolare il Movimento studentesco dal contesto generale della lotta di classe: infatti, proponendo in forma mistificata l’attuazione di alcune delle richieste avanzate dal Movimento l’anno passato, mira ad imporre ad esso la cogestione pacificante in una università divenuta un tranquillo “ghetto d’oro” separato dalle contraddizioni che si sviluppano nella società capitalistica. Nulla di più dunque che l’ipotesi di una università riformata che occulti temporaneamente le proprie contraddizioni specifiche.
La comprensione di quest’analisi richiede una autocritica profonda da parte del movimento studentesco rispetto ad alcuni punti del discorso politico proposto lo scorso anno. In particolare ciò significa rifiutare come risolutivo e funzionale al momento attuale della lotta l’obiettivo della ristrutturazione didattica, che aveva costituito l’asse portante dell’intervento politico dell’anno passato.
A questa presa di posizione del CdF, l’Assemblea Generale degli studenti ha risposto con questa mozione approvata a larghissima maggioranza:
“L’Assemblea della facoltà di Lettere e Filosofia riunitasi il 31/1/69, avendo preso coscienza del fatto che l’atteggiamento duramente repressivo ed intimidatorio del CdF copre in realtà il tentativo di isolare e separare l’avanguardia dalle masse studentesche, per fare poi passare la cogestione al potere autoritario e la riforma Sullo tendente al controllo sugli studenti ed alla subordinazione sempre più stretta, ritiene che solo intensificando la lotta e generalizzandola a livello d’Ateneo, si possa battere la repressione in atto e la volontà riformistica che dietro a tale repressione si nasconde.
L’Assemblea decide pertanto l’occupazione degli istituti della Facoltà e delle Biblioteche a tempo indeterminato.
Coordiniamo la lotta delle singole Facoltà.
Proponiamo la convocazione di un’Assemblea d’Ateneo.”

L’intensificazione della lotta a livello di Facoltà ha trovato una puntuale verifica nella convergenza con la necessità di allargamento dello scontro riscontrata dal Movimento in tutte le altre Facoltà occupate, con la necessità cioè di rispondere adeguatamente al disegno generale del corpo accademico che tenta, compatto, di imporre al cogestione, sulla linea della riforma Sullo.
Sulla base di queste esigenze politiche il Movimento ha trovato un importante momento di unificazione che si è attuato praticamente nell’occupazione del Rettorato. Questa occupazione rappresenta un momento concreto di radicalizzazione del conflitto a livello di ateneo volto ad impedire mediazioni di qualsiasi tipo che possano creare le premesse per il passaggio della cogestione e della riforma Sullo.
Con queste motivazioni il Collettivo di Lettere e Filosofia ha discusso e approvato la seguente mozione:
“L’Assemblea degli occupanti di Fisica, Lettere, scienze Biologiche, senza sovrapporsi all’esigenza montante di forme più radicali di lotta, decide di occupare il rettorato dell’università bolognese come risposta ad un’operazione politica mistificatoria tesa a presentare il senato accademico e la sua sede come terreno neutro di arbitrato tra gli studenti e i CdF. Questa operazione tende a ripresentare e a ricostruire una forza politica “super partes” come terreno di risoluzione pacifica degli eventuali dissidi che si presentano all’interno dell’università. Questa neutralità dell’organismo universitario non esiste ed è stata svelata e sconfitta da un anno di lotte studentesche, e non sarà permesso ad alcuno di ricostruirsi una verginità di neutro gestore della istituzione universitaria. A partire da questa occupazione le assemblee si impegnano a convocare le assemblee generali di facoltà per discutere il significato politico di questa occupazione del Rettorato e la prospettiva di una ulteriore intensificazione della lotta. Per questo si propone una giornata di lotta a livello di ateneo, che si concretizzi in una assemblea generale di tutte le facoltà in lotta e che, partendo dalle esperienze pratiche delle singole situazioni, sia in grado di attuare una sintesi politica e di individuare obbiettivi unificanti nella direzione della intensificazione della lotta al piano Sullo. Questa assemblea dovrà tenersi mercoledì 5 febbraio 1969.”

MOVIMENTO STUDENTESCO E PIANO SULLO

PREMESSA
Il “piano Sullo”, come tutti i piani precedenti (vedi Gui-Codignola e Scaglia-Leone), si presenta come (a) un tentativo di “aggiustare” una università che fa acqua da tutte le parti, e come (b) una risposta alle lotte che gli studenti vanno conducendo contro le strutture della scuola e della società.
Ci interessa prendere soprattutto in esame il punto (b) per vedere quale tipo di scelte politiche sta alla base del piano stesso.

1. UNIVERSITA’ E SOCIETA’
Su questo problema fondamentale l’analisi del Movimento studentesco è stata chiarissima: l’università –e la scuola in generale- si presenta oggi in Italia come un’istituzione strettamente legata alle esigenze di chi detiene il potere politico ed economico, cioè dei grossi capitalisti. Università di massa significa proprio questo: che l’istruzione universitaria mira soltanto a creare dei “tecnici”, senza alcuna capacità critica, da utilizzare direttamente nel processo produttivo con mansioni puramente esecutive. ALL’UNIVERSITA’ NON SI ELABORA E NON SI COSTRUISCE LA “CULTURA”, MA SI SUBISCE UN INDOTTRINAMENTO IDEOLOGICO IN FUNZIONE DEL MANTENIMENTO E DELLA RIPRODUZIONE DEL SISTEMA SOCIALE ESISTENTE. Lottando contro questa situazione oppressiva che vede lo sfruttamento del lavoro intellettuale in funzione degli interessi capitalistici, il movimento studentesco impone il rovesciamento di questa logica usando l’università contro il sistema degli interessi costituiti.
Invece il piano Sullo, mentre nell’articolo 1 tenta di mistificare la realtà di fatto parlando di “autonomia” dell’università, negli articoli 2 e 9 prevede dei rapporti strettissimi sia con le strutture economiche del sistema (confronta il decentramento e l’istituzione di nuove facoltà dove lo sviluppo capitalistico necessita di forza-lavoro specializzata), sia con le strutture politiche esistenti (vedi la struttura degli “organi di governo”, con al vertice il consiglio Nazionale Universitario; vedi, inoltre, i rappresentanti della Regione, della Provincia, del Comune e della camera di Commercio che dovrebbero far parte dei Consigli di Ateneo e della Giunta).

2. POTERE E PARTECIPAZIONE
La prima parola d’ordine del M.S. durante le lotte dello scorso anno era stata “POTERE STUDENTESCO”. Gli studenti, intellettualmente espropriati in modo sistematico, richiedevano di poter fare finalmente in prima persona tutte quelle scelte politiche e culturali che sono sempre state (e sono ancora) fatte sulla loro pelle da un ristretto numero di accademici. Ma il discorso del M.S. non si limitò al piano delle rivendicazioni più o meno sindacali che riconobbe subito come obbiettivi facilmente integrabili: si presentò fin dall’inizio come un discorso politico generale nel momento stesso in cui riconosceva nell’antiautoritarismo accademico un’espressione dell’autoritarismo esistente a tutti i livelli della nostra società classista e violenta.
Oggi le risposte alla nostra lotta politica non sono diverse da quelle paternalistico-autoritarie che ci vennero fatte l’anno scorso dai professori più o meno progressisti della nostra facoltà.
Ancora una volta ci viene proposta una “partecipazione” completamente priva di potere alla gestione dell’università. (Detto per inciso, già l’anno scorso si disse che l’unica proposta ragionevole che poteva essere fatta per ristabilire realmente i rapporti di parità fra le varie componenti universitarie era quella di trasformare i vari organismi universitari, come i consigli di facoltà, i consigli di corso ecc., in assemblee generali nelle quali insieme a tutti i professori di ruolo fossero presenti anche tutti gli assistenti e incaricati e tutti gli studenti). Ancora una volta, ciò che è più grave si tenta di soffocare la spinta eversiva del movimento studentesco nelle acque stagnanti della burocrazia rappresentativa. (Quanto poi all’alternativa che viene lasciata alle decisioni degli studenti circa l’istituzionalizzazione o la non-istituzionalizzazione delle rappresentanze studentesche negli organismi universitari, non si fatica a comprendere che si tratta di una falsa alternativa: E’ FINT ROPPO FACILE NON ISTITUZIONALIZZARE IL NOSTRO NON-POTERE.

3. LA DIDATTICA
Anche dal punto di vista della didattica la situazione rimane sostanzialmente immutata e non si tiene alcun conto della critica rivolta dagli studenti nei confronti di esami, piani di studio, ecc. Ogni possibile cambiamento viene demandato ad organismi nei quali gli studenti o non sono presenti (vedi CNU) o sono presenti in minoranza predeterminata.
Ancora una volta una prova concreta che se gli studenti vogliono ottenere dei mutamenti anche parziali devono condurre la loro lotta al di fuori di ogni schema istituzionale.

CONCLUSIONE
Chiunque abbia un minimo di esperienza di lotte studentesche comprende bene come, in ultima analisi, anche questo “piano di riforma” rientri nel più vasto disegno dello stato borghese di rimettere ordine laddove si è aperta una contraddizione mediante la tradizionale politica del bastone della carota. Così, mentre da un lato esso con i manganelli e con i mitra interviene a reprimere le lotte degli operaie  degli studenti, dall’altro tenta con una riforma quanto mai generica e superficiale di rimettere in sesto una situazione universitaria ormai putrescente. Ma tutti i tentativi (destinati sicuramente a fallire, non fosse altro per la loro ingenuità) di rendere l’università ancora più funzionale all’economia neocapitalistica troveranno sempre gli studenti pronti a respingere ogni mistificazione e ad attuare –nella pratica- un uso anticapitalistico dell’università. Vale a dire adoperare l’istituzione alla quale sono legate in misura sempre crescente le sorti del tardo capitalismo come il luogo in cui si svolge il primo atto di una lotta che condurrà al rovesciamento totale del capitalismo stesso.

Documento di lavoro della Facoltà di Magistero, da Che Fare, N. 5/1969

SCIENZA, TECNICA, INDUSTRIA

Nell’attuale periodo di sviluppo della società capitalistica, o meglio del capitale, esiste una catena integrata e continua a livello di utilizzo della fase produttiva e della divisione del lavoro tra la scienza, la tecnica e l’industria. Esaminando questo tipo di problema emerge come fatto sostanziale appunto la divisione del lavoro.
Infatti alla scienza viene chiesto di scoprire nuove realtà fattuali, intendendo qui come realtà fattuali sia la possibile estensione dell’universo tecnologico attraverso nuove selezioni fra le componenti dell’universo tecnologico preesistente (ad esempio i transistors), sia il “successivo” utilizzo di nuove realtà fisiche (ad esempio le onde hertziane, la radioattività, ecc.). Il ruolo che gioca questo ampliamento dell’universo tecnologico è, nell’attuale momento di sviluppo della fase produttiva, evidente: si tratta di creare nuovi canali di consumo e nuove tecnologie, al fine di rimandare o addirittura evitare le crisi altrimenti implicite nel sistema.
Alla tecnica viene invece demandato un compito diverso. Si tratta di agire su questo ampliamento della realtà fattuale specificando concretamente dalla larga generalità dei fatti fisici le utilizzazioni congruenti e/o necessarie alla preesistente struttura economico-produttiva. E’ opportuno a questo proposito notare l’uso del termine “utilizzazione congruente”: non è infatti meccanico il passaggio dalla fase della scoperta di nuove realtà fattuali alla fase più propriamente tecnologica (ad esempio i problemi dei monopoli). Inoltre la tecnica deve occuparsi di fissare le procedure o i “protocolli” con cui costruire concretamente l’oggetto tecnologico.
Infine all’industria, in realtà la classe operaia, viene chiesto di utilizzare concretamente questi protocolli per costruire gli oggetti.
I tre diversi momenti sopraddetti si distinguono quindi per salti qualitativi all’interno della stessa catena. Mentre infatti l’operaio agisce sulla realtà fattuale solo attraverso protocolli fissati di comportamento, il tecnico agisce nel senso invece di dare una specificazione alla realtà fattuale; il ricercatore deve infine ampliare questa realtà fattuale.
Non si deve tuttavia concludere che questi tre momenti, ben distinti a livello teorico, lo siano altrettanto nella prassi, ovvero che alla divisione logica corrisponda una rigida divisione dei compiti produttivi. E’ questa per esempio la problematica dei tecnici intermedi, della ricerca applicata, ecc. Inoltre tende a scomparire anche al divisione logica tra i diversi momenti, perché ormai al specificazione della realtà fattuale, cioè il momento tecnico, viene effettuata mutando metodi e protocolli dal momento produttivo, mentre a sua volta la ricerca assume e utilizza gli strumenti e le procedure fino ad allora utilizzati nella tecnica. Avviene pertanto la nascita del lavoro di gruppo con correlata divisione del lavoro ed utilizzazione dei metodi di produzione industriali alla ricerca, anche a quella cosiddetta “pura”, e la scomparsa della figura del libero professionista, ecc.
Per esprimere in breve questo processo basta dire che si sta assistendo alla proletarizzazione del lavoro intellettuale, che,  come abbiamo visto, avviene su due piani: uno in cui si distrugge la distinzione logica e metodologica tra i vari momenti, e l’altro, anche più concreto, in cui l’appropriazione del risultato del lavoro sui diversi momenti viene ad essere effettuata nella stessa maniera.
Ora questo tipo di esame è evidentemente viziato dal fatto che è ad un puro livello descrittivo, fenomenologico, quindi limitato. Esso va integrato con un’analisi a livello più profondo: in pratica, cioè, bisogna esprimere su questa tendenza anche un giudizio ed una scelta politica. Occorre vedere qual è a livello di lotta di classe il riflesso del precedente esame.
I punti principali sono due:
a) Avviene e si svolge una solidarietà reale tra coloro che sono impegnati nei vari momenti produttivi;
b)  viene creata, allo scopo di evitare questa solidarietà, una falsa coscienza di classe.
Quindi proprio nel momento in cui dallo sviluppo delle forze produttive si verifica, a livello sociale, la divisione del lavoro, si tende a creare una falsa coscienza di massa, per eliminare il pericolo che il nuovo proletariato prenda coscienza di sè.
Risulta ovvia quale sia la prospettiva di intervento politico: dare coscienza reale al nuovo proletariato. Naturalmente si suppone che esista già, nel vecchio proletariato, una coscienza di classe, con cui confrontarsi, e una lotta politica condotta dal proletariato stesso, a cui unirsi. Qualora questa coscienza e questa lotta manchino, non è che il processo di gestione di un nuovo proletariato non provochi tensioni e difficoltà, come le agitazioni studentesche negli Usa; ma queste vengono riunite a livello di falsa coscienza e quindi non possono sfuggire al destino di una rigida integrazione al sistema.
Ora, per quello che riguarda il problema universitario, si deve notare che una lotta a tale livello si manifesta, per quanto concerne il tipo di intervento precedentemente accennato, come singolarmente attiva e critica. E’ infatti anche e soprattutto nell’Università che si dà una falsa coscienza; è qui proprio che si costruisce il nuovo tecnico. Ciò avviene sia attraverso l’insieme dei mezzi operativi di cui il futuro tecnico viene fornito, sia con i limiti culturali e sociali di cui questa formazione viene avvolta.
Occorre quindi:
1) demistificare fino in fondo il mito della divisione culturale e della chiusa aristocrazia delle culture specifiche e proporre una cultura critica e rivoluzionaria, nel senso di potere essere in grado di meditare su sé stessa e sull’utilizzo che ne viene fatto; è necessario cioè un momento totalizzante di costruzione ed uso di questa cultura (è in questo senso che prendono ragione i controcorsi e le altre iniziative analoghe);
2) lottare contro la produzione di tecnici immediatamente omogenei al processo produttivo, perché questa lotta tende a garantire il futuro tecnico dallo sfruttamento, con una generale forma di difesa ed offesa del proletariato.
Il punto essenziale è il collegamento con le forze proletarie; esso, a livello universitario, può avvenire qualora le lotte stesse si intendano come un modo per cominciare a dare alla nuova classe coscienza di sé, con l’appoggio esplicito del proletariato, e, a volte, con subordinazione alle lotte più generalmente condotte dal movimento operaio.

R. Bergamini, B. Giorgini, A. Cristallini

Nell’occupazione dell’Istituto di Fisica di Bologna, 15 dicembre 1967

ISTITUZIONI DI DIRITTO ROMANO
STUDIO DOGMATICO INUTILE SELETTIVO

E’ assurdo pretendere di fornire un’immagine attendibile della realtà normativa del Mondo Classico senza il possesso di strumenti esegetico-critici che presupporrebbero una specifica preparazione storico-filologica.

L’eredità romanistica nel diritto moderno ha subito tanti e tali viluppi (elementi di origine corporativa, diritto comune, elementi di derivazione canonistica, legislazione di ispirazione giusnaturalistica, istituti tratti dalla nuova realtà dei traffici, dalla forma giuridica di organizzazione del capitalismo industriale) da apparirci ormai logora ed inutile come propedeutica formativa per la comprensione degli istituti giuridici vigenti.

L’insegnamento del Diritto Romano si basa sulla conoscenza della lingua latina e si pone al vertice di una gerarchia selettiva che tende ad escludere dalla facoltà la maggioranza dei giovani che escono dalle scuole medie superiori.

IL MOVIMENTO STUDENTESCO per questi motivi, ed oltre ad essi per espandere il tempo di lavoro sociale e di autoeducazione politica degli studenti CHIEDE L’ABOLIZIONE DELL’INSEGNAMENTO DELLE DISCIPLINE ROMANISTICHE ISTITUZIONALI;
IL MOVIMENTO STUDENTESCO non è disponibile sull’argomento per alcuna contrattazione nŠ presenta progetti alternativi come formulazione di piani di studio, perché RIFIUTA LA CATTURA COGESTIONALE;
IL MOVIMENTO STUDENTESCO SI IMPEGNA AD ATTUARE FORME DI LOTTA CHE RENDANO IMPOSSIBILE, da parte degli accademici, L’ELUSIONE DEL GRAVE PROBLEMA DIETRO IL PARAVENTO BUROCRATICO DELLA ECCEZIONE DI INCOMPETENZA

Volantino del Movimento studentesco di Giurisprudenza, s.d.

STUDENTI

L’assemblea generale degli studenti di Lettere e Filosofia, riunitasi il 24/1/69, ha proceduto all’analisi dei fatti accaduti il 22/1/69 durante lo svolgimento del preliminare scritto d’Italiano. Alla richiesta di uno studente di porre in discussione il significato della prova stessa, il professor Spongano, come unica risposta, sospendeva la prova e si allontanava. Veniva poi comunicato che essa si sarebbe svolta il giorno 30. L’Assemblea, senza prendere in considerazione l’atteggiamento autoritario del professor Spongano, e senza soffermarsi sull’inutilità evidente dell’intera prova nel suo complesso (quest’esame infatti si propone come ripetizione delle procedure didattiche della scuola secondaria e del preliminare di Letteratura), ravvisa questo episodio come un esempio estremamente chiaro della contradditorietà del criterio selettivo che contraddistingue la pratica burocratica dell’esame come tale. Infatti esso, in qualsiasi forma si presenti, rivela il carattere autoritario e repressivo della struttura universitaria che rispecchia precisi obbiettivi di elezione falsamente meritocratica, fondati in ultima analisi su una concezione classista dello Stato e della società. Tale concezione tende non solo a dividere gli studenti col falso giudizio del merito, tra una élite ristretta che avrà la capacità e il potere di produrre cultura e ideologia (creando ad esempio per essa seminari, collegamenti editoriali, ecc.) e una massa subalterna e dequalificata che porterà nelle scuole nozioni e cultura basate su questa divisione fra chi comanda e sa e chi non comanda e non sa. Riprodurre cioè fra gli allievi i medesimi metodi e strumenti autoritari e discriminatori nei confronti soprattutto dei figli dei contadini e operai e ceti subalterni, riproducendo e confermando la divisione in classi.
L’ASSEMBLEA quindi
1) Chiede l’immediata abolizione della prova scritta come delle altre prove preliminari.
2) Propone inoltre come obbiettivo, nel quadro della contestazione dell’esame, la abolizione delle altre prove immediatamente discriminatorie.
3) Esige all’interno della Facoltà lo svolgimento di un ampio dibattito sull’esame e sulla qualificazione e destinazione professionale del laureato di Lettere e Filosofia.

