CharlieHebdo Dalle dune alla metropoli

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“Gli eserciti sono come piante, immobili nell’insieme, profondamente radicate, nutrite sino alla cima grazie ai loro lunghi fusti. Noi invece potevamo essere come un soffio, che va dove gli pare”

Th. E. Lawrence, La guerriglia nel deserto

Gli attacchi portati da un paio di cellule islamiste nel cuore di Parigi, uno dei centri nevralgici dell’imperialismo occidentale, consentono di abbozzare un ragionamento a trecentosessanta gradi su un non secondario approdo del volto di Marte nel mondo contemporaneo. Questo aspetto, come dire “tecnico”, ci sembra essere il cuore della questione. Certo all’origine di tali atti vi è la politica e non la tecnica. Vi è l’approfondirsi delle contraddizioni interne all’imperialismo e delle esasperazioni che la crisi sistemica del modo di produzione capitalista necessariamente provoca. Su questo aspetto gran parte delle argomentazioni del testo di Sergio Cararo, Destabilizzazione e guerra in Medio Oriente. Tra declino USA e ambizioni del polo arabo – islamico, sono non solo chiare ma ampiamente condivisibili. Non staremo, pertanto, a rimarcare gli aspetti geopolitici degli eventi francesi ma, da questi, proveremo a declinarne i tratti maggiormente interessanti per il “pensiero strategico”. Ciò per due ordini di motivi. La guerra, per quanto compresa e subordinata alla politica, vive pur sempre, nella sua messa in forma, di un certo grado di autonomia e, in seconda battuta, il modo in cui la guerra è organizzata e condotta obbliga tutti i contendenti a misurarsi sulle linee sedimentate da quel determinato contesto. Ora, il duplice attacco di Parigi, cosa ci racconta? Un fatto in fondo semplice e banale: le metropoli imperialiste sono quanto mai vulnerabili. La vastità degli “obiettivi sensibili” è tale che una loro minima protezione comporterebbe costi, in termini di mezzi e uomini, talmente elevati che ben difficilmente potrebbero essere sopportati dalle economie occidentali e, per di più, un piano di sicurezza minimamente adeguato obbligherebbe, con costi aggiuntivi non proprio irrilevanti, a un mutamento tale dello stile di vita dei nostri mondi da obbligarci a vivere in una situazione di perenne assedio, con tutte le angosce e paranoie che ciò si porterebbe appresso. Per altro verso, il nemico, potrebbe passare settimane e mesi in completa inattività, limitandosi ad osservare e studiare lo schieramento avverso, per tornare a colpirlo in uno dei suoi immancabili anelli deboli nel momento a lui più congeniale o, più semplicemente, avrebbe la possibilità di tenere immobilizzato nell’attesa un enorme numero di uomini, mezzi e risorse.

Ciò che le due azioni di Parigi hanno evidenziato è la realistica possibilità di condurre interventi di un certo tenore militare mettendo in campo, tutto sommato, un numero di militanti limitato, dotati, per di più, di un armamento che a conti è possibile procurarsi senza troppa fatica. La quantità di fucili mitragliatori, ma anche di armi leggere più sofisticate, provenienti dall’area balcanica da tempo è talmente numerosa e a buon mercato che, per procurarsele, non occorrono mezzi finanziari eccelsi e neppure conoscenze particolari. In poche parole, per accedere al livello di armamento messo in campo nelle due operazioni parigine non occorre essere un boss della malavita internazionale, avere una qualche entratura con i servizi di un qualche paese e neppure dover vantare l’appartenenza a una qualche organizzazione terroristica di fama internazionale. Se c’è qualcosa che la duplice operazione parigina evidenzia è la semplicità attraverso la quale la metropoli imperialista può essere posta sotto scacco.

Per quanto riguarda l’aspetto logistico, quindi, le due operazioni di Parigi non presentano problemi particolarmente rilevanti ma, se possibile, ancora più facile sembra essere la loro conduzione operativa. Volgere un’inchiesta sulla vita interna di un giornale, orari dei giornalisti, appuntamenti redazionali e tutto ciò che comporta la normale attività di una redazione non comporta difficoltà particolarmente complesse così come penetrarvi all’interno, in fondo, è più semplice che rapinare un ufficio postale o una gioielleria di medie dimensioni. Per quanto riguarda l’irruzione nel supermarket ebraico, poi, l’operazione non presenta proprio ostacoli di sorta.

Eppure, questo va ben evidenziato, entrambi gli obiettivi sono perfettamente politicamente giustificabili.

Non si tratta di obiettivi indistinti e occasionali, non si è sparato o colpito nel mucchio, il che svaluterebbe immediatamente le azioni dei commandos ascrivendole nel mondo in fondo tranquillizzante, perché impolitico, della follia, ma si è portato l’attacco verso due obiettivi il cui significato politico, sia agli occhi dei governanti occidentali, sia per le masse mussulmane catturate dalle sirene dell’Islam politico radicale, è quanto mai chiaro ed evidente. Proprio tale “politicità” degli obiettivi evidenzia il passaggio strategico del modello operativo della guerriglia islamista. I due obiettivi – e qua la differenza e il cambio di passo “strategico” rispetto agli attentati di Madrid o di Londra alla metropolitana – non hanno un aspetto unicamente distruttivo ma pongono in campo una precisa dialettica distruzione/costruzione. Infatti, mentre, da un lato, disarticolano la sicurezza del nemico colpendone obiettivi di piccola o media entità, ma politicamente significativi, dall’altra indicano una linea di condotta alla quale tutta quella galassia che possiamo ascrivere all’ambito dello “spontaneismo islamico combattente” può facilmente uniformarsi. Ed è esattamente qua che, dalle dune del deserto, Th. E. Lawrence approda dentro la metropoli.

