CONTRO UNA TRATTATIVA INFAME

CONTRO UNA TRATTATIVA INFAME

Documento allegato agli atti del processo presso il tribunale di Veneziabr-processo

Documento allegato agli atti del processo presso il tribunale di Venezia. I militanti delle Brigate Rosse per la costruzione del partito comunista combattente Alberta Biliato, Cesare Di Lenardo – giugno 1987

Intendiamo qui denunciare pubblicamente ai compagni, ai comunisti, a tutti i rivoluzionari gli elementi di cui siamo a conoscenza riguardo un’infame trattativa in corso tra lo stato e un raggruppamento di detenuti politici. Rendiamo noto quanto a nostra conoscenza perché nella storia delle Brigate Rosse non ha mai trovato posto alcuna trattativa segreta con lo stato e ogni operazione e tutta l’attività politica e combattente è stata sempre gestita e rivendicata pubblicamente; e perché l’obiettivo specifico di questa trattativa è attaccare la guerriglia alle spalle, portare al suo scioglimento e al disarmo dei combattenti nel quadro della cosiddetta pacificazione nazionale. E’ perciò necessario, giusto e doveroso denunciarla pubblicamente.

Già avevamo condannato in termini politici («Sui prigionieri politici e la direzione della guerriglia» del 25 aprile ’87) l’operazione che prende il nome di soluzione politica e vede come protagonisti dal carcere il duo Curcio-Moretti e loro soci. Successivamente siamo entrati in possesso di informazioni certe e di alcuni dei termini della trattativa che rendiamo senz’altro noti qui di seguito.

Lo stato ha avviato da tempo contatti con il gruppo Curcio-Moretti attraverso vari emissari di diversi partiti politici di governo. Vi sono stati anche incontri con esponenti della cosiddetta opposizione. Siamo certi che vi sono stati contatti diretti con esponenti della DC, del PSI, del PCI; di questi soltanto una parte sono stati resi noti tramite stampa.

L’oggetto del contendere è la cosiddetta soluzione politica e la trattativa è in questi termini. Da una parte si richiedono i buoni uffici di Curcio-Moretti affinché premano in modo articolato anche attraverso altri prigionieri, considerati più vicini alla guerriglia in attività, per addivenire ad accordi di scioglimento e alla deposizione delle armi. Dall’altra si chiede la liberazione dei detenuti politici attraverso nuove leggi che oltrepassino la legislazione in vigore su pentiti e dissociati, in modo da comprendere anche loro.

In questo quadro la DC ha istituito negli ultimi mesi un gruppo di lavoro sui problemi della giustizia per definire un progetto tecnico di soluzione politica e di cosiddetta pacificazione generale.

Il tenore e molti dettagli delle dichiarazioni, lettere, interviste e precisazioni rilasciate in questi mesi sia dal gruppo Curcio-Moretti sia da uomini politici democristiani è stato calibrato attentamente di reciproca intesa, in considerazione dei rispettivi problemi di gestione della cosa che i due poli della trattativa avevano con i loro referenti e nel loro ambiente politico.

La DC, in incontri con Curcio e con Moretti in particolare, ha anche indicato l’esistenza di un paese straniero disposto in base ad accordi presi con il governo e i servizi ad accogliere militanti clandestini che fossero disposti a deporre le armi e che eviterebbero in questo modo l’arresto.

L’offerta della DC per la soluzione della questione dei detenuti politici prevede: per i reati di sola banda armata tre anni di carcere più tre di arresti domiciliari; per reati definiti come intermedi cinque anni di carcere più cinque di arresti domiciliari; per i reati per i quali attualmente sono previsti trent’anni, la pena diventerebbe di dieci anni di carcere più dieci di arresti domiciliari; per gli ergastoli è stato detto che si tratterebbe nominalmente di vent’anni di carcere salvo poi diventare dieci più dieci come per chi ha da scontare pene di trent’anni. I dettagli sono ancora in definizione.

Dell’andamento di questo progetto sono stati puntualmente informati gli interlocutori interni al carcere e questi dal canto loro hanno riferito dell’andamento del cosiddetto dibattito interno presso le aree di prigionieri da loro considerati più vicini ed influenti nei confronti della lotta armata.

Questi gli elementi dei quali siamo certi in buona sostanza poiché ne abbiamo verificata la consistenza e trovato puntuale riscontro.

Come militanti delle Brigate Rosse, come combattenti comunisti ed antimperialisti denunciamo questa sporca manovra, anche a dimostrare nei fatti per il massimo di chiarezza che nessuna connivenza ci relaziona, né noi né la nostra organizzazione, a questi loschi traffici.