Volantino del Movimento Studentesco di Lettere e Filosofia, s.d.

SCHEMA DI LAVORO DEL CENTRO STAMPA

Il centro stampa è un’attività politica ed un momento immediatamente organizzativo del Movimento studentesco.
La proposta di lavoro del centro stampa si svolge e si sviluppa come partecipazione al lavoro di produzione e riproduzione del centro tesso.
L’organizzazione dei mezzi di produzione del centro stampa Š attuata nella sede dell’Università.
Attività del Centro Stampa:
a) controinformazione
b) informazione

La controinformazione:
1) Controstampa
2) Organizzazione di assemblee-dibattito sui fatti che siano stati utilizzati dal monopolio dei mezzi di comunicazione, in mano al capitale, come strumenti di manipolazione delle masse.
Problema dell’ideologia della comunicazione e sua funzione di dominio nell’ambito della lotta di classe.

Informazione:
1) Informazione sulla situazione complessiva della lotta studentesca: Bollettino (Pav‚)
2) Documentazione:
a) Teoria rivoluzionaria;
b) Documenti elaborati dal Movimento Studentesco;
c) Raccolta e distribuzione di documenti della lotta operaia e studentesca sul piano nazionale e internazionale.

Problema della rete di informazione e controinformazione
3) Agitazione politica e comunicazione dei contenuti politici del Movimento studentesco. Interruzione del circuito chiuso del discorso politico: agitazione politica per mezzo di manifesti e volantini nelle fabbriche, scuole, città e campagna in forma specifica tale che il comunicato politico sia immediatamente una rottura istituzionale.
Problema dello viluppo in forma scientifica dei mezzi di agitazione dalla forma stampata fino a mezzi tecnici come cinema e radio.

Dell’organizzazione dei mezzi di produzione del centro stampa e dell’agitazione politica.

Il problema tecnico è la base materiale dell’organizzazione politica. Corrisponde a fattori di necessità dal cui controllo dipende l’efficacia dell’attività politica.
L’organizzazione tecnica dei mezzi di produzione del centro stampa come i mezzi di lavoro dello tesso si basano sulla divisione del lavoro.
Alla divisione del lavoro si oppone l’unità dell’azione politica.
L’unità dell’azione politica si manifesta e si realizza nell’agitazione politica. L’agitazione politica è il mezzo ambientale necessario per lo viluppo di uno specifico lavoro politico.
Il lavoro del centro stampa come pratica unitaria è diretto a creare e mantenere nella scuola, nelle fabbriche, nelle campagne e nelle città la tensione politica generale che permette una migliore chiarezza e realizzazione del lavoro politico specifico.
Il contenuto politico del centro stampa, che è immediatamente la lotta del movimento studentesco determina il carattere nettamente “strumentale” del centro stampa. Cioè il centro stampa si nutre della lotta del movimento e si pone nei confronti di questa come moltiplicatore della sua attività politica. Il senso strumentale del centro stampa come strumento tecnico si realizza nell’elaborazione dei prodotti del Movimento studentesco.
Il senso strumentale come strumento dia autocoscienza della lotta studentesca nell’ambito della lotta di classe si realizza nella creazione di forme di lotta dirette a creare l’agitazione politica.

Documento del Movimento Studentesco bolognese, s.d.

IL MOVIMENTO DEGLI STUDENTI MEDI

L’ANNO DEI MEDI

Si parla dell’anno degli studenti medi, dei giovani che partendo dalle più disparate posizioni politiche, scendono in lotta e nel corso della lotta individuano le ragioni politiche del loro disagio nella scuola e nella società, diventando così coscienti della necessità di cambiare la struttura di questa società; vedono nelle classi dominanti, nei padroni, i loro veri nemici. E’ un modo nuovo di entrare nella contestazione politica, di far politica, non pedagogica ma di lotta diretta che da un’esperienza porta ad una coscienza direttamente anticapitalistica.
Con la rivendicazione più elementare, quella del diritto di assemblea, gli studenti medi si sono scontrati violentemente con il potere costituito, con la repressione. Questo accade in una società profondamente in crisi, dove le contraddizioni del sistema si fanno sempre più profonde; dove la scuola è diventata la “gara dei cavalli da corsa” con premio la disoccupazione giovanile (basta pensare ai tecnici diplomati).
Una scuola costretta a diventare ogni giorno sempre più repressiva perché sempre più in contraddizione con la spinta rinnovatrice in atto nel paese. Una scuola classista, dove è tramontato per sempre il mito dello studente privilegiato.
Nelle scuole medie la contraddizione diventa ogni giorno più insanabile: gli studenti si scontrano innanzitutto con i presidi da caserma che definiscono mascalzoni i cosiddetti contestatari e si considerano i soli padroni dell’istituto.
Il democristiano Elkan ha definito in parlamento la lotta antiautoritaria degli studenti medi “porcherie che avvengono nella scuola” (cito testualmente). Per le autorità scolastiche bisogna imparare, obbedire, rispettare e non discutere.
Al liceo Mamiani di Roma sono stati sospesi degli studenti con la seguente motivazione: “Per offesa al decoro personale, alla religione e alle istituzioni”. Questo clima da caserma si è improvvisamente rivolto contro i custodi dell’ordine borghese: l’orario fisso, la disciplina di ferro che regna nelle scuole medie si è trasformata in un potenziale omogeneo di lotta degli studenti medi, che a migliaia, compatti, sono sfilati per le vie della nostra città, hanno occupato le scuole, hanno ottenuto libere assemblee, hanno in poche parole conquistato un’autonomia di lotta come potente movimento di massa.
A nessuno sfugge la manovra della classe dirigente, e della stampa padronale che la rappresenta (“Resto del Carlino”): seminare spaccature interne tra operai e studenti; tra studenti medi e universitari, tra la cittadinanza e le masse in lotta, tra i genitori e i figli ecc.
Una didascalia del “Resto del Carlino” parla chiaro: “Gli studenti aggrediscono per le vie del centro alcuni automobilisti”, oppure “Gli studenti medi sfilavano ordinati, mentre gli universitari seminavano disordini”. Ma ormai un fatto è evidente: nemmeno la stampa reazionaria si può permettere di attaccare direttamente questi grandi movimenti di massa: hanno paura. Hanno paura, e mandano i fascisti, che sono un’avanguardia repressiva al servizio dei padroni e del potere accademico, e  sono una copertura politica, da destra, alle forze politiche governative, mentre Rumor alla tv invita, con angelico volto, gli studenti ad una contestazione costruttiva e ad emarginare le cosiddette frange estremiste. Polizia e fascisti mostrano il vero volto della classe dominante.
Le squadracce fasciste non sono perciò frutto di un capitalismo vecchio. Nostalgici del passato si collocano in un preciso disegno politico di chi sta al potere, al fine di creare tra le forze rivoluzionarie spaccature e falsi obiettivi.
Non a caso questi attacchi sono concentrati su Bologna, protagonista in questi ultimi tempi di grandi manifestazioni di piazza (studenti, operai) e contemporaneamente amministrata dalle forze di sinistra. La licenza per reprimere viene dal vertice.
In questi ultimi giorni avete assistito alle imponenti manifestazioni degli studenti medi, agli scioperi, alle occupazioni, agli attacchi polizieschi particolarmente violenti a Imola, all’Itis e all’Albini dove la polizia ha attaccato i giovani perfino con catene; avete assistito a sfilate di celerini e baschi neri pari a imponenti manovre militari.
Otto giorni fa abbiamo assistito ad una grande vittoria: migliaia di studenti medi, uniti in un solo blocco, hanno costretto la polizia, camion e camionette in gran numero, a sgombrare da via Saragozza, dove era arrivata per ripetere all’Itis la brutale repressione effettuata ore prima all’Albini e in altre scuole: in quel momento l’autoritarismo è stato battuto, ma non la logica militar-fascista, che ha spinto i poliziotti a riintervenire  durante la notte contro gli studenti occupanti. Si giunge perfino, nei giorni seguenti, a ordinare la serrata di un istituto tecnico per due giorni e a schedare gli studenti occupanti; tutto questo era stato previsto dal “Carlino” sei ore prima. L’ordine del quotidiano bolognese veniva rispettato dalla Questura.
Nelle scuole occupate si respirava intanto aria di libertà: la caserma cominciava a prendere somiglianze di una scuola: libere assemblee, controcorsi.
Il clima psicologico dell’autoritarismo era infranto: la linea dell’obbedienza, del nozionismo, del rispetto, che collega la scuola alla società attuale e particolarmente gli istituti tecnici alle fabbriche. Quegli stessi istituti tecnici a cui provveditore dice: “O vi rimettere calmi e obbedienti oppure sarò costretto a chiudervi l’istituto a tempo indeterminato oltre che a denunciarvi alla Procura delal Repubblica”. O capitolate o vi distruggeremo come studenti. Ogni dubbio viene meno davanti a questa logica.
L’altra faccia della medaglia, oserei dire la più pericolosa, è il paternalismo delle autorità scolastiche, che va dal professore “buono” al preside “comprensivo” o impotente a seconda dei casi.
Penso che la grande forza che hanno dimostrato in questi giorni gli studenti medi stia nell’unità che hanno saputo conquistare: la prima mossa delle autorità scolastiche sarà tesa a infrangere questa unità, a creare false divisioni tra gli studenti, a isolare, come è già stato fatto in altre parti d’Italia, gli studenti più attivi dai loro compagni.
A questo punto i professori, mediatori ed esecutori diretti dell’autoritarismo scolastico come figura professionale, devono fare una scelta: o rompono con l’autoritarismo in maniera violenta, come hanno rotto gli studenti che occupano le loro scuole e si schierano esplicitamente dalla parte del movimento studentesco, oppure resteranno strumenti, sia pure all’ultimo livello, della classe dominante: non esiste una posizione intermedia, una posizione più comoda.
In una carta rivendicativa delle scuole medie fiorentine è scritto: “Mentre il capitale pianifica  e realizza sempre più il suo sviluppo, si continuano a vedere figure polverose e squallide, portatrici di un retorico raggio di speranza in un futuro migliore”.
Vi è, a nostro avviso, un solo obiettivo valido, per gli studenti medi, oggi: trasformare questa loro forza sempre più crescente in continue conquiste di potere all’interno della scuola. Minare dalle radici l’autoritarismo scolastico, è questo un modo concreto per contribuire alla trasformazione di questa società, per collegarsi alla lotta della classe operaia e degli altri movimenti. Una decina di giorni fa due cortei si sono incontrati per le vie cittadine: studenti e operai; per vie diverse, ma verso lo stesso obiettivo: minare il potere borghese dove si trova. Occorre organizzare la lotta: conquistare un potere per garantire la continuità della lotta, la sua crescita.

a cura del Movimento studentesco dell’Itis

da: Quindici, N. 14, Dicembre 1968

STUDENTI DEL FERMI!

Il primo e più importante obiettivo da raggiungere è riottenere il diritto, precedentemente toltoci, di riunirci liberamente in assemblea. Questo perché solo nell’assemblea di tutti gli studenti, attraverso il lavoro unitario e di comunità, è possibile stabilire e portare avanti una linea dia azione conforme ai nostri interessi e alle nostre esigenze. Questo diritto ci è ancora una volta negato dalla autorità scolastica che cerca di sopprimere qualsiasi tentativo da parte degli studenti atto ad affrontare e risolvere i problemi della scuola. Seguendo una linea concorde con gli studenti delle altre scuole bolognesi, al Fermi

MARTEDI’ 21 DURANTE L’INTERVALLO SI TERRA’ UNA ASSEMBLEA NELL’ATRIO DELLA SCUOLA

per discutere quale azione intraprendere al fine di ottenere LA DISPONIBILITA’ DEI LOCALI DELLA SCUOLA OGNI QUAL VOLTA CIO’ A NOSTRO GIUDIZIO SI RENDA NECESSARIO. Inoltre per rivendicare il nostro diritto nelle assemblee e nella vita scolastica di potersi esprimere liberamente, per ottenere quella famosa LIBERTA’ DI PAROLA che, sebbene sancita dalla costituzione come un preciso diritto dell’individuo si è rivelata in pratica condizionata all’umore e alla ideologia dei nostri sinceri ed onesti dirigenti.

LOTTARE PER UNA IDEOLOGIA E’ UNA SCELTA
LOTTARE PER UN DIRITTO E’ UN DOVERE

Volantino del Movimento Studentesco del Liceo Scientifico “E. Fermi”
Studenti, operai,
i padroni ci raccontano che studiare è il mezzo più sicuro per avere poi un posto di lavoro migliore ed un salario più alto. Ma la realtà è ben diversa: la scuola è ormai un fenomeno di massa, una fabbrica che deve produrre la nuova forza-lavoro; in essa i padroni investono ingenti capitali, perché ne ricaveranno grossi profitti; non solo, ma il costo maggiore della nostra preparazione allo sfruttamento dobbiamo pagarcelo noi con il salario dei nostri genitori: e questo furto sul salario operaio tende a costringere gli operai stessi a lavorare di più, facendo cottimo, straordinari, ecc., se vogliono mantenere i figli a scuola.

La scuola ha come funzione quella di manipolarci ideologicamente, insegnandoci che partecipare al miglioramento delle condizioni economico-sociali del paese vuol dire cooperare al benessere di tutti:
QUESTO E’ FALSO: operai e studenti sanno che sviluppo della produzione significa rafforzamento dello sfruttamento, aumento del profitto dei padroni, non certo del reddito operaio. Per questo in fabbrica si lotta oggi contro tutti quegli strumenti che i padroni hanno inventato per costringere gli operai a lavorare sempre più e per controllarli politicamente (qualifiche, cottimi, straordinari, ecc.).

La lotta operaia contro la divisione in categorie è l’unica garanzia che gli studenti hanno affinché la loro lotta alla selezione politica, che nella scuola si attua attraverso il voto, gli esami, ecc., non venga vanificata al momento del loro inserimento nel processo produttivo.
E dalle lotte operaie dobbiamo imparare che il reddito, divisi, non lo si ottiene, perché:

IL REDDITO NON LO SI OTTIENE STUDIANDO
MA SI CONQUISTA CON LA LOTTA

Gli interessi degli studenti coincidono oggi interamente con quelli della classe operaia, proprio perché gli studenti di oggi saranno i tecnici di domani, ed essere tecnici non significa essere meno fruttati degli operai, ma al contrario essere sfruttati al pari degli operai stessi: i tecnici, così detti intermedi, sono oggi in Italia 2.300.000 ed i padroni sono di fatto costretti ad usare contro di loro gli stessi strumenti di divisione e di controllo politico che usano contro gli operai. Le lotte di autunno lo hanno dimostrato e le lotte dei settori petroliferi lo dimostrano oggi: i tecnici sono scesi in lotta al fianco della classe operaia accettando le parole d’ordine operaie (lotte della Snam Progetti, dei tecnici dell’Eni, della Sit-Simens).

Dobbiamo perciò già da oggi lottare per i nostri interessi immediati e futuri, che coincidono di fatto con quelli egli operai:
il nostro interesse, al di là di qualsiasi moralismo, è quello di stare meno a scuola ad imparare come meglio farci sfruttare;
il nostro interesse è quello di far pagare ai padroni la loro scuola;
il nostro interesse è quello di avere il voto unico per tutti, perché:
1) non è con il nostro diploma che si ottengono i soldi e la tranquillità;
2) il voto è fatto per fregare i più ingenui e per dividere gli uni dagli altri;
3) il voto, l’esame, ecc., sono strumenti di controllo politico sugli studenti: con i 3 ed i 4 si fa presto a calmare la gente, e se uno prende 7 vuol dire che studia come un retino e non fa i suoi interessi di classe, nel senso che non svolge altre attività che non siano quelle che i padroni vuole che svolga.

Studenti, operai,
dobbiamo lottare uniti sugli stessi obiettivi, contro gli tessi padroni e quindi organizziamoci, massificando la lotta
CONTRO LE QUALIFICHE E IL VOTO
PER LA RIDUZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO E DI STUDIO
PER I SERVIZI GRATIS: SCUOLA, TRASPORTI, AFFITTI
Massificare le parole d’ordine tutti uniti per togliere ai padroni la possibilità di batterci isolandoci gli uni dagli altri, colleghiamoci oggi alle lotte già in piedi a Ferrara e Modena:
CONTRO IL COSTO DEI TRASPORTI
studenti e operai di Modena e Ferrara si sono mobilitati e occupano ogni mattina le corriere e glia autobus, rifiutandosi di pagare il biglietto.
ORGANIZZIAMOCI, nelle scuole e nelle fabbriche, per rifiutare questo furto legalizzato sui alari.

OGGI ore 15 via Zamboni 33

ASSEMBLEA GENERALE DI TUTTI I PENDOLARI
Movimento studentesco medio

21/4/1970

I DOCENTI

Consideriamo un nostro preciso dovere di docenti universitari sottolineare una serie di fatti che, nella loro apparente eterogeneità, fanno pensare all’esistenza di un articolato piano repressivo, e in ogni caso testimoniano il diffondersi di un clima assolutamente incompatibile con i principi democratici sanciti dalla nostra carta costituzionale: l’intervento della polizia in numerose scuole e atenei italiani; il continuato presidiamento di alcuni di essi; le sospensioni punitive comminate nei confronti di studenti medi; gli arresti e i mandati di comparizione spiccati a carico di studenti universitari e medi.
Tutti questi fatti, al di là delle singole intenzioni e giustificazioni, coincidono in un unico risultato oggettivo, la mortificazione del Movimento studentesco, la forza che al di là di ogni singola riserva, rappresenta storicamente il momento più alto di presa di coscienza della crisi che dalla società si riflette sull’intera struttura della scuola italiana. E questo avviene in una situazione in cui la lotta per una autentica e incisiva riforma ha raggiunto il suo apice, in una drammatica contrapposizione fra le esigenze e le forze reali di rinnovamento e l’impotenza della classe dirigente, come testimoniano le stesse dichiarazioni dell’ex ministro Sullo.
In tale contesto generale, non possiamo non considerare con profonda preoccupazione gli arresti eseguiti a Bologna nei confronti di sei studenti universitari e di un’operaia (componente, quest’ultima, di commissione interna), e i mandati di comparizione inviati a sette studenti medi.
Mentre ci associamo all’unanime richiesta di una rapida scarcerazione degli arrestati, riconfermiamo il nostro preciso impegno a difesa della più ampia e piena possibilità di espressione del dissenso, individuale ed organizzato, come condizione indispensabile del libero sviluppo della società civile e della dialettica politica.

