Caso Aldo Moro: l’intervista di Robert Katz a Steve Pieczenik

Moro e KissingerCaso Aldo Moro: l’intervista di Robert Katz’ a Steve Pieczenik

Per i sempre più in vista revisionisti della storia della repubblica italiana il compito numero uno è senza dubbio quello di partecipare alla proliferazione dei cosiddetti “misteri d’Italia”. A prescindere da quelli legittimi che nascono da questioni reali, molto più frequenti sono quelli ricavati dal terreno mosso dalle ricerche per i fatti veri. La nuova Time Capsule sul caso Moro dovrebbe bastare per dimostrare come questi sterminati misteri sono la materia prima del revisionismo. I “misteri” servono per la mistificazione, per oscurare la verità e avallare le fantasie degli indecisi o poco informati. Guardiamo il periodo della presente Capsula del tempo, 1994. Avrebbe dovuto essere l’annus mirabilis del caso Moro, misteriosissimo sin dal suo tragico inizio in Via Fani. Finalmente uno dei misteri fondamentali stava per essere sciolto, anzi, due: il chi e il come dell’assassinio di Aldo Moro. Si trattava dell’imminente pubblicazione di un libro di memorie scritto dall’uomo che aveva ideato, capeggiato e gestito il sequestro Moro. Era il brigatista Mario Moretti, già condannato all’ergastolo proprio per quel delitto, ma che fino ad allora non aveva mai parlato.

Io, quel mese d’aprile del ’94, sono stato invitato dal New York Times a recarmi a Roma per scrivere un articolo di aggiornamento sul caso. Il sequestro Moro non ha mai cessato di suscitare interesse all’estero, almeno nei paesi membri della NATO. A Roma, grazie alla collaborazione delle giornaliste Rossana Rossanda e Carla Mosca che curavano il libro di Moretti – e cercavano di tenere inediti i suoi segreti fino al giorno della pubblicazione – sono riuscito ad avere sia una copia delle bozze sia un’intervista telefonica con l’ergastolano-autore. Fu lo stesso New York Times introducendo il mio articolo ad aggiungere un suo inedito. Scriveva: “Sono stati gli alleati politici di Aldo Moro che lo hanno lasciato morire. Perché?”1

Dunque, un commento durissimo che andava ben oltre quegli “alleati” fino ad arrivare a una rarissima autocritica. Segnalava, infatti, un drammatico riconoscimento dell’abbandono universale dello statista italiano. La politica adottata dal suo partito – quella che non fu altro che un’aderenza cieca a una linea dura mai sperimentata da nessuna parte – era disastrosa. Era però una politica possibile dovuta al consenso dato loro da una stragrande maggioranza emersa subito con risvolti maccartisti. Ciò nonostante, aveva un appoggio fortissimo in tutti i centri di potere dell’occidente, fra cui si contavano i più prestigiosi quotidiani degli Stati Uniti, con il Times in testa. Ora, però è proprio il giornale newyorkese a rompere un lungo silenzio in una clamorosa critica. Con una parola sola, il “perché” del commento, il Times smontava la barriera del chi e del come – lasciando scoperta la questione determinante, il perché. Ora, trovare la risposta potrebbe far crollare il muro di misteri del caso Moro.

Ma i revisionisti, si sa, sono bravi muratori; demolito un muro, ne costruiscono un altro. Finiti i giorni dell’ira, cominciano i giorni del complotto. Tuttavia questa bravura, in quel lontano 1994, era tutta da verificare. A Roma si parlava già dell’ultimo complotto, di un uomo dei misteri, dei documenti compromettenti, una specie di burattinaio, un Grande Vecchio, ma più grande che vecchio, non italiano ma americano. Perciò, appena rientrato negli States, mi sono messo a cercare questo mio connazionale. Si chiamava Steve Pieczenik — al tempo del sequestro Moro mandato dagli USA per motivi ancora da chiarire. Lo conoscevo; lo avevo intervistato brevemente a Washington nel primo dopo-Moro, e ora lì andavo di nuovo per trovarlo. Era un buon inizio, ma come finirà? Troverò un burattinaio oppure un burattino?

La Time Capsule che segue è il testo integrale di un articolo mio apparso su Panorama del 13 agosto 1994. Le novità che avevo raccolto sembravano una risposta devastante alle ultime pretese dei revisionisti, ma, come il lettore vedrà, nel mondo che sta dentro lo specchio scuro del revisionismo non esiste una nuova risposta senza due nuovi misteri. – RK

Fra i misteri del caso Moro, uno dei più appassionanti riguarda il ruolo giocato dal consulente americano presso il governo Andreotti, il dottor Steve R. Pieczenik, inviato a Roma da Washington. Tra marzo e giugno [1994], ho realizato con lui una serie di interviste e in quell’occasione, cercando una sorta di conclusione definitiva, Pieczenik ha infranto il silenzio che per 16 anni ha protetto il suo soggiorno romano – silenzio imposto prima dal governo e successivamente da una decisione di ordine personale. Per certi versi il mistero non fa che infittirsi, ma in molti casi le sue rivelazioni gettano nuova luce sul lato più oscuro dell’affare Moro.

