Cos’è rimasto degli anni settanta

Cos’è rimasto degli anni settantaCos’è rimasto degli anni settanta

Ad una prima e sommaria osservazione i settanta non si distinguono molto dal decennio precedente. Capelli lunghi, fricchettoni e bella musica, dirà qualcuno. Mettiamo pure che l’abito sia stato preso in prestito dal predecessore, ma il contenuto, quella miscela esplosiva di utopie radicalizzate, speranze affievolite, violenza di classe e disillusione hanno colori e sapori ben diversi dai sessanta e, come vedremo, dagli ottanta.

Gli anni settanta sono tante, troppe cose. Come il medioevo, essi subiscono l’influenza malefica dell’interpretazione  storica

Gli anni settanta sono tante, troppe cose. Come il medioevo, essi subiscono l’influenza malefica dell’interpretazione  storica e sociale che se ne diede nei decenni successivi. E così giunge,  soprattutto a chi, come il sottoscritto, quegli anni non li ha visti, una carrellata di immagini e concetti confusi. Immagini che si tingono del colore rosso degli striscioni dei cortei e dei morti ammazzati, che hanno il profumo del napalm di primo mattino delle foreste del Vietnam, che hanno un retrogusto rancido di pessime birre consumate da borchiati ventenni con i capelli impennati dal sapone di marsiglia nelle ex balere dell’Emilia trasformate in centri sociali. E poi gli slogan presto abusati dalla pubblicità e i detonatori azionati da mani invisibili e menti insospettabili. E poi Aldo Moro, il funerale della Repubblica. E poi, qualcuno, ma solamente qualcuno, avrà sentito parlare anche di austerity, Eddy Merckx, calcio totale, Sid Vicious, Seveso, settembre nero, Kippur e magari pure di questione morale e Berlinguer. Il bilancio è in rosso, non si scappa. O almeno, così a noi giunge.

Anni di piombo, li hanno chiamati. Duri, freddi, polverosi, spietati. Il piombo delle P38, certo, ma anche dell’inchiostro versato sulle migliaia di pagine di libri e sceneggiature ambientate in questi anni. Se hai una crisi di ispirazione, apri un’edizione de l’Unità degli anni settanta. Tutti gli autori si sono prima o poi rifugiati in quegli anni di sangue e contrasti, cercando quell’ispirazione che i nostri tempi virtuali, avari di rapporti sanguigni, faticano a fornire.

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Dal 1945 ad oggi le epoche seguono il fuso orario: il primo giorno dell’anno si chiama New Year’s Day e si festeggia prima a New York, poi a Londra e poi nel resto del mondo. Tutto inizia e finisce al di là dell’oceano, qui arrivano solamente bambini già vecchi e morti ormai putrefatti. L’illusione dei sixties se la portarono via un proiettile alla tempia di Bob Kennedy e gli scontri alla convention di Chicago per le primarie democratiche del 1968.

 

Un annetto prima Lou Reed aveva pensionato i cantautori tutta pace, amore e rivendicazioni sociali ammettendo che la sua stessa vita era l’eroina

Un annetto prima un ragazzotto di New York di nome Lou Reed aveva già pensionato la west coast e i suoi cantautori tutta pace, amore e rivendicazioni sociali ammettendo che sua moglie, anzi, la sua stessa vita era l’eroina. Da noi i sogni erano più legati ai ritmi cinesi del PIL che ad una effettiva proposta sociale. Poco male: mentre la depressione post sbornia onirica aveva già cacciato l’America nell’incubo della brown sugar, qui si iniziava ad andare in strada, a urlare, picchiare, si, picchiare tutti, rossi, neri, celerini. La crisi economica fece il resto.

Poi i settanta se ne andarono. Morirono. Punto e a capo. Nel decennio successivo l’eredità dei seventies è pressoché rifiutata. E’ un parente scomodo, impiccione, povero e violento. Nessuno ne vuole il testamento, né gli Stati Uniti, dove l’escalation in Vietnam fu inversamente proporzionale alla crescita economica, né il Regno Unito, dove la favola popliberista raccontò, in seguito, di una economia immobilizzata dagli scioperi.

IMG_5523Qualcuno aveva già capito. Le minacce ai borghesi si affievolirono, gli scossoni al mondo costituito si allentarono. Verso la fine del decennio qualcuno urlò che tanto valeva morire subito, giovani, belli e senza legislatori tra le palle.

Erano gli ultimi scossoni. La fine era già lì, in quello sbraitare slogan contro tutto e tutti e pure contro se stessi, seppellendo l’utopia e la lotta di classe. Alcuni di quella scena che prese il nome di punk cambiarono look (non di molto) e sposarono, più o meno consapevoli, il nascente edonismo reaganiano. Luci stroboscopiche introducevano la disco music. Il contenitore superava di gran lunga il contenuto.

 Se il mondo non cambia amen. Ragazzi, ad ogni modo i portafogli ricominciano a lievitare. Ascoltate, basta con quei discorsi sul sociale e le guerre e il terzo mondo e le femmine.

Anzi, voi donne, partite da qui: non si diceva che quella cosa è vostra e ve la gestite voi? Ok, fatela fruttare! E così fecero. Così finirono i settanta. Gli slogan riutilizzati dalle lobby del consumismo, tonnellate di ideali svenduti per un grammo di felicità, donne materialiste finte vergini che vogliono solo divertirsi e gestiscono la propria immagine alla stregua di maitresse di bordelli, sindacati in crisi d’identità e cortei meno frequentati delle palestre.

80Era morto per sempre, quindi. Era morto il decennio più difficile del dopoguerra ed era morto il dopoguerra stesso.

Non è un caso che la storia inizia ad essere rivisitata dopo gli anni settanta.

Cosa furono quindi quei bistrattati settanta? La fine. La fine dell’utopia e la fine di un mondo che aveva avuto i natali da una ventina di milioni di morti e un paio di bombe atomiche.

Gliel’avevano raccontata bene in quegli anni di macerie fumanti, gli avevano detto che occorreva cambiare, che un nuovo mondo sarebbe arrivato, un mondo di pace al di là dei blocchi continentali e delle segregazioni razziali. Ma poi tutto si era risolto alla solita maniera di due secoli a questa parte e allora qualcuno aveva iniziato ad arrabbiarsi. Con se stesso, con il mondo, con il potere. Una guerra sconclusionata.

Poi arrivarono Thatcher e Reagan e inaugurarono la società individualista. Fregatevene e guardate nel vostro portafoglio. E beveteci su, aggiunsero nella ruggente Milano.

In definitiva, questo furono i settanta: una lotta impari e anacronistica. Poi arrivarono Thatcher e Reagan e inaugurarono la società individualista. Fregatevene e guardate nel vostro portafoglio. E beveteci su, aggiunsero nella ruggente Milano. Come se non ci fosse domani, o come se il domani non andasse costruito giorno per giorno dal basso verso l’alto e non solamente viceversa. Se un’eredità la potevano dare, quei maledetti settanta, era questa. Invece tutto fu dato in pasto al famelico Dio dell’opulenza che rigurgitò la fiaba nera di generazioni allo sbando.

Su questo, in definitiva, si potrebbe discutere: se solamente di sbando si deve parlare, se quella rabbia era poi peggio del vuoto apatico che gli anni ruggenti consegnarono alle generazioni nate nel loro decennio.

Cos’è rimasto degli anni settanta was last modified: dicembre 27th, 2014 by glianni70.it

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