Appello sottoscritto da 236 docenti dell’Università di Bologna

Aprile 1969

Mozione approvata dall’assemblea dell’Associazione Docenti Universitari Subalterni il 25 febbraio 1969

L’assemblea dell’Associazione Docenti Universitari Subalterni (ADUS), sezione bolognese dell’Associazione Nazionale Docenti Subalterni (Ands), riunita in assemblea martedì 25 febbraio 1969,
presa visione del testo del progetto di disegno di legge governativo relativo alla riforma globale dell’università,
effettuato un ampio dibattito sui suoi punti qualificanti,
riconosce in esso, con fortissima indignazione, il tentativo esplicito, ancora una volta ripetuto,
a) di rifiutare, in linea di principio mediante l’idea che lo studio sia servizio sociale reso allo studente e non lavoro produttivo reso dallo studente, e nei fatti mediante l’istituzionalizzazione della figura dello studente lavoratore, l’inderogabile attuazione del diritto allo studio;
b) di rifiutare il riconoscimento del diritto degli studenti a uno spazio politico autonomo, col riproporre la cogestione da essi rifiutata, col concedere, svuotandolo però d’ogni incidenza politica, il diritto d’assemblea, e coll’imporre, mediante il ricatto del mancato rinnovo dell’assegno di studio, le assurde forme di lavoro estivo e di dovere di “coerente condotta”;
c) di confermare razionalizzandoli, i principi della stratificazione gerarchica all’interno del corpo docente, della concentrazione del potere accademico ai suoi vertici, e della mistificazione della gestione democratica mediante la cogestione tra diseguali;
d) di confermare, colle deroghe al principio del tempo pieno, con la possibilità di utilizzare, ai fini di lucro privato, le attrezzature universitarie, e con la creazione dell’assurda figura del professore associato a vita, la riduzione dell’università a strumento di potere personale, politico ed economico, della ristretta oligarchia dei professori ordinari;
e) di prefigurare la risoluzione delle contraddizioni strutturali dell’università italiana, da una parte mediante la creazione di una doppia università: l’una di ‚lite, efficiente e in grado di compiere ricerca scientifica (col dottorato di ricerca e gli studenti a tempo pieno), l’altra di massa e squalificata, perché capace solo di conferire preparazione acritica e immediatamente specialistica (con gli studenti lavoratori e i corsi serali e per corrispondenza); e da un’altra, mediante l’esplicita subordinazione ell’espansione universitaria alle immediate esigenze dello sviluppo economico dell’industria nazionale e internazionale, sviluppo assunto come criterio univoco, condizionante e per nulla contestabile.
L’assemblea dell’Adus, sezione bolognese dell’Ands, confermando che nell’insieme ora analizzato hanno valore di mera razionalizzazione efficientistica, funzionale al rafforzamento del potere accademico dei professori ordinari e alla strumentalizzazione dell’università, sia le accresciute competenze attribuite al Cnu rispetto ai centri di potere politico-burocratico ministeriali, sia le accresciute competenze dei dipartimenti rispetto alle facoltà, che tuttavia rimangono indistrutte;
giudicando del tutto inemendabile il progetto in questione, e rifiutandolo perciò radicalmente, delibera
a) di denunciare e di combattere a fondo qualsiasi manifestazione repressiva che fosse intrapresa nei confronti del Movimento studentesco;
b) di associarsi allo sciopero di una settimana, a partire dal giorno 27 febbraio, proclamato in sede nazionale, dall’Ands;
c) di partecipare alla manifestazione di protesta indetta nell’aula magna dell’università di Bologna, per mercoledì 26 febbraio 1969;
d) di proporre i contenuti politici della presente mozione come base comune di lotta dei docenti subalterni dell’università di Bologna;
e) di promuovere sulla base del contenuto della mozione stessa, l’occupazione della sede centrale dell’università da parte dei docenti subalterni, auspicabilmente con gli studenti, della stessa università di Bologna;
f) di impegnare i suoi aderenti a svolgere gli esami della sessione straordinaria di febbraio anche nelle facoltà occupate;
g) di dare la massima diffusione alla presente mozione.
COSTITUZIONE DEL MOVIMENTO INSEGNANTI-BOLOGNA

A. Il Movimento politico studentesco ha fatto emergere questa realtà: che i soggetti sociali autentici e primari della scuola sono gli studenti e gli insegnanti.
Gli studenti non scelgono né i metodi né i contenuti della propria formazione.
Gli studenti sono sottoposti a una selezione sociale forzata che determina la loro destinazione professionale e che appare loro come potenza ostile ed estranea.
Gli insegnanti non decidono dei metodi e dei contenuti dell’insegnamento. Gli insegnanti sono costretti da un contratto di lavoro alla produzione di attitudini e capacità omogenee ai valori e alle necessità di un sistema che li asservisce.
Questo stato di contraddizione insolubile si istituzionalizza negli organi di potere interni ed estranei all’ordinamento scolastico ed ha il suo risvolto specifico sia per gli studenti che per gli insegnanti:
a) per gli studenti, nel regolamento scolastico e disciplinare:
b) per gli insegnanti:
-nella subordinazione totale alla triade preside-provveditorato-minsitero attraverso la gerarchizzazione che dà al lavoro del docente una funzione puramente esecutiva, oltre che attraverso la pratica poliziesca e spionistica delle note informative riservate al preside;
-nella precarietà della funzione sia per l’uso e l’abuso giuridico del contratto a termine, sia per l’assenza di una definizione del loro stato giuridico. In questa situazione gli insegnanti e gli studenti vengono a costituire una unica forza antagonista nei confronti degli organi burocratici del potere costituito.

B. Il Movimento reale che percorre la scuola mostra che la soluzione delle contraddizioni insite nelle condizioni degli studenti e degli insegnanti non può essere ricercata secondo i modi tradizionali di delega alle istituzioni. In questi giorni gli studenti mostrano dia vere rivendicato a sé direttamente senza mediazioni di sorta la soluzione di queste contraddizioni. Essi sono giunti ad affrontare lo scontro diretto con il preside e con la polizia in modo da dimostrarsi consapevoli:
1) che l’opposizione all’apparato autoritario del potere è possibile solo attraverso una pratica sociale diretta e non attraverso una contrattazione a livello delegato;
2) che una pratica sociale e diretta è possibile solo se la struttura del movimento respinge le forze di organizzazione tradizionali nelle quali finisce per riproporsi un rapporto irrevocabile fra dirigenti e diretti con conseguente subordinazione della massa e soffocamento di qualsiasi spinta autonoma della base sociale.
In questo senso appare chiaro che il movimento politico della scuola, sebbene limitato nella sua estensione, si pone come una visione globale nei confronti della società e chiaramente antagonista e alternativa alle sue istituzioni, sia nella forma statuale che nella forma del potere sociale (partiti e sindacati).

C. Venti anni di pratiche corporative non hanno impedito l’affermarsi di processi di dequalificazione e proletarizzazione degli insegnanti ai quali i partiti e i sindacati non possono offrire nessuna possibilità di mutare la propria condizione di lavoratori subordinati.
Gli insegnanti oggi debbono negare in modo radicale la propria condizione e ciò è possibile (si abbia come riferimento il movimento studentesco) solo se saranno in grado di organizzarsi in movimento di massa. Compito della parte più attiva degli insegnanti è quello di promuovere la formazione di tale movimento.
A questo proposito proponiamo che:
a) si dia luogo all’interno degli istituti alla pratica dell’assemblea degli insegnanti autoconvocata e aperta (obiettivo a lungo termine);
b) che si creino immediatamente delle commissioni di studio e documentazione intorno alla condizione sociale dell’insegnante e specificatamente su questi problemi:
1) determinazioni della violenza repressiva;
2) collocazione dell’insegnante all’interno delle strutture attuali della produzione.
3) Queste commissioni devono, a nostro parere, assolvere i seguenti compiti fondamentali:
a) produrre il materiale per il lavoro continuo di propaganda, volantinaggio, agitazione;
b) assicurare il collegamento con il lavoro degli studenti medi e universitari ricorrendo alal forma di commissioni aperte o ad altre iniziative.

Gruppo insegnanti-medi

Bologna, Novembre 1968, da: Che fare?, N. 5/1969

LA SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALISTA ED ANTIMPERIALISTA

DICHIARAZIONE DEGLI STUDENTI AMERICANI

Noi studenti della Università Americana di Bologna, condanniamo l’invasione americana in Cambogia.
E’ chiaro che questa invasione è allo stesso tempo un’espansione dell’imperialismo americano nel Vietnam e della repressione delle lotte di liberazione nazionale nel Sud Est asiatico.
Un atto così aggressivo è una prova vivente delle menzogne politiche del governo di Nixon. Questa Š la continuazione logica del piano di inganno che ha caratterizzato gli affari di politica estera dei precedenti governi americani nel mondo intero e, in particolare, nell’Asia del Sud Est.
Mentre il conflitto si trasforma in una vera guerra indocinese, l’opposizione contro il governo americano sta aumentando negli Stati Uniti stessi: quattro studenti sono già stati uccisi. La risposta di Nixon a questa resistenza interna sempre più forte, Š di organizzare la repressione di qualunque dissenso attivo. I suoi metodi ed i suoi appelli allo sciovinismo stanno conducendo l’America sull’orlo del fascismo.
Sappiamo che magari ogni tipo di protesta ha degli effetti limitati nel tempo. Sappiamo anche che le protesta americane contro la guerra possono portare disillusione.
Però non possiamo tare ad accettare che il governo americano faccia una politica criminale in Asia.
Ci opponiamo quindi con molta fermezza alla politica estera del governo di Nixon ed esprimiamo la nostra solidarietà coi popoli dell’Asia del Sud Est nella loro lotta di liberazione nazionale.

OPPONIAMOCI ALLA GUERRA CRIMINALE

Gli Studenti Americani della Università John Hopkins

A proposito di un gruppo di giovani che vanno in Africa

La realtà materiale e spirituale del terzo mondo è il prodotto dell’incontro storico fra l’Europa e i continenti asiatici,a africani e americani; realtà che possiamo definire come soggiogamento della maggior parte della popolazione del mondo allo sfruttamento imperialista. Per arrivare a questo gli strumenti primari dell’azione “civilizzatrice” furono cannoni e missionari, duplice violenza distruttiva sui popoli esercitata dalla potenza materiale del capitale e dalla religione quale strumento ideologico destinato a defraudare i popoli della loro identità culturale. L’espansione territoriale dell’imperialismo ha sempre comportato il massacro e l’impoverimento dei popoli con i quali Š venuto a contatto; nei superstiti, ridotti al ruolo di merce, ha tentato di imporre la cultura dello sfruttatore con lo scopo preciso di sopprimere ogni possibilità di rivincita.

Il messaggio “spirituale” della Chiesa si riduce ad una effettiva paralisi dello spirito, cioè ad impedire nei popoli oppressi la consapevolezza della necessità di una lotta violenta contro l’oppressore. La Chiesa è una gente dell’imperialismo giacché essa esiste per imporre la superiorità morale dello sfruttatore sulla inferiorità spirituale dello fruttato. L’imperialismo, organizzazione internazionale dello sfruttamento, è affiancato dalla organizzazione “spirituale” internazionale dello sfruttatore. Questa “pratica di convincimento” della gloria di essere poveri è portata avanti dalle avanguardie missionarie, che gestiscono in Africa, Asia e America Latina non solo la povertà in nome di Dio ma anche scuole, ospedali e partiti politici con il preciso scopo di continuare l’opera di Dio come opera del Dio Capitale.

all’interno di questo disegno internazionale di dominio, non contano la buona fede o i sentimenti di abnegazione di coloro che si prestano ad essere parte delle organizzazioni missionarie e di aiuto umanitario nei confronti del terzo mondo. Al di là di ogni loro intenzione soggettiva, esiste una sola realtà oggettiva: l’imperialismo, il quale va combattuto, non rafforzato attraverso la perpetuazione della penetrazione ideologica e materiale della cultura occidentale. Portare la cultura occidentale o anche aiuti materiali nel quadro della struttura oppressiva dell’imperialismo significa rendersi colpevoli di un gravissimo delitto nei confronti del terzo mondo.

Perché la verità è questa: la cultura non esiste senza le istituzioni della cultura stessa e le istituzioni capitalistiche (chiese scuole ospedali) sono gli strumenti del dominio e dello sfruttamento. Noi contestiamo la validità di ogni aiuto fatto nei confronti del terzo mondo se non è un aiuto politico diretto in primo luogo a distruggere l’imperialismo insieme a tutte le sue appendici culturali e religiose. Quindi il migliore aiuto che i giovani dell’occidente capitalista possono dare è di lottare nelle proprie condizioni oggettive per la rivoluzione socialista.

COMITATO ANTIMPERIALISTA
(Studenti stranieri residenti a Bologna)

LE LOTTE OPERAIE

OPERAI !

Nuove forme di lotta si sono imposte in questi giorni alla SASIB. Al “crumiro” non è permesso andare a lavorare, il padrone e il crumiro dicono questo limita la nostra “libertà”, questo è “antidemocratico”. ma cos’é la democrazia?
LA DEMOCRAZIA DEL PADRONE CONSISTE IN:
-libertà di fruttare,
-libertà di licenziare chi si ribella allo sfruttamento,
-libertà di reprimere i movimenti di lotta,
-libertà di impedire con la violenza (poliziotti oc crumiri con bastoni) l’auto organizzazione operaia.
Cosa vuol dire democrazia operaia?
Che la classe operaia discute e decide nell’assemblea – il crumiro da solo non può decidere di entrare: questa è la libertà del padrone.
Rafforzare i picchetti e partecipare in massa all’assemblea.
L’assemblea è il momento di organizzazione autonoma e di partecipazione della base operaia, in cui si manifesta la volontà di decidere dei contenuti delle forme di lotta.
Proponiamo alla discussione la GENERALIZZAZIONE effettiva della lotta SASIB, e la costituzione di comitati unitari di base studenti-operai in ogni fabbrica, da usare come:
-STRUMENTI DI ORGANIZZAZIONE DELLA BASE OPERAIA
-DI GENERALIZZAZIONE DELLA LOTTA
-DI UNIFICAZIONE POLITICA DELLA CLASSE IN UN UNICO DISEGNO ANTICAPITALISTICO

MERCOLEDI’ 8 GENNAIO ORE 21
AL CIRCOLO PAVESE, VIA DEL PRATELLO 53
COMITATO UNITARIO DI BASE DELLA SASIB

CHE COS’E’ IL COMITATO DI BASE

Gli operai Ducati hanno dimostrato la loro combattività imponendo al padrone un cedimento che ora dobbiamo far concretizzare al più presto nella firma dell’accordo. Ma il clima di combattività in fabbrica non si è affatto spento con la conclusione dell’accordo: lo dimostra lo sciopero improvviso che ha impedito i licenziamenti. Con questo sciopero si è dimostrato che durante la vertenza abbiamo fatto un decisivo balzo in avanti: si è potenziata l’unità di base ed abbiamo conquistato la capacità di sferrare la lotta ogni volta che ci è necessaria. Ma nonostante questi passi in avanti lo sfruttamento in fabbrica c’é ancora. Questo perché la forza operaia è ancora inferiore a quella del padrone; questa inferiorità ci costringe a contrattare e a scendere a compromessi e ci toglie la possibilità di prenderci ciò di cui abbiamo bisogno. Il problema dunque è di capovolgere i rapporti di forza.
L’unica strada da seguire per capovolgere i rapporti di forza è la organizzazione di base che cresce attraverso la discussione, la mobilitazione e la lotta gestita direttamente dagli operai nei luoghi stessi in cui il padrone attua lo sfruttamento.
Il Comitato di Base che esiste alla Ducati per opera di operai e studenti vuole arrivare ad essere lo strumento di unità e di organizzazione di base per abbattere lo sfruttamento con l’imposizione del potere operaio. Un primo importante obiettivo che il comitato di base si pone è che gli operai Ducati, attraverso la discussione continua, la mobilitazione permanente di ogni singolo operaio, arrivino preparati allo scontro diretto col padrone al rinnovo dei contratti.

da: Foglio di discussione, scritto dal Comitato di base della Ducati Elettrotecnica, 2 Giugno 1969

A proposito di comitati di base

Da parecchi mesi ormai, a scadenze regolari vengono distribuiti davanti ai cancelli volantini ciclostilati firmati da un Comitato di Base Studenti e Operai della Sasib.
Ora non è che la cosa di per sé ci interessi molto (rispettiamo la libertà e l’opinione politica) ne ce ne saremmo mai occupati se questi volantini non avessero creato taluni equivoci. Molti operai infatti scambiando questo Comitato di Base per il disciolto comitato di agitazione della Sasib sciolto al termine della lotta, ma comunque sempre pronto a ricostituirsi all’occorrenza. Vogliamo dire inoltre che come Sindacato non possiamo accettare la politica che svolgono questi Comitati di Base così come non accettiamo il discorso di altri gruppi estremistici il cui solo scopo sembra essere quello di attaccare le Organizzazioni Operaie, e questa è una politica che può far piacere solo ai padroni. Certamente noi accettiamo, anzi, chiediamo la collaborazione di tutte quelle forze che possono aiutarci a risolvere i nostri problemi, così come siamo disposti ad accettare le critiche quando però queste siano fatte in funzione costruttiva e vadano verso il rafforzamento dell’unità dei lavoratori, ma respingiamo fermamente tutte quelle manovre che siano volte a portare la divisione tra i lavoratori.

da: lo Smeriglio, periodico della sezione sindacale Fiom Sasib, 22 luglio 1969 p 5

GLI STUDENTI E LE LOTTE OPERAIE

OPERAI DELLA REDE-LONGO

Il padrone trasferisce e riorganizza la fabbrica e non si preoccupa nell’organizzare la produzione della vostra salute.
Per il padrone voi tutti siete soggetti da sfruttare con l’affaticamento ed il logorio fisico.
IL PADRONE DICE CHE VOI NON AVETE IL DIRITTO DI CONOSCERE GLI EFFETTI NOCIVI DEGLI GENTI CHIMICI CHE USATE.
Il padrone pretende di essere l’unico autorizzato a valutare i rischi che glia genti nocivi vi fanno incontrare.
OPERAI VOI AVETE L’INTERESSE E IL DIRITTO DI CONOSCERE DIRETTAMENTE CIO’ CHE DANNEGGIA LA VOSTRA SALUTE.

Assumete subito l’iniziativa di difendere le vostre condizioni di lavoro (AMBIENTE, NOCIVITA’, AFFATICAMENTO), aprite una discussione, scegliete voi stessi gli strumenti di mobilitazione e di lotta.

W LA CLASSE OPERAIA

gli studenti

Volantino del Movimento Studentesco bolognese, s,d.

PERCHE GLI OPERAI DELLA SASIB LOTTANO DA PIU’ DI UN MESE

Alla vigilia di natale un operaio, Mignani, è stato licenziato in tronco. PERCHE?
Perché aveva sbagliato un pezzo.
Non è la prima volta che i padroni si liberano di qualche operaio con un pretesto qualsiasi. Ma questa volta c’é qualcosa di più: Mignani è un attivista sindacale. Un sindacalista la cui attività all’interno della fabbrica dava molto fastidio ai padroni. Perché cercava di organizzare la lotta degli operai dopo molti anni in cui il controllo violento e la repressione dei padroni e dei suoi servi aveva frenato la volontà degli operai di rompere il cerchio dello sfruttamento intensivo legato a macchine che impongono ritmi sempre crescenti di lavoro.
Per questo quello che ha fatto il padrone non è stato un atto di “ordinaria amministrazione” ma un atto politico.
Gli operai della Sasib si sono ribellati tutti insieme a questo, la loro lotta ha quindi un immediato significato politico, quello di battersi contro il potere del padrone per imporre il potere degli operai in fabbrica.
Immediatamente dopo il licenziamento gli operai si sono riuniti in assemblea assieme ai sindacati e hanno deciso di scioperare per la riassunzione di Mignani e per portare avanti la lotta su altre rivendicazioni, sul cottimo, sugli straordinari, sui ritmi e sul diritto di fare l’assemblea in fabbrica.
Le assemblee gli operai comunque le hanno fatte perché hanno visto che questo è uno strumento importante per discutere e decidere i termini e le forme della lotta. Gli operai hanno capito che debbono cominciare a non delegare più ad altri la risoluzione dei loro problemi, che solo unendosi tutti insieme discutendo e organizzandosi possono vincere le loro battaglie.
A questo ha contribuito anche la presenza del movimento studentesco.
Gli operai infatti hanno partecipato fin dai primi giorni ai picchetti discutendo con gli operai e partecipando alle assemblee.
Sia gli studenti che gli operai sanno ormai che le loro lotte, anche se si sviluppano in situazioni diverse, sono dirette ad un fine unico, quello di abbattere questo sistema sociale basato sullo sfruttamento e sulla repressione.
Molti hanno paura di questa unità che si sta creando, hanno paura che gli operai, gli studenti ed altri gruppi sociali si uniscano e si organizzino per condurre assieme la loro lotta.
Ma questo processo non può essere fermato. Infatti alla Sasib, come già in altre fabbriche in tutta Italia, gli operai e gli studenti hanno cominciato d organizzarsi e hanno formato un comitato di base che interviene attivamente nella lotta.
Ma tutto questo non può e non deve riguardare solo gli operai della Sasib e gli studenti, ma deve riguardare anche gli operai delle altre fabbriche, la popolazione del quartiere, gli insegnanti, i medici, tutti coloro che lavorano e vivono nel quartiere.