Prese singolarmente, azioni di questo tipo hanno ricadute militari irrisorie, ma se moltiplicate, hanno il medesimo effetto che mille punture di insetto finiscono con l’avere sul classico rinoceronte: lo fanno stramazzare al suolo. Ed è esattamente questa la logica perseguita nel deserto dalla guerriglia araba guidata da Lawrence d’Arabia, con esiti quanto mai felici, nei confronti dell’esercito turco durante il primo conflitto mondiale. Inoltre, mentre “il rinoceronte” crolla al suolo unicamente solo se vittima di un certo numero di punture, i nostri mondi possono essere tenuti in stallo e in ostaggio anche solo paventando la possibilità che, da qualche parte e in qualche luogo, uno sciame di insetti sia in procinto di mettersi in volo. Con il rinoceronte non funziona la guerra di logoramento, in politica sì. Da oggi, l’occidente si trova sotto scacco. Sulle possibili soluzioni di una fuoriuscita da questa situazione proveremo a tracciarne le ipotesi in un prossimo articolo.

Detto ciò torniamo agli eventi particolari e ai corollari che si portano appresso.

Il secondo aspetto importante da rilevare concerne l’origine sociale dei tre guerriglieri uccisi. In tutti e tre i casi si tratta di francesi in pelle scura provenienti da quegli immensi territori proletari che sono le banlieues. Territori dove, non da oggi, vive e si reitera un conflitto sociale e politico particolarmente duro dal quale nessuna forza comunista e rivoluzionaria è stata in grado di trarne un qualche significativo profitto, mentre l’islam politico ha mietuto non pochi successi. I tre provengono da quei mondi sociali dove attività legali e illegali si intrecciano in permanenza in quella complessa e variegata articolazione a cui è approdata la “giornata lavorativa” di quote non secondarie di forza lavoro globalizzata in basso, i cui numeri cominciano a essere particolarmente consistenti anche dentro le metropoli imperialiste europee.

Tutti, in seguito ad attività illegali di piccolo cabotaggio, sono passati attraverso l’istituzione penitenziaria e proprio nel “ventre del mostro” hanno cambiato pelle: da micro illegali di periferia a combattenti islamici. Parafrasando un vecchio aneddoto del movimento rivoluzionario si può dire che il carcere, un tempo “scuola di rivoluzione” (da “Col sangue agli occhi” delle Pantere nere al “Liberare tutti i dannati della terra” di Lotta continua sino alla pratica combattente dei NAP) si sia repentinamente trasformato in “scuola di islamismo politico e radicale”. Dentro le carceri, prendendo soprattutto a modello l’esperienza maturata dal FLN algerino, l’islam politico ha costruito una vera e propria università combattente in grado di forgiare quadri politico – militari di non secondario livello. Certo, come le biografie dei tre miltanti islamici sembrano confermare, il completamento della formazione, soprattutto sotto il profilo militare, avviene in uno dei tanti campi paramilitari che l’islam politico, grazie alle non secondarie coperture politiche dei numerosi stati amici e ai finanziamenti delle strutture finanziarie delle borghesie islamiste multinazionali può disporre ma, ed è questo il punto, il reclutamento avviene dentro la metropoli imperialista. Lì, in aperta contrapposizione al nulla nichilista dei territori metropolitani, l’islam politico ha buon gioco nell’offrire un’identità forte, una prospettiva di vita, un obiettivo storico/politico a quote di popolazione alle quali, il capitalismo globale, non riserva altro che un’esistenza prossima al servaggio. Su questo le borghesie imperialiste a dominanza arabo/islamista fanno leva e, occorre riconoscerlo, con non poco successo. Viene da chiedersi, infatti, quanti giovani francesi di pelle scura stanno già pensando di raccogliere i mitragliatori caduti dalle mani dei combattenti uccisi e quante ragazze di pelle scura vedranno nel velo integrale di Hayat, insieme al relativo maneggio delle armi, non uno strumento di sottomissione bensì un simbolo di fierezza e ribellione.

Arriviamo così a quello che, per molti versi, può considerarsi il cuore della questione: l’assenza di un pensiero forte all’interno dei nostri mondi. Un’assenza che caratterizza le nostri classi dominanti e la loro ideologia ma, a ben vedere, attraversa per intero anche i mondi sociali dei subalterni e della classe operaia. Mentre l’ideologia della fine della Storia, con l’obiettiva debolezza che inevitabilmente si porta appresso, sembra essere diventata la Weltanschauung dell’intero mondo occidentale, l’islam politico, in quanto ideologia forte di una frazione di borghesia imperialista in ascesa, è in grado di conquistare e legare a sé anche quote non secondarie di subalterni. Del resto, pur con tutte le tare del caso, qualcosa di simile riuscì a fare il nazionalsocialismo tedesco e il militarismo imperiale giapponese. Oggi, la guerra non è più una tendenza bensì un dato di fatto. Su questo, i marxisti, dovrebbero, se non altro, iniziare a ragionare.

da http://www.noisaremotutto.org

CharlieHebdo Dalle dune alla metropoli was last modified: gennaio 13th, 2015 by glianni70.it

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