L’accusa politica, già da noi con coscienza formulata nei confronti di questi personaggi, di essere dei nuovi servi politici dello stato imperialista si va riempiendo di sostanza che nessuna bella parola né le chiacchiere equilibristiche di scuola morotea potranno cancellare. Si tratta di trucchi della peggior specie: discutono con i peggiori nemici del proletariato italiano di sconti di galera, passaporti per transfughi, di come strangolare la guerriglia per portare a casa il proprio sedere.

Non vogliamo ridurre una questione che è anche politica unicamente ad un losco traffico, ma questo è un dato obiettivo, e ciò che lega l’abbandono della lotta rivoluzionaria allo slittamento progressivo nelle peggiori compromissioni è il fatto concreto che qui nel carcere imperialista, nei bracci speciali di massima sicurezza, qui non c’è uno spazio tra stato e rivoluzione: il confronto è diretto, duro, radicale, l’ordinato ripiegamento nel privato non ha luogo dove svolgersi. Fuori dalla disciplina collettiva della rivoluzione c’è la forza dello stato in uno dei luoghi della sua massima concentrazione: distrugge, divora, rimodella a sua immagine e somiglianza chi non comprende la dimensione politico-sociale della solidarietà rivoluzionaria. Produce ciò che ha prodotto con figure come Morucci, Franceschini, Curcio e chi altri prenderà la loro strada: pupazzi, uomini da spettacolo, da usare nella propaganda contro ogni lotta rivoluzionaria; argomenti che i poliziotti delle squadre politiche citeranno durante gli arresti, le perquisizioni, le minacce ai compagni come prova della potenza e della ragione dello stato. Poco o niente di più, e anche questi invecchieranno come gli altri in una breve stagione – perché la lotta continua.

Non intendiamo polemizzare con la gestione politico-ideologica che viene data di questo sporco affare; le tesi di questi individui non sono in alcun modo per noi elemento di dibattito, essendosi essi posti da tempo del tutto fuori della logica della lotta rivoluzionaria e comunista: il dibattito nel movimento rivoluzionario è un’altra cosa.

Se riterremo in futuro di intervenire più approfonditamente sugli aspetti politici di questa vicenda e sulle ragioni politiche per cui continuiamo a sostenere la strategia della lotta armata per il comunismo, sarà per fare maggiore chiarezza sulle nostre posizioni tra i compagni del movimento antagonista. Più chiara di noi sarà in ogni caso la prassi della guerriglia, della nostra organizzazione e ad essa facciamo riferimento.

Diffidiamo infine questi rinnegati dal dire una sola parola a nome dei rivoluzionari prigionieri, come hanno tentato di fare con vari equilibrismi linguistici in queste settimane. Chi nasconde se stesso dietro questi tortuosi e contorti accenni, chi vuole accodarsi a questa trattativa per esserne in qualche maniera interno, lo faccia scopertamente a suo nome assumendosi tutte le responsabilità di ciò che fa. Nel farlo si colloca distante mille chilometri dalle Brigate Rosse, dalla nostra storia, dal nostro progetto rivoluzionario, dall’organizzazione che lotta oggi in clandestinità per il comunismo.

Invitiamo tutti i compagni a prendere posizione con chiarezza su questa vicenda tracciando una linea di demarcazione nei confronti di chi manovra queste trattative; con il massimo di disponibilità e di apertura alla discussione sui problemi con tutti i compagni e con il massimo di chiusura e di isolamento verso chi tratta con lo stato, con la DC e il sistema dei partiti.

La nostra posizione in questo specifico processo deriva dalla posizione politica in cui ci riconosciamo: siamo militanti delle Brigate Rosse e rivendichiamo tutta l’attività politica e combattente della nostra organizzazione. Ai giudici, allo stato, all’imperialismo non abbiamo nulla da dire: siamo combattenti nemici. Appoggiamo la guerriglia e con essa ci identifichiamo.

Attaccare il cuore dello stato nelle sue politiche dominanti!

Rafforzare il campo proletario per attrezzarlo allo scontro con lo stato!

Guerra alla NATO! Guerra all’imperialismo!

Promuovere e consolidare il Fronte Combattente Antimperialista!

I militanti delle Brigate Rosse per la costruzione del partito comunista combattente: Alberta Biliato, Cesare Di Lenardo

Venezia, 1 giugno 1987

CONTRO UNA TRATTATIVA INFAME was last modified: dicembre 28th, 2014 by glianni70.it

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