Un primo modo di partecipare alla lotta della Sasib è quello di aiutare gli operai, per questo noi andiamo in giro a raccogliere soldi.
Ma questo non basta. Dobbiamo fare delle assemblee popolari per discutere il significato di queste lotte, svilupparne altre e organizzarci per affrontarle meglio.

LA LOTTA DELLA SASIB DEVE DIVENTARE LA LOTTA DI TUTTO IL QUARTIERE

QUESTA DEVE ESSERE UNA PRIMA OCCASIONE PER DISCUTERE E CREARE NUOVE FORME DI ORGANIZZAZIONE

movimento studentesco

cicl. In proprio fac. Di Magistero 27-1-69

Commessi dell’OMNIA, UPIM, STANDA,

lo sfarzo e lo spreco di questi giorni, utili al profitto dei padroni si fonda sullo sfruttamento sempre più intenso degli operai e dei commessi.
Vediamo nei grandi magazzini: dietro lo sfarzo e le luci, dietro i visi sorridenti della pubblicità, sta la condizione reale delle commesse.
-PIU’ DI 8 ORE AL GIORNO di lavoro
-L’OBBLIGO di stare sempre in piedi nonostante la fatica
-SALARI BASSI
-LA CONDIZIONE DELLE APPRENDISTE che spesso vengono licenziate quando raggiungono l’età in cui dovrebbero passare di ccategoria.

SU QUESTO SI FONDA LA SOCIETA’ DEI CONSUMI

Ma la rabbia degli fruttati cresce: gli operai, i braccianti, i contadini, gli studenti, ed ora anche i commessi, scendono in lotta. Il padrone, come è successo all’Omnia, ricorre al ricatto, all’intimidazione, tenta di isolare gli operai, promette aumenti ai crumiri, VEDE VACILLARE IL SUO POTERE E I SUOI ALTI PROFITTI NATALIZI.
Rispondiamo alle manovre del padrone organizzandoci, collegandoci, discutendo perché lo sciopero di sabato segni l’inizio di una lotta continua contro lo sfruttamento.

NESSUN CRUMIRO ALLO SCIOPERO DI SABATO
GLI STUDENTI SONO CON LA LOTTA DEGLI OPERAI E DEI COMMESSI

comitato di base studenti-operai dell’Omnia

PERCHE L’INCHIESTA ?

Perché un gruppo di operai e medici ha preso l’iniziativa di cominciare un lavoro di inchiesta medica nelle fonderie in relazione all’ambiente di lavoro ed all’organizzazione di esso all’interno della fabbrica?
Vediamo come viene “salvaguardata” oggi la salute degli operai sul posto di lavoro. Da una parte l’unica proposta davanti alle richieste degli operai è la pura monetizzazione del rischio; dall’altra, quando un operaio si ammala, ha a sua disposizione l’Enpi, l’Inail o il medico della mutua; tutti questi enti ed i medici che vi lavorano sono totalmente al servizio del padrone e la loro unica preoccupazione è quella di “curare” l’operaio non tanto per farlo guarire ma perché possa continuare ad essere produttivo il più possibile. Infatti viene riconosciuta invalidità permanente, ad esempio per la silicosi, solo quando l’operaio, continuando a lavorare in fabbrica, rischierebbe di morirci (al padrone non piace che l’operaio gli muoia dentro al fabbrica: è meglio che tiri le cuoia appena fuori dai cancelli così si potrà dire che c’é stata una “morte in itinere” che significa, al di là delle parolone, che il padrone in questo caso non avrà delle grane!!!)
Ora: le lotte dell’autunno scorso ci hanno insegnato che il problema per l’operaio non Š di contrattare qualche lira in più col padrone, ma che le richieste da fare sono quelle che tendono a far acquistare maggiore potere in fabbrica; questo significa, ad esempio, attaccare tutti i sistemi di incentivazione (cottimo, qualifiche, premio di produzione, ecc.) e proporre in alternativa l’autodeterminazione dei tempi di lavoro, fatta cioè dagli operai stessi.
La nostra iniziativa va nella stessa direzione.
Oggi si parla di riforma sanitaria: ma nessuna riforma sarà tale, cioè in grado di garantire davvero la pratica di un nuovo tipo di medicina che non solo curi, ma che soprattutto prevenga le malattie: infatti le persone (come è scritto anche sulla costituzione in uno dei tanti articoli rimasti inoperanti (il 32)!!) hanno il diritto alla salute. Cosa significa attuare quanto è stato detto? Significa che le malattie si eliminano andando a scoprire le cause vere che sono poi la realtà del lavoro in fabbrica così come è fatto oggi. Significa inoltre che i delegati e gli operai in genere che hanno acquistato una nuova autonomia durante le lotte dell’autunno, si assumono anche la funzione medica e cominciano a rendere operante il diritto alla salute, sia conquistando un ambiente di lavoro meno bestiale sia un nuovo modo di lavorare che non è più determinato dalle esigenze produttive del padrone. La riforma sanitaria non c’é ancora. Cominciamo a farla noi partendo dalla causa prima delle nostre malattie: l’organizzazione del lavoro nella fabbrica del padrone.

da: La scintilla, giornale degli operai delle fonderie-comitato medici, studenti, operai Fiom-Cgil, N. 1 s.d.

I PROBLEMI DELL’UNITA’ TRA STUDENTI E OPERAI
Una dichiarazione di un rappresentante del movimento studentesco

Durante l’ultima fase di lotta, il movimento studentesco si è venuto sempre più chiarendo come movimento eversivo nei confronti dell’intero sistema capitalistico nell’individuazione della crisi attuale dell’università, non come circoscritta o circoscrivibile, non risolvibile con riassestamenti e riforme ma radicata nella logica stessa di sviluppo del capitalismo. Per questo l’analisi della contraddizione antagonistica che si esplica nelle università tra espropriazione intellettuale ad opera delle esigenze del capitale e formazione intellettuale e professionale in grado di intervenire per dominare la logica del processo e della organizzazione capitalistica è specifico del sistema vigente e in esso non risolvibile.
La lotta studentesca presa coscienza del proprio contenuto anticapitalistico ed antimperialistico esce necessariamente dall’ambito dell’università per rivolgersi contro il sistema, esce dagli atenei per confrontarsi con l’autoritarismo sociale che è presupposto dell’autoritarismo accademico, per misurarsi autonomamente con le altre forze politiche e sociali, in primo luogo con la classe operaia.
L’identificazione tra studente e proletario, il discorso della costituzione di un partito degli studenti sono assurde teorizzazioni ampiamente dibattute e superate dal movimento studentesco che, nello sforzo di una autodefinizione scientificamente fondata, è giunto ad un’analisi della figura sociale dello studente nel rapporto con le forze produttive che lo individua solo in un rapporto organico con il proletariato proprio perché è con esso che può esprimere tutta la sua potenzialità contestativa.
In Francia gli studenti hanno divaricato una contraddizione, iniziato una lotta che solamente la classe operaia ha potuto continuare.
Alla Fiat, a Valdagno, gli studenti sono stati al fianco degli operai nella lotta e colpiti assieme nella repressione.
In tutta Italia il movimento studentesco sviluppa questo rapporto di comunicazione (volantini, giornali, discussioni) e di azione comune (picchettaggio studentesco agli scioperi, partecipazione operaia a manifestazioni studentesche).
Queste esperienze che probabilmente non sono uscite ancora totalmente dall’ambito solidaristico sono in definitiva uno stimolo per affermare prima di tutto un rapporto corretto tra movimento studentesco e classe operaia che avvenga nel processo reale della lotta di classe.
Da questo punto di vista risultano quindi in definitiva sbagliate tutte quelle posizioni, espresse anche da organizzazioni sindacali, che non comprendono la logica politica del movimento studentesco si trovano sempre nella mistificante alternativa tra richiedere al movimento studentesco di appiattire la propria strategia politica in termini sindacali o di respingere burocraticamente l’unità tra operai e studenti.
Il dibattito e soprattutto la prassi reale del movimento permettono, riteniamo, livelli più elevati di lotta e di unità.

da: La Voce dei lavoratori, organo della Camera Confederale del Lavoro di Bologna e Provincia, 30 Giugno 1968

ASSEMBLEA FRA OPERAI E STUDENTI A SANTA VIOLA

Lunedì 17 Marzo si è svolta presso al sede della Fiom di S. Viola una assemblea generale di operai e di studenti. L’assemblea Š nata dalla comune volontà di realizzare una miglior conoscenza reciproca fra il movimento operaio e quello studentesco, al fine di superare le possibili incomprensioni e divisioni e di rispondere in maniera ferma e unitaria al piano di repressione padronale e poliziesca in atto nel paese.
Da parte studentesca si è sottolineato:
1) Il rifiuto di qualsiasi riforma della scuola intesa a modernizzare le attuali strutture scolastiche solo in funzione di una loro maggiore capacità di formare dirigenti in grado di gestire al massimo lo sfruttamento capitalistico. La scuola di classe (di classe non solo per la selezione classista ma soprattutto per la funzionalizzazione al profitto) è l’espressione della società capitalistica: solo la lotta contro i rapporti capitalistici di produzione può eliminare le strutture classiste della scuola.
2) Il rigetto del piano del capitale volto a dividere movimento studentesco e movimento operaio per poter meglio sconfiggere separatamente prima l’uno e poi l’altro. Attraverso la carota delle riforme e il bastone della repressione poliziesca si cerca di rinchiudere gli studenti dentro le Università e gli operai dentro le fabbriche, ricacciando il movimento di classe in rivendicazioni settoriali e corporative.
3) La necessità di una forte risposta che accentui il momento politico dell’organizzazione comune di base capace di unire studenti e operai nella lotta contro il padronato e l’apparato repressivo dello Stato borghese. Perciò gli studenti devono collegarsi con le fabbriche e gli operai con le Università per dare vita a comuni organismi di lotta.
Da parte operaia si è rilevato:
1) L’evoluzione positiva del movimento operaio da lotte generali e distanziate nel tempo a lotte in cui si alternano il momento articolato a livello di azienda e il momento unificatore generale (pensioni, zone, contratto), con una continuità di iniziative che eleva la coscienza di classe dei lavoratori allargando il terreno di scontro con il padronato ad ogni aspetto del rapporto di lavoro. Superando i verticismi del passato, la base operaia si sta avviando verso la piena autogestione della lotta di classe. Attraverso strumenti di democrazia diretta come l’assemblea, le commissioni di controllo, l’organizzazione capillare di reparto e di linea, si sta realizzando un’impetuosa crescita del contropotere operaio su tutte le componenti del rapporto di lavoro: difesa della salute, controllo dei ritmi, contrattazione dei cottimi con tendenza a inglobarli nella paga base, riduzione dell’orario con più tempo libero, controllo della produzione attraverso premi collegati ad essa, gestione delle proprie capacità di lavoro contro la dequalificazione padronale, affermazione dei diritti sindacali e politici all’interno della fabbrica.
2) Il movimento operaio rifiuta la chiusura nel solo momento sindacale e vuole raccogliere i frutti politici delle proprie lotte. Esempi: le rivendicazioni salariali possono mettere in crisi il sistema politico (vedi il maggio francese); il rallentamento volontario dei ritmi manda in aria il piano capitalistico di produzione (vedi gli scioperi della Pirelli); gravi contraddizioni della società capitalistica italiana come la disoccupazione, la spirale inflazionistica salari-prezzi, le crisi economiche periodiche, l’arretratezza dei servizi sociali, le differenze tra Nord e Sud, la struttura classista della scuola sono risolvibili solo nella prospettiva di un reale potere politico della classe operaia.
3) Il movimento studentesco sta superando certi errori iniziali (il rivoluzionarismo generico, la proposizione di modelli teorici astratti, l’avventurismi politico, l’estraneità alla reale condizione operaia, le esercitazioni intellettualistiche sulle tattiche e strategie sindacali) per sviluppare gli aspetti positivi della sua esperienza di lotta: il vigore con cui è riproposto l’ideale socialista e vien combattuto ogni riformismo; il rifiuto dell’Università come luogo di produzione delle classi dirigenti neocapitalistiche; la politicizzazione radicale delle masse studentesche; l’esercizio di forme avanzate di democrazia diretta.
Ma soprattutto positiva è la ricerca del contatto con la classe operaia, di cui il movimento studentesco riconosce sempre più il ruolo principale nella lotta contro il capitalismo.
4) Comune a studenti e operai deve essere la ricerca di obiettivi intermedi rivoluzionari capaci di evitare il riformismo nella battaglia per l’affermazione del socialismo. L’unico criterio di validità di tali obiettivi Š costituito dalla nascita e dall’estensione di contropoteri di classe nelle fabbriche, nelle scuole e nella società intera.
L’incontro si è concluso con l’indicazione di alcuni strumenti pratici per rendere continuo e sempre più intenso il lavoro comune, allo scopo di raccogliere e stimolare la spinta politica delle lotte operaie e studentesche: inchieste nelle fabbriche, comitati unitari di base, assemblee generali di studenti e operai…A un prossimo incontro Š stata affidata la definizione di queste iniziative comuni, nei loro rapporti con le organizzazioni sindacali e politiche. Tirando le somme, non si è trattato di una bella discussione accademica, ma di un primo importante contatto generale basato su grosse esperienze di lotta. Ed Š proprio nell’intensificarsi della lotta di classe che l’unione fra studenti e operai potrà diventare più stretta e generare gli strumenti organizzativi di base più adatti.

da: L’Informatore metallurgico, Aprile 1969

PERCHE STUDENTI E OPERAI UNITI ?

La possente manifestazione e il corteo che, formatosi spontaneamente, ha percorso le vie della città, come risposta chiara e ferma alla politica repressiva dei padroni e dello stato borghese, ha sancito, una volta per tutte, che esiste unità nella lotta tra la classe operaia, gli studenti e tutte le forze che si muovono in una logica anticapitalistica. Man mano che il corteo si snodava, lungo le vie della città, in ognuno di noi nasceva la consapevolezza della propria forza. Migliaia di studente ed operai uniti scandivano slogan contro la violenza e la repressione padronale, esercitata mediante lo strumento di sempre: la polizia.
Una tale manifestazione di forza e di unità non si è venuta a creare improvvisamente; in realtà è stato il risultato di uno sforzo costante della ricerca di un terreno di lotta comune, portato avanti sia dagli studenti che dagli operai.
Da parte del movimento studentesco si conduce da molti mesi un lavoro costante e capillare, lavoro svolto da vari gruppi, in molte fabbriche ed in alcuni quartieri.
Da parte operaia vi è stato uno sforzo per superare le divisioni con gli studenti (vere o false che fossero) portandole sul terreno concreto della reale condizione operaia in fabbrica e, in generale, dei problemi della classe operaia.
Lo sviluppo politico della maggior parte degli studenti è avvenuto in generale dentro l’università e le scuole. Non ci siamo mossi da posizioni astratte e per questo irreali, ma da evidenti contraddizioni esistenti nella struttura scolastica. Lo stato di disagio era generale e diffuso anche fra chi non poteva (o non voleva) ragionare in termini di classe. I problemi andavano dalle aule numericamente insufficienti e anguste, ai testi costosissimi, al senso di impotenza che ognuno di noi sentiva il più delle volte in maniera non cosciente. Nasceva in questo frangente una avanguardia la cui coscienza politica era più matura. Il primo ostacolo, che doveva essere immediatamente superato, era l’assenteismo e la diffidenza della gran massa degli studenti. Assenteismo e diffidenza, favoriti proprio da quegli organismi corporativistici che erano, apparentemente, la tutela degli interessi studenteschi, ma costituivano un ostacolo, una presa di coscienza ampia e profonda. Il motivo fondamentale consisteva nel fatto che questi organismi erano l’eco delle strutture partitiche nazionali, con tutte le divisioni partitiche tradizionali (l’Orub non era che un piccolo parlamento). Queste strutture verticistiche non sapevano cogliere, per loro natura, le istanze della base e si limitavano ad amministrare i falsi bisogni della massa, favorendo così le divisioni corporativistiche volutamente esistenti nell’ambito universitario. La riprova che questi organismi erano uno strumento, in mano ai baroni delle cattedre, era l’approvazione ed il compiacimento eccessivo che il senato accademico mostrava nei loro confronti.
A questo punto gli studenti politicamente più maturi, hanno lanciato una serie di parole d’ordine, che erano l’autentica voce della base, con la lotta contro questi falsi tutori, ed ha permesso la nascita di momenti di discussione collettiva: le assemblee; qui ogni istanza era direttamente manifestata e raccolta.
Quale era lo stile con cui l’assemblea procedeva? Il singolo studente portava il resoconto della propria situazione, dei propri problemi e richiedeva a chi in quel momento dirigeva la discussione una soluzione immediata. La risposta a questa richiesta non era data da uno solo, il quale aveva la possibilità di capire e risolvere questi problemi, ma tutti dovevano trovare la soluzione migliore che era oggettivamente comune.
La prima cosa era chiedersi il perché di certe situazioni, scoprirne la parentela con altre, la radice comune del disagio, ed infine gli strumenti per affrontarli efficacemente. Si scopriva così che il male comune era il distacco tra la teoria e la pratica, ogni nostra intuizione quindi doveva essere continuamente verificata con la pratica.
Così si prendeva coscienza dei nostri problemi e del metodo politico, che ci permette ora di scoprire come si articola la società in cui viviamo: la dialettica.
Il salto qualitativo e quantitativo del Movimento Studentesco è stato quindi rapido, ed il nostro discorso immediatamente politico. L’università nell’attuale società è concepita come macchina produttrice e selettrice (esami) di tecnici pronti a calare in massa nelle fabbriche, nelle scuole, nei posti di lavoro, per continuare in maniera più efficace lo sfruttamento nei confronti della classe produttrice. Abbiamo capito che quello che ci viene insegnato non Š una scienza neutra, ma una scienza al servizio del padrone. Da dove vengono le malattie? I nostri professori dicono dal cielo o dai microbi; ma noi diciamo che le malattie nascono dallo squilibrio tra uomo e natura, dalle condizioni malsane, dalla vita caotica e alienante, in una parola, dai rapporti di produzione.
A cosa serve la macchina? Non ci viene detto, ma noi sappiamo che serve, non ad affermare la forza dell’uomo sulla natura, ma ad aumentare il ritmo produttivo a scapito dell’integrità psicofisica del lavoratore, pertanto lo sfruttamento dei padroni sulla classe operaia. Gli studenti hanno così capito, che questi problemi investono non solo la struttura universitaria ed in generale la scuola, ma anche la società nel suo complesso, cioè dell’intera struttura capitalistica del Paese.
Da ciò Š nata la necessità di unirsi con quelle forze che, per la loro stessa natura, sono in lotta contro il potere capitalistico: la classe operaia. Nel momento dell’incontro effettivo, il contributo degli studenti si Š concretizzato nel riproporre costantemente le caratteristiche di fondo del Movimento Studentesco. Il rifiuto della delega, la necessità di investire direttamente la base, quindi di responsabilizzare tutti, allo scopo di dare ad ogni problema una risposta collettiva e per questo reale, ha posto il Movimento Studentesco in una logica antistituzionale, questo perché ci muoviamo in una società che per mezzo delle sue istituzioni cerca di dividerci.
Nascevano così una serie di strumenti politici: gruppi di studio, discussioni collettive, ecc. affinché persone responsabili e coscienti fossero in grado di esprimere una serie di soluzioni da verificare costantemente nella pratica.
Questa esigenza creativa di nuove forme di lotta è stata espressa ultimamente anche dalla classe operaia. La lunga e vittoriosa lotta della Pirelli (ripresa in questi giorni) è una conferma della volontà politica degli operai, il crollo del mito Marzotto come simbolo di collaborazione fra operai e padronato.
Pertanto operai e studenti capiscono sempre più che se anche le battaglie sono apparentemente diverse e quindi diverse le armi, il nemico è comune e quindi comune è la lotta.

da: Lo smeriglio, s.d.

RESPINGERE LE PROVOCAZIONI

La Fiom-Cgil ha sempre considerato con il massimo rispetto ed il più ampio interesse la lotta che il movimento studentesco conduce consapevolmente per la riforma, in senso democratico, della Università e della scuola in generale.
Una grande organizzazione di lavoratori non può non apprezzare una battaglia tesa ad affermare il diritto allo studio la cui realizzazione Š oggi ostacolata dal carattere classista della scuola italiana; d’altra parte l’autoritarismo accademico contro cui si manifesta la contestazione degli studenti, ha dei legami solidi e profondi con l’autoritarismo padronale che i lavoratori devono affrontare nelle loro battaglie sindacali. Il rinnovato impegno che i giovani oggi manifestano, le conquiste ottenute con la lotta e l’acquisizione di una profonda consapevolezza intorno alla natura dello scontro in atto e al ruolo importante che essi possono ricoprire per l’evoluzione della società, aprono prospettive di notevole respiro per l’immediato futuro.
Inserito nel processo produttivo, il giovane diplomato o laureato di domani non sarà, come troppo spesso avviene ora, subordinato alla logica e alla ideologia del padronato, ma sarà aperto alle battaglie che il movimento sindacale conduce, proprio perché avrà contribuito a modificare un certo tipo di scuola predisposta secondo i fini dei gruppi imprenditoriali, proprio perché avrà lottato per raggiungere questi obiettivi.
Pertanto, la Fiom ritiene che, nel più rigoroso e reciproco rispetto della propria autonomia, tra il movimento sindacale e il movimento studentesco siano possibili confronti di esperienze e di idee, intese non soltanto solidaristiche, ma concrete per obiettivi comuni. L’azione rivendicativa del sindacato, infatti, rischia di divenire sterile e scarsamente incisiva se non si collega anche ad una battaglia per le riforme di struttura, tra le quali si impone la battaglia per la riforma della scuola e dell’insegnamento. Dall’altro canto, la battaglia del movimento studentesco può trarre utili esperienze dal patrimonio di lotte, ormai ventennale, del sindacalismo italiano. Del resto le radici del potere accademico si affondano nello stesso terreno di quelle del potere economico.
Ciò premesso la segreteria provinciale della Fiom-Cgil ritiene doveroso esprimere la propria opinione nei confronti di poche decine di provocatori che contrabbandando, troppo spesso, la propria azione con quella del movimento studentesco, svolgono, da tempo, una attività di disturbo delle lotte sindacali.
Trattasi di personaggi, ormai da tutti conosciuti, i quali a volte si celano sotto il nome di “Potere Operaio” quando non usano l’emblema suggestivo di “Movimento studentesco”; la loro azione Š costantemente tesa a screditare la politica che i sindacati (la Cgil in primo luogo) portano avanti, a distorcerne i contenuti e a sviarne le iniziative. In molti di loro tale atteggiamento Š soltanto il frutto di un sordo rancore verso la Cgil o i partiti operai, nei quali hanno militato e dai quali sono stati emarginati.
finora la segreteria della Fiom provinciale aveva ritenuto di tollerare queste provocazioni, nel preciso intento di non fare a questi personaggi una pubblicità non meritata e nella consapevolezza della maturità della nostra categoria che Š in grado di giudicare come meritano i provocatori.
Ora però la loro sfrontatezza ha raggiunto il colmo della misura e i metalmeccanici si trovano impegnati in una dura lotta per affermare i propri diritti contro l’intransigenza oltranzista del padronato. Non si possono quindi ulteriormente tollerare azioni di disturbo. Pertanto la segreteria provinciale della Fiom-Cgil invita tutti i propri attivisti a respingere decisamente, in ogni occasione, le provocazioni di questi ben individuati gruppi estremisti che niente hanno a che fare col movimento studentesco e li diffida dal proseguire in una azione irresponsabile che, per la confusione che crea, può soltanto servire al gioco del padronato.

da: L’Informatore metallurgico, Giugno 1968

UN’INDAGINE NELLA FABBRICA PANCALDI

La patologia alla Pancaldi è soprattutto di origine psicosomatica. Sono state interrogate 107 operaie (di cui 3 operai), di cui 38 ai nastri, 36 allo stiro, 3 alle spedizioni e 30 al taglio.
Tratteremo la patologia delle operaie nei vari reparti in modo quasi esclusivamente unitario in quanto i disturbi sono sostanzialmente omogenei.
Cominciamo a trattare prima di tutto i sintomi tipicamente nevrotici:

1) Alvo: 49 stitiche; 55 normali; 3 diarroiche.
Vi Š quindi una frequenza del 50% circa in quel che riguarda i disturbi dell’alvo. Tre sono i fattori causali da prendere in considerazione:
a) Il pasto di mezzogiorno fatto in condizioni particolarmente disastrose.
b) La impossibilità, per i ritmi continui che non lo permettono, di recarsi al gabinetto.
c) La stitichezza è uno dei sintomi più frequenti e tipici della nevrosi. Dal momento che nel reparto taglio, in cui vi è relativa possibilità di andare al gabinetto regolarmente la stitichezza colpisce le operaie praticamente nella stessa percentuale del 50%, è possibile escludere il fattore b). Restano validi il 1° e il 3° fattore; siccome le operaie sono stitiche croniche (cioè anche la domenica e costantemente) possiamo affermare che questo sintomo (caratteristico, come abbiamo detto, della patologia psicosomatica) deriva dalla tensione nervosa cui sono costantemente sottoposte le operaie (parleremo alla fine di quelle che possono essere, nella organizzazione del lavoro, le cause della tensione nervosa e quindi delle somatizzazioni).

2) Diuresi: tutte sono costrette a trattenere in quanto i ritmi sono veloci e costanti e non permettono di soddisfare questa esigenza fisiologica. Solo accelerando il lavoro è possibile (quindi anche accumulando casse che sono poi completate alla fine del lavoro), ma questo provoca in quasi tutte le operaie difficoltà di minzione (bruciori) e diminuzione della diuresi stessa (gocce). Oltre alla obbligata ritenzione, causa di questo disturbo è senz’altro anche la tensione nervosa delle operaie che, per non perdere tempo e per i rimproveri delle capo-reparto, devono affrettare queste funzioni.

3) Mestruazioni: su 107, 27 sono irregolari, 12 con dolore e 68 normali. La percentuale è di circa il 30%. Anche di questo sintomo occorre dire che è caratteristico della patologia psicopatica, in quanto tensione psichica, ansie ecc. provocano disturbi della sfera endocrina responsabili di dismenorrea ecc.. E’ utile per confermare questo dato l’affermazione di alcune operaie che hanno notato la coincidenza tra l’inizio dei disturbi e l’inizio del lavoro in fabbrica. Allo tiro si aggiunge anche il calore (d’estate insopportabile), la posizione costantemente eretta (molte si sentono venir giù la pancia), e la necessità di manovrare pedali, ecc.. Allo stiro infatti 12 su 36 soffrono di questi disturbi, ma se vogliamo considerare che ai nastri sono 18 su 30 e al taglio 9 su 30 possiamo affermare che il primo fattore (tensione nervosa) è il maggior responsabile di questo sintomo.

4) Dolori toracici, dispnea, tachicardia
Dispnea: 34; dolori toracici: 18; tachicardia: 39
Questi sintomi sono caratteristicamente di origine nervosa (difficoltà di respiro, dolori toracici sono i tipici sintomi della cosiddetta distonia neuro-vegetativa). La tachicardia insorge soprattutto, come affermano le operaie, in seguito ad emozioni di cui sono responsabili le capo-reparto particolarmente severe (soprattutto ai nastri si verifica questo, cioè nei reparti dove le capo-reparto sono più numerose e più vigili: “Quando vedo venire la capo-reparto, oppure mi sorveglia mi viene il batticuore”).

5) Digestione: cattiva: 61; normale: 46.
Fra le 61 i sintomi più comuni sono: nausea (20), vomito (6), bruciori (38), dolori (23), senso di peso (35), molte operaie soffrono più di un sintomo.
Fra le cause possiamo ancora una volta prendere in considerazione:
a) Mensa inesistente e quindi qualità e quantità del pasto insufficienti.
b) Scarsezza del tempo a disposizione.
c) Tensione nervosa.
Se teniamo conto del fatto che molte operaie praticamente non mangiano a mezzogiorno in quanto (ho un nodo nello stomaco, non va giù nulla) possiamo affermare che oltre alle prime due cause, molta importanza assume il fattore tensione psichica prima dell’ora di pranzo o l’ansia causata dalla necessità di riprendere lo tesso lavoro un’ora dopo.

6) Vertigini, svenimenti, mal di testa.
Vertigini: 41; svenimenti: 11; mal di testa: 64.
Questi sintomi (vertigini 50%, mal di testa 60%) sono maggiormente sentiti ai nastri, reparto ove la tensione è particolarmente forte, e di conseguenza anche la sintomatologia è massima (fino agli svenimenti). Mali di testa, vertigini, svenimenti, questi ultimi sono a carattere isterico, cioè la muscolatura è tesa durante lo stato di incoscienza e non rilassata.

7) Sonno: 40 dormono male, cioè fanno fatica ad addormentarsi, si vegliano di notte, dormono poco.

8) Come si considera: tranquillo oppure nervoso e ansioso.
88 si considerano nervose e ansiose sia fuori che dentro la fabbrica (soprattutto durante e dopo il lavoro).
Le cause dichiarate sono:
1) ritmi di lavoro:
2) rapporti interni;
3) stanchezza;
4) ansia per il lavoro;
5) paura di sbagliare.

9) Malattie più frequenti durante il lavoro:
gastriti 18
coliti 7
ulcere 3
esaurimenti nervosi 10

Quindi più di 1/3 con somatizzazioni evidenti e diagnosticate.
Questi sintomi inoltre non si hanno solo nelle fabbriche ma anche al di fuori, cioè la tensione nervosa viene trasportata poi nei rapporti con gli altri e nella famiglia con tutto ciò che ne consegue (rapporti tesi coi figli, col marito, ecc.). Questo è aggravato dal fatto che la maggior parte delle operaie (39) impiegano più di 1 ora per recarsi al lavoro e quindi il tempo da dedicare alla famiglia viene ulteriormente limitato e la tensione nervosa viene aggravata dalla necessità di volgere i lavori domestici.

Si aggiungono a questi sintomi nervosi altri che derivano dalla faticosità del lavoro stesso e dalla condizione disagevole dei servizi.

I) Variazioni di peso e di appetito:
57 operaie hanno avuto variazioni di peso: di queste 35 sono diminuite e 22 sono aumentate;
37 operaie hanno avuto variazioni di appetito.
Per questi due sintomi intimamente correlati vedi “alvo” all’inizio.

II) Gonfiore alle caviglie e varici:
65 operaie soffrono di questo sintomo, ma al percentuale più alta si verifica allo tiro (28 su 39), ove alla posizione eretta si aggiungono come fattori causali l’alta temperatura e la pressione sui pedali e al taglio per la posizione eretta per un tempo troppo lungo e senza pausa;
38 operaie presentano varici, per questo sintomo vale lo stesso discorso.

III) Dolori muscolari:
a) limitazione della possibilità di muoversi;
b) tumefazioni articolari:
69 operaie presentano dolori muscolari con localizzazione più frequente alle spalle, tronco, braccia, gambe (questi si hanno soprattutto allo stiro per l’uso di attrezzi pesanti).
Occorre dire però che sono molto frequenti anche ai nastri (24 su 38) dove sono più evidenti le limitazioni della possibilità di muoversi (11 su 22) che presentano questo sintomo e le tumefazioni articolari (11 su 18). Questi sintomi derivano soprattutto dalla necessità di ripetere gli tessi movimenti per un tempo troppo lungo in posizioni scomode, senza un attimo di sosta.

IV) Udito:
L’intenso rumore provocato da centinaia di macchine in azione produce un rimbombo che “fa scoppiare la testa”. Questo fattore oltre a provocare diminuzioni di udito (8 operaie di cui 4 ai nastri, 2 al taglio e 2 allo stiro) provoca ronzii che si prolungano anche dopo il lavoro (28) e sono inoltre un fattore aggravante la tensione nervosa.
A questo fattore, sono poi ingiustificatamente esposte le operaie degli altri reparti, in quanto nessuna divisione è stata realizzata fra esse.

V) Vista:
La luce al neon provoca disturbi alla vista e le polveri che vengono liberate dalle stoffe sintetiche sono responsabili di ben 28 casi di congiuntivite e di altri casi di allergia.

VI) Infortuni:
16 casi tra bruciature, tagli e infissione dia aghi nelle dita. Sono più frequenti in alcune ore del giorno ed esattamente nella prima ora dopo la ripresa pomeridiana del lavoro.

I disturbi di ordine esclusivamente fisico sono dovuti, come abbiamo accennato, alla necessità di restare in piedi costantemente, oppure in posizioni scomode per molte ore al giorno, e a ritmi eccessivi. Si vuol dire cioè che la posizione scomoda assunta durante il lavoro è aggravata da due fattori:
1) durata del tempo lavorativo;
2) ritmi eccessivi.
Le 8 ore al giorno (9 al lunedì a cui si devono aggiungere le ore per terminare il lavoro accumulato) con ritmi che non permettono di cambiare posizione sono in gran parte responsabili o aggravanti dei disturbi alla posizione e ai movimenti durante il lavoro. Ma questi disturbi passano decisamente in secondo ordine di fronte ai primi sintomi che abbiamo commentato: ovvero quelli nervosi. Un esame del lavoro può esserci molto utile per spiegare la forte tensione nervosa responsabile di questi sintomi che, secondo le affermazioni delle operaie, sono i più fastidiosi e fanno passare decisamente in seconda linea quelli prima ricordati.
Il nastro ha frammentato il lavoro in tante singole operazioni ripetute per 8 ore, monotone, con ritmi eccessivi. Questa frammentazione oltre a non rendere soddisfacente il lavoro, in quanto non si impara un mestiere (come affermano molte operaie dopo 8 anni non sono capaci di confezionare una intera camicia), è responsabile della monotonia e della ripetitività; infatti si deve svolgere, con i movimenti sempre fissi, una stessa operazione per 8 ore, senza che vi sia un attimo di sosta (la cassetta vuota che ogni tanto viene fatta passare è un inganno in quanto o segnala il cambiamento del tipo di stoffa, e quindi la necessità per le operaie di cambiare i rocchetti, oppure di finire il lavoro accumulato).
La ripetitività e la monotonia sono due fattori che di per sé portano ad un rilassamento e ad una diminuzione dell’attenzione, mentre in questo lavoro il ritmo continuo e la paura di sbagliare impongono un’attenzione costante, spasmodica (accresciuta inoltre dalla caporeparto attraverso rimproveri e multe), possiamo affermare che i disturbi nervosi in fabbrica sono essenzialmente dovuti a questi fattori: 1° frammentazione del lavoro in tante singole operazioni fisse; 2° ritmi eccessivi che con la frammentazione del lavoro concorrono ad aggravare sia la ripetitività, sia la monotonia, quindi l’eccessivo sforzo del lavoro; 3° presenza del controllo autoritario e per niente facilitante della caporeparto; 4° l’orario di lavoro troppo lungo.

A questi si aggiungono tutti i disturbi fisici prima ricordati, dovuti alla posizione, ai movimenti nel lavoro, al rumore, alla polvere, eccetera, cui sono ingiustificatamente esposte tutte le operaie. Questi dati si basano tutti sulle affermazioni delle operaie ottenute in una serie di colloqui e non ad una visione diretta del luogo di lavoro (questo è dovuto principalmente al padrone che non permette die entrare in fabbrica ed alla inefficienza di un medico di fabbrica la cui funzione rimane costantemente di tipo burocratico-carcerario).
Ciò potrebbe creare dubbi sulla effettiva validità della ricerca, ma ciò è errato in quanto i disturbi psicologici e psicosomatici difficilmente sono rilevabili obiettivamente; è chiaro dunque che in queste condizioni le affermazioni delle operaie sono il dato principale per aprire un discorso scientifico in quanto queste sono direttamente partecipi al lavoro, le uniche a potere avvertire questi disturbi, le prime a potere direttamente determinare le cause, le uniche aventi il diritto di convalidare o meno il lavoro e di imporre quelle modifiche che ritengono necessarie.
Un gruppo di studenti di medicina

LA REPRESSIONE E L’ANTIFASCISMO

CI MENANO !

Richiesta: libera assemblea in libera scuola.
Risposta: 43 feriti, 19 fermi, 1 arresto.
Gli studenti chiedono di poter usare liberamente strumenti di dibattito ed elaborazione collettiva.
La democrazia borghese non lo può tollerare.

Gli studenti si riuniscono per rivendicare un tale diritto e manifestano.
La democrazia borghese reprime.

I.T.I.S.: gli studenti occupano l’istituto e mentre pacificamente sgombrano vengono attaccati e picchiati a sangue dai baschi neri* in assetto di guerra.

ALBINI: le studentesse vengono cacciate brutalmente (alcune addirittura buttate giù dalle scale e portate al Rizzoli e al Policlinico).

GALVANI-FERMI-RIGHI-MANFREDI: intervento intimidatorio e repressivo di celere e baschi neri

I.T.I.S.: la lotta continua: proditoriamnete di notte la polizia sgombra l’Istituto, di giorno alla luce del sole gli studenti rioccupano pacificamente. Di nuovo la polizia interviene alle ore 6 con azione intimidatoria e violenta arrestando 16 giovani e segnalando minacciosamente molti manifestanti.

LA POLIZIA STAZIONA PERMANENTEMENTE NEI PRESSI DEI VARI ISTITUTI

La giusta lotta degli studenti medi è la risposta sempre più chiara e meglio organizzata alla violenza di istituzioni (Scuola, Stato) separate dalle masse e sulle quali le masse non possono volgere nessun controllo.

STUDENTI, LOTTIAMO PER ESERCITARE UNA VERA DEMOCRAZIA DI MASSA
MOVIMENTO STUDENTESCO DI MATEMATICA E INGEGNERIA

* BASCHI NERI: Corpo speciale corazzato dei carabinieri creato da De Lorenzo nel ’64 per colpi di Stato.

COMPAGNI STUDENTI, COMPAGNI OPERAI

Ieri, 15 novembre 1968, IL POTERE ACCADEMICO, I PADRONI, hanno gettato la maschera, hanno sciolto i loro cani da guardia.
Sono arrivate le “forze sane” dell’università tanto invocate da ministri, rettori, benpensanti e giornali “indipendenti”.
Un gruppo di “goliardi”,
-FASCISTI PER L’AZIONE CHE HANNO CONDOTTO
-FASCISTI IN QUANTO RAPPRESENTANO LA REAZIONE ALLA GIUSTA LOTTA DEGLI STUDENTI
-FASCISTI IN QUANTO SOSTENUTI E PAGATI DAL POTERE ACCADEMICO
hanno cercato e cercano di impedire con la violenza lo svolgimento delle assemblee degli studenti medi nelle facoltà occupate, le attività del Movimento studentesco.

PERCHE SONO INTERVENUTI OGGI?

PERCHE SOLO NELLE FACOLTA’ OCCUPATE DAL MOVIMENTO STUDENTESCO GLI STUDENTI MEDI POSSONO TENERE QUELLE ASSEMBLEE INTOLLERABILI AL PROVVEDITORE, AGLI INFORMATORI DELLA QUESTURA, AI PADRONI DI SEMPRE

Vogliono creare tra gli studenti medi un clima di terrore, di confusione, di sbandamento? NON E’ RIUSCITA LA POLIZIA. TANTO MENO RIUSCIRANNO QUESTI SQUALLIDI “GOLIARDI”.

Questa sporca manovra è stata respinta.

L’UNITA’ CHE SI E’ TROVATA SPONTANEAMENTE DAVANTI ALLE FABBRICHE TRA STUDENTI E OPERAI CONTRO I PADRONI, SI E’ RITROVATA SPONTANEAMENTE DAVANTI ALL’UNIVERSITA’ CONTRO I SERVI DEI PADRONI.

La falsa neutralità del potere accademico è caduta nel momento in cui al posto della polizia -strumento tradizionale della repressione- sono stati fatti intervenire i fascisti -strumento storico della reazione.

BASTA CON L’UNIVERSITA’ INTESA COME ISOLA FELICE DEGLI INTELLETTUALI E DELLA SCIENZA “NEUTRA”.
NON HA IMPORTANZA SE E’ LA POLIZIA OD I FASCISTI A PICCHIARE
NON FA DIFFERENZA SE SONO GLI STUDENTI O GLI OPERAI A RISPONDERE

Movimento studentesco Bolognese

Bologna 16 Novembre 1968

Avola, Siracusa, i braccianti sono in lotta per il contratto provinciale, la polizia interviene a difesa del diritto di sfruttamento:

DUE BRACCIANTI MORTI E QUARANTA FERITI

UNA ESECUZIONE DI MASSA

Ancora una volta sono degli fruttati ad essere uccisi, uomini che non hanno diritti ma solo il diritto di essere sfruttati.
La giustizia borghese garantisce la vita, l’operaio, il bracciante vivono per essere sfruttati, a chi si ribella la giustizia borghese garantisce solo LA MORTE.
La morte Š venuta dalle fredde canne dei mitra: ogni poliziotto, ogni padrone, ogni borghese, ogni sfruttatore, tutta una società organizzata per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, hanno premuto nello stesso momento lo tesso grilletto, hanno ucciso, hanno fidato freddamente tutti gli sfruttati.
I BRACCIANTI, LA CLASSE OPERAIA STANNO ORGANIZZANDO LA LOTTA: domani SCIOPERO GENERALE IN Sicilia, scioperi in centinaia di città d’Italia,
dopodomani SCIOPERO NAZIONALE DEI BRACCIANTI
saranno milioni coloro che raccoglieranno la bandiera di lotta macchiata in Sicilia dal sangue dei caduti.
E’ proprio quando la repressione colpisce più forte che l’unità nella lotta è necessaria: alla violenza dell’apparato repressivo borghese si risponde con la violenza proletaria.
IL MOVIMENTO STUDENTESCO CHIAMA TUTTI GLI STUDENTI A FIANCO DEI BRACCIANTI E DELLA CLASSE OPERAIA, CHI NON VERRA’ ALL’APPUNTAMENTO AVRA’ SCELTO DI STARE DALL’ALTRA PARTE

ORE 10 ASSEMBLEA D’ATENEO IN CENTRALE

Volantino del Movimento Studentesco bolognese, s.d.

I VERI I SOLI ASSASSINI SONO I PADRONI

14 morti e un centinaio di feriti sono il tragico bilancio degli attentati di Milano e di Roma. Si tenta di addossare la colpa alle avanguardie di classe delle fabbriche e delle scuole. La violenza degli fruttati non si manifesta con la dinamite ma con la lotta di massa nelle fabbriche e nelle scuole.
LE BOMBE E GLI ASSASSINI POLITICI SONO LA TRISTE PREROGATIVA DELLE SQUADRE FASCISTE.

Proprio quando la lotta di massa non può più essere fermata dagli strumenti tradizionali di controllo politico e da un piano riformistico del capitale, i padroni ricorrono alla estrema risorsa della violenza fascista, utile pretesto per sviare le lotte dai loro obbiettivi reali e per scatenare la repressione legalizzata sulle avanguardie di classe.

La canea della stampa borghese e degli strumenti di comunicazione di massa come la radiotelevisione tenta, attraverso l’uso terroristico dell’informazione di isolare l’avanguardia delle masse per impedire al riuscita delle lotte.

Proprio perché ai padroni e ai loro lacché servono questi gesti criminali, NON CREDIAMO ALLA LORO GIUSTIZIA: nessuno sa più niente degli attentati ai treni di questa estate, niente degli assassini di AVOLA, di BATTIPAGLIA, di PISA, niente di coloro che hanno paralizzato a vita SORIANO CECCANTI.

L’organizzazione meticolosa di questi crimini, i mezzi finanziari che essi presuppongono, la barbara freddezza e la simultaneità con cui sono stati eseguiti non lasciano dubbi sulla loro origine fascista.

Contro il blocco d’ordine fascista e socialdemocratico che provoca i morti per giustificare la repressione, come contro il riformismo che tenta di ridurre la lotta di classe a riforma e antifascismo, contro il bastone e la carota del sistema che non si accontenta più di sparare nelle piazze contro i proletari (91 assassini negli ultimi 16 anni), di massacrare nelle fabbriche 2270 operai all’anno (un omicidio bianco ogni mezz’ora) la risposta deve essere

ORGANIZZIAMO E INTENSIFICHIAMO LA LOTTA SUGLI OBIETTIVI DI CLASSE NELLE FABBRICHE E NELLE SCUOLE

MOVIMENTO STUDENTESCO

Cicl. in proprio Bologna 13/12/69 via Zamboni 33

PARTITI E GRUPPI POLITICI

QUESTE SONO ALCUNE PROVE CHE PINELLI E’ STATO ASSASSINATO

1) Persino il Pubblico Ministero Occorsio ed il giudice Guicciardi hanno COMPLETAMENTE SCAGIONATO PINELLI dalle infamanti accuse mentre dopo il tragico volo il questore Guida disse: – Vedendosi incastrato, colto da sconforto si è gettato essendo emersi a suo carico elementi gravi – mentre Calabresi subito dopo disse che era un povero diavolo e lo avrebbe rilasciato subito (l’ipocrita ha poi fatto di tutto per “riabilitarne” la memoria).
Prima di “suicidarsi” dicono che gridò “E’ la fine del Movimento Anarchico Internazionale” (notare l’idiozia).

2) Il brigadiere Panessa afferma che “cercando di trattenere” Pinelli, gli rimase una scarpa in mano, mentre giornalisti presenti subito dopo nel cortile ASSICURANO che Pino aveva entrambe le scarpe.

3) Ci sono state discordanze sulle testimonianze degli autorevoli presenti al sedicente “suicidio”, le versioni sono le seguenti: “E’ scivolato dalla finestra perché ha avuto un capogiro” – “Si è suicidato perché aveva paura di perdere il posto” – “Si è ucciso quando ha saputo che Valpreda aveva confessato (tipica menzogna da interrogatorio) ed il fatto citato nel punto numero 1.

4) L’AVANTI, giornale governativo, pone l’ipotesi che Pino sia stato ucciso con un colpo di karat‚ ed in seguito la perizia necroscopica ha dimostrato che la causa della morte fu molto probabilmente dovuta ad un colpo al collo (si è riscontrata lesione bulbare).

5) L’ambulanza per il suo trasporto è stata chiamata BEN DUE MINUTI PRIMA DELLA CADUTA.

6) Il commissario Calabresi (detto volo d’angelo) afferma di essere uscito dalla stanza dove si volgeva l’interrogatorio poco prima del “suicidio” e perciò che era assente quando Pino compì “il folle gesto” MENTRE l’anarchico Pasquale Valitutti che poteva chiaramente osservare l’entrata della stanza essendo presente nel corridoio in attesa di essere interrogato, è certo che nessuno uscì dalla porta e che aveva sentito RUMORI DI COLLUTAZIONE SEGUITI DA SILENZIO.

7) L’autista e l’infermiera che hanno soccorso Pino ed hanno assistito alla sua morte sono stati misteriosamente trasferiti o resi irreperibili.

8) Il giornalista Palumbo dell’Unità, presente alla caduta ha avuto la netta impressione “che stessero gettando qualcosa dalla finestra, forse un sacco”; in seguito la sua casa Š stata visitata da strani ladri i quali dopo averla perquisita minuziosamente se ne sono andati senza asportare nulla (ovviamente cercavano materiale compromettente, come fotografie).

9) E’ accertato che chi si suicida gettandosi nel vuoto istintivamente grida e protende le mani in avanti a proteggere il capo; Pinelli al contrario è precipitato senza un grido (lo testimoniano giornalisti) e le mani non presentarono segni di escoriazione. La dinamica della caduta è in controsenso con l’ipotesi del suicidio: Pino è caduto verticalmente, sfiorando la facciata del palazzo e battendo sui cornicioni; chiunque si lanci da una certa altezza compie una traiettoria simile ad un tuffo e tende ad allontanarsi dalla verticale del punto da cui si è gettato.

10) Il giudice Pulitanò che doveva giudicare Pio Baldelli al processo Lotta Continua – Calabresi è stato sostituito in quanto troppo democratico quindi troppo obiettivo e la stessa sorte è toccata ad una giudice-aggiunta.

11) I legali di Pinelli sono sempre stati esclusi da qualsiasi sopralluogo e indagine in riguardo.

Nonostante tutti questi fattori il giudice Amati (detto mangia-anarchici) ha convalidato la tesi del suicidio ARCHIVIANDO IL CASO.

Il questore Guida (che subito dopo la morte di Pinelli ha affermato falsamente alla televisione che “Il suo alibi era caduto e, trovandosi incastrato si è gettato dalla finestra” è stato elevato di grado dal Ministro degli Interni Restivo; Baldelli invece, che ha detto “Pinelli è stato assassinato” viene processato dalla giustizia borghese.

SAPPIAMO CHI SI NASCONDE DIETRO I NOMI DI: CALABRESI, CAIZZI, GUIDA, PANESSA, ALLEGRA, essi non sono che il paravento del GOVERNO EI PADRONI, IMPARIAMO A RICONOSCERE I NOSTRI NEMICI E AVREMO LA FORZA DI STRONCARE LA REAZIONE TUTTI UNITI.

Anarchici: Assassini o Assassinati?

Gli attentati di Milano e di Roma servono egregiamente a tutti coloro che vogliono creare il panico su cui innestare un colpo di mano autoritario alla greca. Questo era fino a due giorni fa l’opinione generale della stampa internazionale e nazionale più autorevole. Perciò ha lasciato tutti stupiti l’improvvisa conclusione delle indagini che ha portato alla incriminazione di un gruppo di anarchici.
Ci sono molti punti oscuri nell’indagine:
1) La strana e tragica fine del compagno Giuseppe Pinelli alla cui vedova è stata negata la presenza all’autopsia del medico legale di fiducia da essa richiesta.
2) E’ difficile credere che un pericoloso dinamitardo si rechi nei pressi del luogo dell’attentato in taxi, lo faccia attendere, per poi farsi accompagnare a un centinaio di metri di distanza. se c’era un modo di farsi notare e successivamente riconoscere era proprio il modo di comportarsi del presunto attentatore.
3) Il “riconoscimento” è avvenuto in modo perlomeno strano. Il Valpreda è stato fermato a Milano e trasferito immediatamente a Roma e a Roma è stato portato anche il testimone, al quale erano state mostrate in precedenza le fotografie di alcuni fermati di Milano. A Roma il confronto avviene mettendo il Valpreda accanto a quattro persone estranee e, a quanto si sa, almeno due di queste erano facilmente escludibili per il colore grigio dei capelli. Tra l’altro come risulta dall’intervista del “Giorno” 18-12-1969, il taxista dice di non ricordarsi dell’abbigliamento e del vistoso difetto fisico del Valpreda ma ricorda perfettamente la fisionomia (forse perché ha precedentemente visto la fotografia).
4) Il Valpreda è stato fermato a Milano negli uffici giudiziari dove si era recato di sua spontanea volontà per accertamenti su un reato di stampa. E’ strano che l’autore di una atto di tale criminalità si presenti a cuor leggero davanti al giudice.
5) E’ difficilmente spiegabile per quali ragioni sia stata fatta brillare la bomba inesplosa trovata alla Banca Commerciale! Si potrebbe pensare ad una deliberata distruzione di prove.
6) Il gruppo di anarchici oggi incriminati era sotto controllo della polizia da oltre sette mesi per l’attentato dinamitardo della Fiera di Milano; come avrebbero potuto organizzare indisturbati cinque attentati di tale portata? (Fra l’altro gli attentati alla Fiera di Milano sono stati attribuiti da autorevoli giornali internazionali: Guardian, Observer, le Monde, a sicari dei colonnelli greci).
Quello che ci interessa tuttavia non è una controindagine per dimostrare l’innocenza di Valpreda. Ma noi denunciamo con violenza il modo di procedere assolutamente illegale della polizia che, con il pretesto delle indagini sugli attentati, ha tenuto in stato di fermo per più giorni centinaia e centinaia di compagni, al cui unica colpa è stata quella di aver lottato e di lottare contro lo sfruttamento dei padroni in fabbrica, nella scuola e nella società intera. Noi denunciamo una pratica che ha precedenti solo nel più nero periodo fascista.
Dopo la lotta di massa degli ultimi anni che ha messo in discussione ogni forma di autorità e che nell’attacco contro lo Stato si è data strumenti dia autodecisione con le assemblee basate sulla democrazia diretta, nel momento in cui i padroni si preparano a ristrutturare la produzione e ad intensificare lo sfruttamento sugli operai, contro la cui volontà passano i contratti bidone, il piano del capitale è di impedire l’organizzazione autonoma delle masse per poterle più facilmente dividere, battere e mettere a tacere.
Le bombe come la repressione sono perciò rivolte contro la classe operaia e gli studenti in lotta.
LA NOSTRA RISPOSTA E’ QUELLA DI SEMPRE;
NOI SIAMO NELLA CLASSE E PER LA LOTTA DI CLASSE!
INTENSIFICHEREMO LA LOTTA DELLE MASSE E LA SUA ORGANIZZAZIONE!
IL NOSTRO POSTO E’ DOVUNQUE SI COMBATTA PER ABOLIRE lo SFRUTTAMENTO.
IL NOSTRO COMPITO, CHE E’ IL COMPITO DI TUTTI I RIVOLUZIONARI, E’ ABBATTERE CON LA LOTTA DI MASSA QUESTO SISTEMA CHE SI REGGE SU MUCCHI DI MORTI.

GLI ANARCHICI

19-12-1969

STUDENTI!

Ancora una volta gli studenti vengono massacrati dalla polizia per le strade. La borghesia ha paura degli studenti, della loro ribellione alla putrida cultura borghese che li opprime tutti i giorni e calpesta la loro dignità.
GLI STUDENTI SONO STANCHI DI IMPARARE COSE INUTILI, OPPRIMENTI, FALSE. SONO STANCHI DI DIVENTARE DEI DOTTI IMBECILLI COSTRETTI AD UN COSTANTE E VERGOGNOSO SERVILISMO, OGNI GIORNO DI PIU’ SI RENDONO CONTO CHE SOLO IL SOCIALISMO PUO’ RISOLVERE QUESTE COSE, SOLO L’UNITA’ CON LA CLASSE OPERAIA E LE MASSE POPOLARI PUO’ ABBATTERE LA BORGHESIA.
La borghesia non può risolvere i problemi degli studenti, ne è essa stessa responsabile ed allora deve aumentare il suo dispotismo culturale e politico per frenare le giuste lotte degli studenti: i suoi piani non risolvono nulla, cambiano forma all’Università, ma lasciano intatta la sostanza dispotica ed autoritaria di questa.
LA BORGHESIA HA PAURA CHE IL MOVIMENTO DEGLI STUDENTI CON LA SUA CARICA RIVOLUZIONARIA SI UNISCA ALLE MASSE POPOLARI, FORMI CON ESSE UN FRONTE UNITO IRRESISTIBILE.
LA BORGHESIA E’ IN QUESTO AIUTATA DAI PARTITI REVISIONISTI CHE INGANNANO SIA LE MASSE STUDENTESCHE CHE LE MASSE POPOLARI.
INFILTRATI TRA GLI STUDENTI QUESTI NEMICI SANNO SOLO PROPORRE O IL CORPORATIVISMO O L’AVVENTURISMO; O CERCANO DI RINCHIUDERE LE LOTTE STUDENTESCHE NELL’UNIVERSITA’ SU INSULSE QUESTIONI RIVENDICATIVE O CERCANO DI STACCARE GLI STUDENTI PIU’ AVANZATI E PIU’ COSCIENTI DA TUTTI GLI ALTRI E DI PORTARLI NELLE STRADE IN AZIONI AVVENTURISTICHE E SUICIDE, sfruttano l’entusiasmo giovanile che spinge molti ad azioni “isolate ed eroiche” prive di uno sbocco politico: in questo modo essi riescono meglio di qualsiasi borghese a dividere gli studenti, a far odiare i più coscienti dalle masse studentesche, ad insinuare la sfiducia fra i più avanzati. Inoltre infiltrati tra le masse popolari le ingannano facendo loro credere che gli studenti vogliono delle riforme e che soltanto pochi estremisti vogliono cambiare questa società.
SIA LA BORGHESIA CHE I REVISIONISTI SONO NEMICI DEGLI STUDENTI, PERCHE LI ACCOPPANO PER LE STRADE E LI DIVIDONO SIA TRA LORO CHE DALLE MASSE POPOLARI.
La costante repressione che lo stato borghese esercita sugli studenti, l’azione banditesca dei revisionisti e dei loro lacché hanno generato in molti studenti una profonda sfiducia nella possibilità di distruggere questa marcia società e di realizzare gli ideali del socialismo. Solo la classe operaia e le vaste masse popolari sono amici degli studenti e possono ridare ad essi la fiducia, perché solo uniti ad esse gli studenti possono vincere la loro battaglia.
La borghesia opprime gli studenti, i suoi piani, le sue proposte sono inaccettabili.
ANCHE LA CLASSE OPERAIA, NEMICA IRRIDUCIBILE DEL SISTEMA BORGHESE, GUIDA DI TUTTO IL POPOLO CONTRO I PADRONI, FA UNA PROPOSTA: DICE AGLI STUDENTI CHE LA CULTURA BORGHESE E’ OPPRIMENTE PERCHE E’ FALSA, CHE LA CULTURA NASCE SOLTANTO DALLA PRATICA SOCIALE, NASCE DALLA PRATICA DEL POPOLO ED E’ AL SERVIZIO DEL POPOLO, CHE LA CONOSCENZA E’ QUELLA CHE TRASFORMA LA REALTA’; la classe operaia dice agli studenti di UNIRSI AD ESSA CONTRO IL SISTEMA BORGHESE, di portare L’ENTUSIASMO RIVOLUZIONARIO DEI GIOVANI e la critica tra le sue file, dice che l’egoismo, l’individualismo, la sfiducia, il disprezzo verso di essa devono scomparire, dice agli studenti di diventare uomini nuovi, uomini con una dignità umana, uomini che rifiutano ogni forma di servilismo.
GLI STUDENTI DEVONO ACCETTARE LA GIUSTA PROPOSTA DELLA CLASSE OPERAIA. ALL’ATTACCO DELLA BORGHESIA E DEI REVISIONISTI GLI STUDENTI DEVONO RISPONDERE INCONTRANDO LE MASSE POPOLARI E PORTANDO CON SEMPRE MAGGIOR ENTUSIASMO LE GIUSTE IDEE FRA GLI ALTRI STUDENTI.
Gruppi di studenti rivoluzionari devono già oggi penetrare nei quartieri popolari, distruggere l’ideologia borghese che li pervade vivendo tra le masse, porre le loro conoscenze al servizio del popolo, dire alle masse il vero significato delle lotte degli studenti, imparare da esse ciò che è utile ed inutile nel sistema di istruzione per ritornare poi nell’Università continuando la critica a tutte le forme di oppressione e la lotta alla sfiducia. Dobbiamo avere fiducia nelle masse popolari perché solo così possiamo avere fiducia in noi stessi, dobbiamo imparare da esse prima di insegnare, solo così possiamo unirci con esse per battere la borghesia, costruire il socialismo, costruire un uomo nuovo libero da ogni forma di oppressione e di servilismo.

W L’UNITA’ STUDENTI – OPERAI
W IL SOCIALISMO
UNIONE DEI COMUNISTI ITALIANI (marxisti-leninisti)

Bologna 3/3/69

CONSIDERAZIONI SULLA WEBER: L’UOMO MACCHINA

La Weber è una tra le più moderne industrie della nostra provincia: la produzione dei carburatori (soprattutto per le auto Fiat e per l’estero) avviene mediante un ciclo di lavorazione, di montaggio e di controllo estremamente razionale.
La presenza dell’uomo nella produzione viene quindi ad essere un esempio per quanto si è detto in proposito della “formazione delle nuove qualifiche”: in pratica alla Weber, o si è tecnici altamente specializzati, o si è operai addetti a lavori ripetitivi o manovalistici. Non esistono gradi intermedi, se si escludono rarissimi casi (alcuni aggiustatori specializzati).
In questa fabbrica lavorano varie specie di tecnici, dagli ingegneri addetti alle ricerche fino al perito industriale per la “sorveglianza” di un tratto di catena di produzione, per i collaudi; per le mansioni degli operai invece si può parlare di una quasi totale “pianificazione”: essi, senza distinzione di età, sono completamente trasformati in macchine che devono fare quei precisi movimenti in un determinato lasso di tempo (“qui siamo macchine non uomini” mi ha dichiarato un giovane operaio); non importa pensare, è già tutto predisposto; non esistono né pause né diversivi sul lavoro.
I compiti specifici degli operai sono, in ordine di produzione (cioè seguendo la catena) questi:
a)addetti alla fonderia e allo stampaggio (pressofusione): versano il liquido nelle conchiglie (stampo), azionano la pressa, tolgono lo stampato tracciandone i sovrappiù (3 movimenti sommari); tutto ciò a ritmo veloce, con elevata temperatura ambientale e con costante pericolo rappresentato dagli schizzi di lega dell’alluminio fuso.

– Inizio della catena di produzione –

b)addetti alla trapanatura, alesatura, ecc.: lavorano contemporaneamente su tre quattro trapani e mandrini multipli; fissano il pezzo, innestano l’avanzamento automatico alle punte e nel tempo che queste compiono il lavoro hanno ripetuto l’operazione sulle restanti tre macchine. Il ritmo di produzione è regolato dal passaggio costante del cestello numerato in cui vanno messi i pezzi già forasti e ritirati quelli grezzi o semilavorati; il ritmo è particolarmente intenso, a continuo contatto con le sostanze refrigeranti.
Seguendo il corso della “catena” il carburatore viene via via rifinito nei suoi minimi particolari.
c)Addetti alla produzione dei pezzi accessori e del loro controllo (alberini, viti, levette, ecc.): qui il lavoro diventa la somma meccanica di pochissimi e piccoli movimenti (a volte anche uno solo come nella taratura dei pezzetti); un operaio mi ha detto: “sono molti anni che svolgo questo lavoro otto ore al giorno” (incastrava mediante una minuscola pressa, un pezzetto di gomma nella rientranza di un piccolo perno).
d)Addetti alla catena di montaggio: ogni operaio monta o controlla un determinato pezzo o alcuni pezzi nel carburatore che viene portato e ritirato dai cestelli della catena; non vi è un attimo di sosta (“non si troverebbe il tempo di accendere una sigaretta” mi hanno dichiarato).

Segue poi il collaudo dei carburatori e l’imballaggio.

Per chi non ha mai lavorato a catena può sembrare leggero il compito di questi operai, molti dei quali lo svolgono stando seduti davanti ad un tavolo: lo è per un’ora, due, ma dopo una giornata c’è da impazzire, e se si pensa che questa gente lo svolge per anni, senza apprendere professionalmente nulla, nel mezzo di un rumore assordante, mentre migliaia di cestelli colorati vanno e vengono senza sosta, si capisce come essi siano sottoposti ad una degenerazione, ad un abbruttimento della loro personalità: è il prezzo che devono pagare per girare in automobile e per far girare gli altri.
L’uomo viene sfruttato nel modo più intensivo, spremuto e poi gettato come un limone; se si confrontassero le sedici ore lavorative, al giorno, di un secolo fa, con le otto degli operai della Weber, si scoprirebbe che lo sfruttamento a cui sono sottoposti questi ultimi è aumentato.
Lo chiamano “PROGRESSO”, “BENESSERE”, questa realtà: noi la chiamiamo bestiale sfruttamento e aggiungiamo che il sistema sociale da esso generato (“la società dei consumi”) è in contrasto con i più elementari concetti di civiltà.

Tratto da: Gioventù operaia. I problemi della giovane classe operaia al centro dell’azione politica dei giovani comunisti, a cura della Fgci di Bologna, 1968

I COMUNISTI SONO PRESENTI NELLA CONTESTAZIONE ANTIACCADEMICA

L’attuale fase del Movimento universitario italiano si presenta con dei tratti radicalmente nuovi rispetto al passato: il primo è il carattere di massa del movimento; il secondo è l’acquisizione del legame inscindibile tra movimento e società capitalistica con la conquista di una dimensione politica che spinge il movimento al di fuori dei limiti del passato corporativismo; il terzo aspetto nuovo è l’esatta individuazione della funzione del corpo accademico e delle strutture rappresentative degli studenti con la conseguente utilizzazione del regime assembleare come strumento centrale di organizzazione.
Questi tratti, violentemente e conseguentemente antiautoritari, e il carattere di aperta sperimentazione danno al movimento un valore politico generale rilevante. Infatti, anche se l’azione politica immediata del movimento trova la sua applicazione a livello di una sovrastruttura della società capitalistica come l’università, il fatto che in una società capitalistica matura divengano sempre più funzionali processi autoritari a tutti i livelli della società rende politicamente contestativo un movimento che si presenti con caratteri radicalmente e conseguentemente antiautoritari e che ha la forza di dirompere realmente una struttura di potere defunta come quella universitaria.
Su tutto questo arco di problemi è aperta oggi la discussione all’interno del movimento e all’interno del Partito Comunista che ha partecipato in prima fila a questa ondata di lotta.
A Bologna, il movimento si è mosso con particolare forza sia per l’ampiezza (sette facoltà occupate) sia per l’asprezza di alcune situazioni di punta (quarantuno giorni di occupazione a Fisica con due giorni di blocco della ricerca scientifica).
Il punto centrale del dibattito e dello scontro politico del movimento, sia in Italia che a Bologna, riguarda lo sbocco della lotta in riferimento alla struttura di potere attuale interno all’Università.
Da parte governativa e da parte di quei gruppi studenteschi legati a partiti governativi o, comunque, ancora vincolati a ipotesi moderate, si porta avanti la concezione di un’Università retta sulla cogestione, cioè sulla fittizia compartecipazione degli studenti, incaricati e assistenti alla gestione del capitale italiano.
In tutte le facoltà occupate vi è stata la ripulsa di questa ipotesi politica, per orientarsi verso una struttura universitaria aperta a una presenza autonoma e contestativa del Movimento studentesco, attraverso forme di democrazia diretta, demistificando così ogni concezione armonica della vita universitaria e sottolineando il ruolo di puntello del potere politico esterno che rappresenta il potere accademico.
Vi è ancora un preciso limite del movimento, e cioè la difficoltà a incidere sulla facoltà tecnologiche (Ingegneria, Chimica Industriale) tradizionalmente arretrate; a questo proposito a Bologna si sono avuti passi particolarmente positivi come l’occupazione (credo prima in Italia in questa fase) di chimica Industriale e la presenza all’interno di Ingegneria di forze che si muovono con chiarezza contro le ipotesi cogestionali.
Un aspetto clamoroso dell’incidenza politica assunta dal movimento a Bologna sono le dimissione del Rettore Prof. Battaglia e quelle del Prof. Ceccarelli dell’Istituto di Fisica. Al di là, infatti, delle motivazioni pubbliche non c’è dubbio che le dimissioni del Prof. Battaglia stanno a testimoniare la fine di una politica che puntava sull’immobilismo del Senato Accademico come garanzia della libertà di movimento dei singoli consigli di facoltà, onde potere risolvere a una a una le situazioni e frammentare così la spinta unitaria del movimento.
Ora si può prevedere l’intervento politico del Senato Accademico; è ancora presto per saper prevedere lungo quale strada si muoverà anche se sembra essere presente in questo momento una offensiva dell’ala più reazionaria. In ogni caso sarà opportuno da parte loro sapere considerare con attenzione, la forza, la consistenza e la combattività di questo movimento prima di lanciarsi in avventure il cui sbocco non è prevedibile.
I comunisti sono presenti con forza sia numericamente che politicamente in questo movimento ed è con particolare attenzione che essi seguono l’attuale fase di dibattito interno che pone con sempre maggiore forza l’esigenza di collegamenti e di sbocchi esterni all’Università, esigenza che è quella di fare i conti con le forze sociali e politiche e in specifico con la classe operaia, col Partito Comunista Italiano.
Vi deve essere oggi da parte di tutto il partito e delle organizzazioni democratiche un impegno generale di lotta sull’Università che, nel rispetto della più totale autonomia del movimento, sappia proporgli momenti di contatto reale nella lotta generale del partito per la creazione di una società socialista nel quadro della battaglia antimperialista.

Francesco Garibaldo, Sezione Universitaria Comunista, in La miseria dell’università accademica, Centro Frantz Fanon, Luglio 1968

Operai,

ecco un modo efficace di lottare, di imporre quegli obiettivi che le riforme pretendono di risolvere.
Il 7 aprile i pendolari di Bondeno (Ferrara) si sono rifiutati di pagare i trasporti per recarsi sul posto di lavoro: la scuola. Attorno a questa indicazione di lotta, tutti i pendolari di Tresigallo, Portomaggiore, Copparo, Cento, ecc. si sono organizzati ed hanno cominciato a praticare giorno per giorno l’obiettivo dei trasporti gratis. Come? Semplicemente non pagando il biglietto. Da questa lotta sono emersi due fatti: 1) una grande disponibilità ad organizzarsi per avere subito quello che ci serve; 2) tutto questo non è costato una sola lira di salario, anzi!
A Parigi da mesi gli operai e gli studenti non pagano la metropolitana, allo stesso modo nel corso della lotta fli operai Fiat di Nichelino hanno organizzato lo sciopero dei fitti. Avere subito quello che ci serve sembra dunque la parola d’ordine che corre per l’Europa delle lotte operaie. Gli operai e gli studenti hanno dunque un nuovo strumento di lotta per imporre le riforme ai riformisti.
Ora sappiamo che gli scioperi li possiamo e li dobbiamo usare per altre cose: nelle strade e nelle piazze, nei quartieri non ci andremo a fare inutili processioni per “chiedere” le riforme, ma per organizzare con tutta la forza che ora disponiamo, con la capacità che abbiamo conquistato nelle ultime lotte una nuova offensiva generale sui nostri obiettivi.
Di fronte all’aumento dei prezzi e alla conseguente schiavitù degli straordinari è oggi necessario riaprire l’offensiva di massa sul salario, generalizzando le lotte che già ora passano da una fabbrica all’altra contro il cottimo, le qualifiche, per il premio di produzione, ecc., e ricomponendole attorno ad obiettivi unificanti:

SALARIO MINIMO GARANTITO che vuole dire forti aumenti uguali per tutti, basta con le qualifiche, con gli straordinari, con gli incentivi: tutto in paga base.

36 ORE ALLA SETTIMANA che vuole dire no al ricatto della disoccupazione, meno lavoro meno nocività, più salute (questa è la nostra riforma sanitaria), ore di mensa e di trasporto pagate.

Perché i sindacati non ci chiamano alla lotte su questi obiettivi? Perché accettano che il salario sia fatto in modo da dare mano libera ai padroni per dividerci, farci produrre quanto e come vogliono? Perché non hanno sostenuto le lotte per la 2° categoria per tutti (vedi Fiat di Modena)? Perché non ci parlano più di lotta generale sul salario e sull’orario? La risposta è una sola: hanno accettato di rispettare la tregua dei padroni, che non vuol dire eliminare la lotta, ma farla servire allo sviluppo del capitale. Proprio per questo dobbiamo riorganizzare le lotte autonome in un programma politico generale, sui nostri obiettivi materiali.

Potere Operaio

Cicl. in prop. Centro Pratello
v. Pietralata 46/b – 19/4/70

LOTTA CONTINUA

La lotta condotta sul problema del presalario ha rappresentato un momento importante per la crescita della coscienza politica e della mobilitazione deglis tudenti. Per questi due motivi: per il livello di massa raggiunto nello scontro e per il tipo di chiarificazione che, pur nell’incertezza, nelle contraddizioni che ne hanno caratterizzato la conduzione politica, da questo è emerso.
Dopo il fallimento dei tentativi di riforma “organica” (piani Gui, Sullo, Ferrari, Agradi), per riadeguare l’università al nuovo assetto dell’organizzazione capitalistica del lavoro, la borghesia tenta di far passare questo processo in modo strisciante, attraverso singole leggine in apparenza disarticolate e contraddittorie. Così si ha la liberalizzazione che, in tendenza, mira alla stratificazione dei livelli di qualifica, alla divisione degli studenti in diversi valori di laurea. E i criteri di assegnazione del presalario che introducono nella pratica il numero chiuso e accentuano il controllo politico, potenziano l’organizzazione del consenso. Questo corrisponde alla necessità dei padroni di ristrutturazione tecnologica, di aumento della produzione, di intensificazione dello sfruttamento; dalla necessità di attaccare l’unità proletaria attraverso l’uso delle qualifiche come strumento di divisione; divisione che si attua anche attraverso il ristabilimento della pace sociale, con la strategia delle riforme. A questo il proletariato risponde con la lotta contro le categorie, contro la divisione del fronte di classe, contro la normalizzazione produttiva.
A questo gli studenti rispondono con la lotta contro la selezione, contro i carichi di studio, per il presalario.
A questo il proletariato, tutti gli sfruttati devono rispondere accelerando il processo di ricomposizione di classe battendo il disegno repressivo con la lotta contro la strategia delle riforme, contro l’organizzazione capitalistica del lavoro, contro ogni ipotesi politica che miri a rinchiudere in ambiti separati e a ricondurlo in un disegno riformistico.
In questo senso la manifestazione di mercoledì assume una collocazione precisa come strumento di unificazione proletaria e di confronto politico di massa sulle riforme, come momento di dibattito generale, di crescita della coscienza politica.
MA ESSA AVRA’ UN PESO POLITICO REALE se non si porrà come autoconclusiva, come fase astratta della lotta contro la riforma, se cioè sarà un mezzo potente di ripresa di agitazione nelle facoltà, di organizzazione di un contatto politico reale e permanente.
Contro le qualifiche, contro il riformismo
LA LOTTA CONTINUA
ORE 9 ASSEMBLEA DEGLI STUDENTI DI INGEGNERIA PER DISCUTERE DELL’INCONTRO CON GLI STUDENTI DELL’ITIS
MARTEDI’ ORE 16 A LETTERE MEETING DI ATENEO
MERCOLEDI’ MANIFESTAZIONE OPERAI+STUDENTI: ORE 8,30 CONCENTRAZIONE IN PIAZZA SCARAVILLI

LOTTA CONTINUA

Cicl. in proprio via Zamboni 33
Bo 20/4/70

LOTTA CONTINUA

IL 9 OTTOBRE SI SVOLGERA’ A MILANO IL PROCESSO CONTRO PIO BALDELLI DIRETTORE DI “LOTTA CONTINUA” ACCUSATO DIA VERE DETTO LA VERITA’ SULLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA E SULLA UCCISIONE DI PINELLI

Chi ha messo le bombe in Piazza Fontana?
-I fascisti pagati dai padroni, aiutati dalla polizia, protetti dai giudici.
Chi ha ucciso il ferroviere anarchico Pinelli, buttandolo giù dal 4° piano della questura di Milano?
-Il commissario Calabresi, protetto dal questore fascista Guida, dal minsitro degli itnerni Restivo.
Perché padroni, fascisti e sbirri hanno compiuto questa strage?
-Per darne la colpa al proletariato. Per impedirci di distinguere tra violenza giusta di chi lotta contro lo sfruttamento e la violenza vigliacca dei padroni e dei loro servi.
Che cosa può fermare i proletari, se non hanno più paura dei padroni?
-Solo la paura di usare fino in fondo tutta la nostra forza, l’incapacità di distinguere tra violenza giusta e violenza ingiusta.
Un giorno saranno i proletari a fare giustizia. Nelle lotte di oggi impariamo a riconoscere i nostri nemici e a giudicarli. Domani avremo la forza per giustiziarli.

MARTEDI’ 6 OTTOBRE ore 21
NELL’AULA MAGNA DI FISICA via Irnerio 42
PROCESSO POPOLARE
CONTRO IL POLIZOTTO CALABRESI E CONTRO LO STATO BORGHESE

Ciclost. In proprio via Zamboni 33
Bo 5/10/70

Relazione introduttiva di Paolo Inghilesi (operaio della Sasib) al convegno del Centro d’iniziativa del Manifesto di Bologna “Delegati e lotte operaie”, Bologna 21-22 marzo 1970

1) Le condizioni reali per cui le lotte d’autunno possono essere valutare politicamente sono determinate dallo sviluppo della lotta interna e della sua organizzazione. Siamo passati dalla tradizionale lotta per gli aumenti salariali o per migliori condizioni di lavoro, condotta attraverso scioperi esterni alla fabbrica, alla lotta interna nelle forme più dure con lo sviluppo dell’organizzazione operaia a partire dal luogo di lavoro e con la contestazione di ogni aspetto dello sfruttamento padronale.
Tale lotta interna è stata infatti il rifiuto del rapporto operaio-macchina e quindi operaio-operaio che l’uso capitalistico della scienza impone. Questo rifiuto, pur nel variare delle sue dimensioni, è stato omogeneo proprio perché esprimeva una situazione reale: l’aumento della subordinazione operaia in rapporto all’uso capitalistico della tecnologia.
La classe operaia si è rivoltata contro l’organizzazione padronale del lavoro, che si serve delle macchine e dei così detti sistemi scientifici di organizzazione per intensificare lo sfruttamento –taglio dei tempi, aumento dei ritmi- attuando un sempre più rigido controllo della condizione operaia.
Al tentativo padronale di assicurarsi il consenso operaio a questo tipo di organizzazione scientifica del lavoro, per mezzo della divisione politica della classe operaia (differenziazione di paga, di posti di lavoro, di qualifiche, di superminimi ecc.) e della incentivazione che lega il salario all’incremento della produttività (cottimi, premi di produzione, straordinari), ha fatto riscontro l’insubordinazione continua della classe operaia, con le autolimitazioni, le fermate, i rifiuti dei tempi, le lotte contro le categorie per aumenti salariali uguali per tutti sganciati dalla produttività.
Le autolimitazioni, le fermate, i rifiuti dei tempi, sono atti politici elementari e radicali con cui la classe operaia ha affermato la unità inscindibile tra produzione di merci e subordinazione operaia.
Attaccando l’organizzazione del lavoro, la classe operaia ha bruciato l’illusione riformista per cui gli “effetti negativi” siano trattabili come cosa separata dal processo produttivo che li determina.
Come si legge in “Quaderni Rossi” n. 6 pagina 105: “Il conflitto tra lavoratori e capitalisti perde sempre più il suo carattere di lotte contro l’ingiustizia della distribuzione del reddito, mentre in esso appare con sempre maggiore evidenza l’ineguaglianza nella produzione del reddito.
Infatti il conflitto non è più tanto intorno alla spartizione della ricchezza (più salario meno profitti) quanto piuttosto intorno al modo di produrre ricchezza (rifiuto dell’operaio di essere una macchina produttiva nelle mani del padrone). In questo senso la lotta che avviene non già intorno al prezzo della merce-lavoro (salario) ma intorno alla condizione del lavoro come merce, che il padrone ha comprato e che usa, come sua, si manifesta nella richiesta e nella lotta per la libertà e l’autonomia dell’operaio che intende autogovernarsi e quindi decidere di se stesso e quindi come scontro fra due poteri per imporre diversi rapporti di forza nella fabbrica.

2) Riconoscendo questa inseparabilità delle “conseguenze negative”, il carattere mistificato di questa separazione, la classe operaia ha messo in crisi non solo i meccanismi di controllo politico del padrone, ma anche l’armonia tra sé stessa e le sue organizzazioni.
La pratica dello scontro, infatti, non ha trovato la sua strategia ma una strategia diversa, che pone come distinto ciò che nello scontro è risultato unito. In altri termini la strategia di cui le organizzazioni politiche e sindacali della classe operaia dispongono spezza quel legame necessario tra razionalità capitalistica e schiavitù operaia che la classe invece ha scoperto nello scontro, portando per questo motivo la lotta nella produzione.
La classe operaia che con le sue lotte ha messo inc risi i meccanismi di controllo politico del padrone ha, nello stesso tempo, mostrato tutta l’inadeguatezza della prospettiva riformista, propria delle sue organizzazioni tradizionali (in particolare i partiti della sinistra parlamentare).
La strategia delle riforme separa, infatti, quello che nello scontro di classe è risultato strettamente unito: la fabbrica e la società, l’operaio e il cittadino, il potere padronale e lo Stato che ne è l’espressione politica, cercando di controllare a livello delle istituzioni parlamentari gli effetti negativi dei rapporti capitalistici di produzione, senza mai proporsi di colpire direttamente la causa dello sfruttamento, il potere padronale.
In questo quadro la così detta “programmazione democratica” (del resto ormai accettata dal padronato) risulta essere nient’altro che una forma di amministrazione dello sviluppo capitalistico e delle sue contraddizioni, in modo tale da “smussare” gli angoli più acuti a livello della società, evitando le crisi troppo aperte che potrebbero diventare non controllabili. La programmazione democratica risulta, nella pratica, un servizio reso ai gruppi monopolistici di fronte alle contraddizioni prodotte dalla lotta della classe operaia –e ciò sotto forma di controllo dei monopoli- in cui il ruolo dell’industria di Stato appare prevalente o concorrente in forme mistificate che non incidono affatto sullo sviluppo capitalistico stesso.
Con tale forma di programmazione, d’altra parte, si richiede alle organizzazioni riformiste che esse assumano la garanzia del controllo dei comportamenti della classe operaia, nei suo obiettivi e nelle sue forme di lotta, sostituendo al momento oggettivo dell’eversione quello della “concertazione” ossia del compromesso istituzionalizzato. La ricerca infatti di forme di controllo politico sul capitale, slegata da una capacità di controllo dell’uso capitalistico della scienza nei luoghi di produzione, è uno degli elementi che rendono le organizzazioni tradizionali sempre più subordinate al sistema.
La mancanza di uno sbocco politico alle lotte dipende proprio da questa divaricazione tra la domanda politica della classe operaia e l’incapacità delle organizzazioni a rispondere, anche se questa incapacità ha un senso diverso nel caso del Sidnacato e nel caso del Partito.

3) Due fatti diversi ma convergenti costringono infatti il Sindacato ad una esistenza contraddittoria.
-Il capitale che programma scientificamente lo sfruttamento, riduce i margini della contrattazione;
-l’assenza di una strategia politica che sappia contrastare il capitale al suo livello non fa che sancire l’impotenza del Sindacato.
In altri termini, il Sindacato che contesta e contratta le conseguenze negative dell’organizzazione capitalistica del lavoro, frenando l’attacco operaio ai meccanismi che lo producono, non fa altro che rispecchiare l’attuale direzione politica del movimento operaio, tesa a risolvere le contraddizioni sociali, accettando la legittimità dello stato borghese.
Comunque la questione del Sindacato non si risolve dicendo che media, che è strumento di pacificazione, anche se questo è ciò che il capitale vuole e cerca; né basta parlare di uso operaio del Sindacato, ma di attacco operaio, cioè di imposizione della linea strategica che il movimento viene costruendo, di introduzione prepotente della lotta politica all’interno della istituzione: non contro il Sindacato ma oltre il Sindacato.
Il movimento di lotta ha infatti espresso in maniera autonoma nei confronti del Sindacato nuove forme organizzative che, a partire dalle assemblee di reparto, si sono articolate neid elegati di linea, di squadra, di reparto, e sono cresciute, sia pure in modo spesso contraddittorio attraverso i comitati unitari di base.
Al tentativo di sindacalizzare questi strumenti va contrapposto il carattere operaio autonomo che ne privilegia le capacità di aggressione continua alla organizzazione capitalistica del lavoro.

4) E’ in questa interpretazione dei contenuti politici emergenti dalle lotte operaie che va inquadrata la figura del delegato, senza pensare idealisticamente che le lotte abbiano già definito esperienze consiliari.
La presa di coscienza del carattere nuovo dello scontro è proceduta –nelle situazioni più avanzate- con l’esigenza di nuove forme organizzative capaci di fissare in modo irreversibile questa consapevolezza. E’ infatti nella esperienza di lotta interna che la figura del delegato viene a configurarsi come espressione diretta della conflittualità della linea, del reparto, della squadra.
Questa origine del delegato costituisce la garanzia e la credibilità di un suo ruolo di direzione politica dello scontro di classe. Il delegato, comunque, non può restare ciò che è, ma diventare altro.
Il dibattito sul delegato è oggi prefigurazione dei suoi ruoli, indicazione di tutte quelle prestazioni politiche cui è chiamato per il semplice fatto di esistere; non si tratta di indugiare sul “dover essere” di questa figura, né di congelarla definendone le competenze, ma di fissare già ora i momenti della sua crescita per sottrarla sia all’esito corporativo del suo ruolo, sia alla sua riduzione a strumento del “Sindacato nuovo”.
Alcuni punti fondamentali si possono così riassumere:
-libera elezione operaia e revocabilità;
-rapporto continuo con l’assemblea di reparto;
-nessuna restrizione numerica; bisogna evitare infatti ogni formalismo istituzionale che pretenda di fissare il numero dei delegati, favorendo al contrario la massima espansione della organizzazione (comitati di reparto);
-quanto alle competenze esse sono definite dalla globalità della condizione operaia: dai ritmi, alla razionalità complessiva del sistema produttivo, dalle qualifiche, alla istruzione professionale, dagli organici alla nocività.
-Ruolo di mobilitazione politica permanente del reparto, che si opponga ad ogni tentativo, padronale o sindacale, di ridurre i delegati ad “esperti” che contrattano singoli aspetti della condizione operaia (ad esempio delegati di cottimo).
-Unificazione politica dei delegati nel consiglio di fabbrica che ha il compito di raccogliere le esigenze dei reparti;
-coordinamento infine tra i consigli di diverse fabbriche col fine di generalizzare gli obiettivi e le forme di lotta, superando ogni rischio di isolamento aziendalsitico.

5) Dal discorso fatto precedentemente derivano alcune implicazioni che interessano direttamente il movimento dei delegati non solo a livello di azienda, ma a quello di capitale sociale.
L’insieme degli scioperi delle più importanti sezioni del movimento operaio, hanno inciso in modo rilevante sull’andamento della produzione, tanto che si calcola –a livello di esperti”- una diminuzione del reddito nazionale superiore all’1,5 per cento. Questo prezzo pagato dai padroni (ma pagato anche dai lavoratori) assume significati diversi e contrastanti a seconda dei punti di osservazione in cui si colloca.
Per quanto riguarda i lavoratori si può ritenere che le perdite di salario negli ultimi mesi –data anche la forma assunta dalle lotte- possono essere recuperate già nell’ambito del prossimo semestre, per tradursi poi in un aumento nominale del 10-12 per cento (l’aumento reale risulterà inferiore nella misura in cui si accentueranno i fenomeni inflazionistici).
Per quanto riguarda i padroni, il discorso è diverso. E’ certo che nel corso del ’69, per la prima volta dopo il ’62, la dinamica salariale ha superato quella della produttività media: in altri termini vi è stata una diminuzione reale dei profitti e degli ammortamenti (comprese le scorte).
Ciò ha posto problemi di politica economica che non possono facilmente essere risolti con i mezzi tradizionali (come invece è avvenuto, ad esempio, nel 1962-64).
Anche se interessa solo indirettamente il nostro discorso, vediamo l’andamento della occupazione attuale e nel prossimo futuro. Anche l’anno 1969, come già il 1968, ha fatto registrare una diminuzione complessiva dell’occupazione (ma anche della disoccupazione registrata). Come’è noto, ciò è dovuto al fatto che continua a diminuire la cosiddetta “popolazione attiva” rispetto alla popolazione totale; in altri termini, un numero sempre minore di lavoratori deve mantenere il resto della popolazione “non attiva”, la quale non è solo composta da un numero crescente di studenti e di pensionati, ma altresì e soprattutto da lavoratori potenziali (in gran parte donne) che non trovano un conveniente collocamento sul mercato del lavoro. Particolarmente preoccupante appare la situazione delle più giovani leve di lavoro –soprattutto quelle provviste di titoli di studio tecnico-professionali- che, paradossalmente, sono quelle che più difficilmente trovano adeguata collocazione nel processo produttivo, nonostante la crescente esigenza di tecnici. Ciò è in gran parte dovuto alle carenze della formazione professionale e più in generale della scuola italiana; ma non va dimenticato il fatto che i processi di ristrutturazione aziendale, soprattutto nella fascia di piccole e medie aziende, comportano una possibilità di utilizzare basse qualificazioni per lavori ripetitivi e meccanizzati.
In complesso si può affermare, con sufficiente sicurezza, che l’andamento del mercato del lavoro nel corso dell’anno appena iniziato, confermerà le pericolose tendenza messe in luce nell’ultimo biennio: costante esodo agricolo, probabile rallentamento negli incrementi dell’occupazione industriale, relativi stagnazione dell’occupazione nei settori terziari. Ciò significa, in pratica, che la ristrutturazione economica delle aziende sta passando per un periodo di dequalificazione professionale, accompagnata tuttavia, per le maggiori aziende, da alcuni gruppi di passaggio di qualifiche che avvengono soprattutto in seguito a lotte aziendali tese a tale scopo, ma che lasciano completamente aperto il problema generale.
L’andamento delle lotte operaie ha creato, dunque, una situazione nuova; il fatto più caratteristico è che ha posto le aziende di fronte a problemi che non potranno più, come per il passato, essere risolti soltanto sul piano quantitativo (intensificazione dello sfruttamento, ferme restando le altre condizioni) bensì dovranno comportare forme di ristrutturazione organizzativa anche e soprattutto sul piano tecnologico.
L’aumento in atto ed in prospettiva dei costi delle materie prime, di quelli del lavoro, le riduzioni di orario, richiedono nuovi investimenti, ma ciò si scontra con un costo del denaro esterno che rende per molte imprese la situazione più difficile che per il passato.
Sarà quindi forte la tendenza ad un aumento generalizzato dei prezzi (è indicativo l’indirizzo assunto dai grandi monopoli come la Fiat che pur non ha certamente gli stessi problemi); aumento che interessa non solo i prodotti di consumo ma altresì beni strumentali e semilavorati. Sembra chiaro dai pochi dati esposti, che il 1970 non sarà, economicamente e socialmente parlando, un anno facile. Se alcuni risultati delle lotte operaie hanno comportato un certo aumento dei redditi di lavoro, è però da mettere in conto una risposta padronale che non si svilupperà solo al livello dei prezzi –anche per i riflessi internazionali che ciò potrebbe avere sul piano delle esportazioni- ma anche e soprattutto a livello di organizzazione aziendale: dalla maggiorazione degli orari lavorativi (ore straordinarie) fino alla saturazione delle capacità produttive e al loro aggiornamento ecc.
Le prospettive economiche e sociali non appaiono quindi per il capitalismo italiano di facile soluzione: solo una forte e costante spinta operaia, al di là dei contratti, può respingere la controffensiva padronale a tutti i livelli, da quello repressivo a quelli più specificatamente economici.
Né si può tacere, d’altra part, che il quadro di riferimento politico –visto che non è certo nostra intenzione chiuderci dentro ai cancelli delle fabbriche- sta rapidamente deteriorandosi in seguito a crisi politico-strutturali di cui oggi è difficile prevedere l’andamento e gli sbocchi. Certo è che il rapporto fabbrica-potere politico è stato e sarà determinante. Proprio per questo, di fronte a chi si affanna ad escogitare timorose operazioni riformistico-democratiche, è da dire chiaro che soltanto nella misura in cui preventivamente riusciamo a tracciare il programma delle lotte, organizzando il rifiuto della produttività capitalistica, puntando su obiettivi di potere capaci di colpire il meccanismo dell’accumulazione noi facciamo veramente crescere politicamente i delegati.
E’ possibile già definire alcuni punti di questo programma delle lotte, soprattutto cercando di colpire la correlazione fra razionalizzazione-dequalificazione-cottimo-sfruttamento. La lotta al cottimo deve saper centrare due temi di fondo propri di ogni aspetto dei rapporti di lavoro:
-quello di fare produrre sempre di più gli operai;
-quello che tutte le caratteristiche del lavoro umano, tra cui appunto il ritmo, sono decise dall’alto e l’operaio deve limitarsi ad obbedire.
La lotta al cottimo, cioè una lotta contro la facoltà del padrone di decidere l’uso del alvoro operaio, più che una questione rivendicativa si chiarisce come una questione di potere: cioè come un fatto di organizzazione e di forza degli operai. Nella nostra fabbrica, dopo mesi di autolimitazione, la lotta al cottimo è caratterizzata da due aspetti strettamente complementari:
-trasferimento in paga base di grossa parte del salario incentivato;
-autodeterminazione dei tempi.
Questa forma di lotta permette la creazione di una grossa coscienza e organizzazione operaia. Realizzare questo significa fare comprendere che si può benissimo non accettare il ritmo di lavoro imposto dalla direzione; significa rendersi conto che le leggi della produzione sono le leggi stabilite dal padrone, non sono quindi una necessità tecnica ma un qualcosa che ha un significato ben preciso di potere e di profitto contro cui si può lottare.
Un altro aspetto centrale è il rapporto razionalizzazione-dequalificazione: gli operai si sono resi conto che il sistema delle qualifiche ha come unico scopo quello di dividere la classe operaia, di impedire che essa organizzi in modo massiccio e continuo la sua offensiva al piano del padrone. Ingabbiare l’offensiva operaia è il risultato che il padrone deve garantirsi in ogni riorganizzazione della produzione che voglia essere ““azionale””
Il padrone infatti, per essere sicuro che i suoi conti tornino, che le sue previsioni siano verificate, deve assicurarsi il comportamento degli operai. La razionalità del padrone esige il loro consenso: per ciò li divide, essendo possibile battere un operaio alla volta, ma non la classe operaia nel suo insieme. Questo sistema pretende di essere il riconoscimento di ciò che l’operaio sa fare all’interno di un sistema produttivo che non gli permette di mettere in pratica il suo sapere, che anzi distrugge nell’operaio ogni sapere professionale: la qualifica vuole dunque valutare proprio ciò che il lavoro di fabbrica cancella. Dopo un anno di fabbrica il sapere dell’operaio coincide con le operazioni che gli sono state imposte dall’organizzazione del lavoro: è a queste operazioni –e non al sapere dell’operaio in carne ed ossa- che di fatto viene data la qualifica.
Ma agli operai non interessa il giudizio del padrone; essi sanno che tutti i lavori sono uguali perché ugualmente necessari alla produzione, sanno che con lo sviluppo tecnologico è sempre più difficile stabilire un ordine di importanza tra i singoli operai, e sanno infine che i lavori dei singoli operai divengono ugualmente e sempre più importanti, perché sempre più legati al processo produttivo globale. E’ questo aumento di responsabilità che deve diventare facoltà di decidere sull’organizzazione del lavoro.
Per rispondere a queste esigenze esiste anche un modo padronale di eliminare le qualifiche ottenendo però lo stesso risultato: il mansionario è appunto questa soluzione: si analizzano e si valutano le mansioni di ogni posto di lavoro e vi si appiccica un salario: ogni singolo operaio viene così ad avere la sua posizione personale nel quadro della produzione, è isolato dagli altri operai per restare solo nelle mani della direzione, lo scontro politico di massa per il potere operaio nella fabbrica si frantuma in tante carriere individuali. Il mansionario dunque è solo un sistema di qualificazione più preciso e più aderente alla posizione del singolo operaio; questa precisione consiste in una valutazione più esatta della produttività di ogni singolo lavoro, in una subordinazione più rigida. Per queste ragioni il mansionario non può essere l’obiettivo, la via di uscita cui tende la classe operaia quando lotta contro il sistema delle qualifiche: essa non intende infatti sostituire ad un sistema di valutazione “impreciso e sorpassato” un altro sistema “preciso e moderno”, ma vuole eliminare la valutazione del padrone; cioè la subordinazione dei bisogni operai alle esigenze del suo piano di sfruttamento. In questa prospettiva ogni richiesta di valorizzare le capacità professionali è del tutto illusoria: sarebbe come chiedere alla fabbrica moderna di tornare alla bottega artigianale.
Al mansionario e alla rivalorizzazione della professionalità bisogna opporre l’eliminazione delle qualifiche e lo sganciamento del salario dalla produttività in funzione della ricomposizione politica unitaria della classe operaia.
L’allargamento delle lotte operaie dagli obiettivi di contestazione dell’organizzazione padronale del lavoro alla contestazione complessiva dell’organizzazione capitalistica della società rappresentata in termini mistificati come “lotta per le riforme” pone grossi problemi per una strategia efficace dei contropoteri. Bisogna saper legare strettamente la lotta in fabbrica alla lotta sociale, facendo della seconda il prolungamento della prima. Si tratta di cogliere il nesso fra lo sfruttamento padronale in fabbrica e le contraddizioni capitalistiche a livello sociale. Così, ad esempio, esiste un concreto rapporto tra qualifica e scuola come due momenti di riproduzione della divisione capitalistica del lavoro. E così un preciso vincolo si può individuare tra nocività ed istituzioni sanitarie, tra ritmi e cottimi da un lato e salute dall’altro, tra orario e ritmi da un lato e occupazione dall’altro, tra salario da un lato e fiscalità e prezzi dall’altro, tra ambiente di lavoro e urbanistica (trasporti, casa, servizi sociali).
Ogni vertenza sociale deve sempre partire dalla fabbrica come luogo d’origine di tutte le contraddizioni capitalistiche, evitando di diventare un diversivo rispetto alle lotte contro l’organizzazione padronale del lavoro, che sostituisca alla concretezza dello scontro di classe anticapitalistico la genericità di una battaglia per una più giusta distribuzione dei benefici sociali. Il rabbioso attacco di Berlinguer al contropotere conferma la linea di uso delle masse per le riforme parlamentari in cui la mobilitazione sociale è subordinata ad alleanza politiche precostituite, l’alternativa viene dalla esigenza politica dei delegati, dai primi tentativi di trasformare le riforme in conquiste dal basso e non richieste delegate alle istituzioni.
In altri termini si devono costruire vertenze precise contro lo Stato in cui i vari movimenti di massa possono esprimere in modo unificato la radicalità del loro antagonismo. Così ad esempio nella scuola e nel quartiere bisogna giungere alla costruzione di organismi di base fra operai e studenti, fra operai e inquilini, capaci di promuovere il rifiuto dell’affitto, del pagamento dei servizi urbani e sanitari, ecc.
E’ in tale direzione che i limiti attuali del movimento dei delegati possono essere superati in vista della crescita del movimento politico di massa.

Documenti del movimento studentesco bolognese (1967-1969) was last modified: gennaio 3rd, 2015 by glianni70.it

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