Il 16 marzo 1978, a poche ore dalla sanguinosa imboscata tesa in via Fani al presidente della Dc, in cui cinque delle sue guardie del corpo persero la vita, l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga radunò al Viminale le alte gerarchie ministeriali, militari e dei servizi segreti, creando tre comitati di crisi destinati a costituire il centro nevralgico degli sforzi compiuti da Roma per salvare il sequestrato. Una delle task torce a cui Cossiga avrebbe partecipato in maniera più diretta si chiamava Gruppo ristretto per la gestione della crisi ed era composta da una squadra scelta di esperti comportamentisti. Il ministro ricordava vagamente la storia di uno psichiatra americano, il cui ruolo si era rivelato fondamentale nella risoluzione di una grave vicenda di terrorismo negli Slali Uniti. Chiese all’ambasciatore statunitense di occuparsi della questione in tutta segretezza e l’uomo fu presto identificato da Washington come un certo dottor Pieczenik.

Si trattava di un funzionario del Dipartimento di stato, vicesottosegretario, nominato da Henry Kissinger e in servizio presso l’amministrazione Carter, sotto la guida di Cyrus Vance. In qualità di specialista del governo americano nella microgestione di sequestri ad alto rischio, Pieczenik si recò a Roma all’apice del successo. Trentaquattro anni, psichiatra formatosi ad Harvard e dottore in scienze politiche congedato dal Mit, aveva da poco affrontato con esito positivo due gravi emergenze terroristiche. Tuttavia, considerava il rapimento compiuto dalle Brigate rosse come il tentativo sino ad allora più pericoloso di destabilizzare una democrazia occidentale.

Giunto nella capitale poco dopo il giorno in cui le Br fecero circolare la prima fotografia di Moro prigioniero, Pieczenik ricevette in dotazione una Beretta, un soprabito antiproiettile e un alloggio sicuro. Dietro richiesta di Cossiga, la sua presenza in Italia venne tenuta segreta. Trascorse così tre settimane immerso 12 ore al giorno in consultazioni. Quindi, mentre le operazioni proseguivano, rientrò a Washington, dove definì «encomiabile» l’atteggiamento adottato da Roma. In realtà si trattava di cortesia diplomatica, di un parere lontano anni luce da ciò che la difficile esperienza italiana gli aveva suggerito.

Fin dal giorno della sua partenza, l’uomo di Washington a Roma è rimasto coinvolto nella trama delle più complesse teorie cospirative sull’assassinio Moro, Alcuni sostengono, e fra questi membri delle commissioni parlamentari che affrontarono il caso, che l’americano sia stato il padrino della singolare strategia di assoluta intransigenza, la cosiddetta linea della fermezza, religiosamente seguita dal governo italiano. L’ex senatore Sergio Flamigni, per esempio, membro della commissione Moro (e delle commissioni P2 e Antimafia), nonché enciclopedia vivente sul caso, ha avuto ampi molivi per ritenere che Pieczenik fosse la longa manus di Kissinger incaricato di assicurare la fine di Moro.

A pochi giorni dallo sbarco di Pieczenick nella capitale, lo stesso Moro chiedeva nell’amara lettera a Paolo Emilio Taviani se la linea dura non fosse stata per caso imposta dall’America: in seguito, avrebbe parlato dell’animosità che Kissinger covava nei suoi riguardi. In una delle sue ultime minacce di rivelare i segreti sul caso Moro (che lo hanno invece accompagnato nella tomba con l’omicidio del 1979) Mino Pecorelli, giornalista superinformato, lasciava intendere di conoscere particolari sinistri sulle attività di Pieczenik al Viminale. Fu l’anno in cui riuscii a strappare al reticente americano una breve intervista per il mio libro I giorni dell’ira, dove riferivo di quello che sembrava essere stato il suo ruolo nella cosiddetta «strategia dell’inattività» di Cossiga. Successivamente, nel 1981, quando venne sequestrata la famosa lista P2 e si scoprì che i comitati di crisi di Cossiga brulicavano di mèmbri della sovversiva loggia massonica di Lido Gelli, l’ipotesi che Pieczenik fosse venuto da lontano per nuocere a Moro parve acquistare ulteriore consistenza. Infine, a rafforzare la teoria provvide nuovamente nel 1986 il film di Giuseppe Ferrara, intitolato Il caso Moro e basato sul mio libro.

Il lungo silenzio dell’americano ha di per sé concorso ad amplificare la sua immagine di eminenza grigia, ma del resto nemmeno Roma si è mai mostrata disponibile a chiarire quella che fu la vera natura della sua missione. Chiamato a deporre davanti alla commissione Moro, e molto più tardi alla commissione Stragi, Cossiga ebbe a lodare il contributo fornito da Pieczenik, senza tuttavia scendere in particolari. Inoltre, tranne rare eccezioni, il contenuto degli archivi dei tre comitati di crisi scomparve senza spiegazione plausibile quasi immediatamente dopo la morte di Moro, dando vita a un ennesimo mistero.

Tuttavia, su richiesta della commissione Stragi, nel 1992 l’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti condusse “un attento esame degli atti esistenti presso questo ufficio”, durante il quale venne alla luce un rapporto riservatissimo attribuito a Pieczenik. Il documento, di 14 pagine, faceva parte di un gruppo di cinque memorandum e di appunti – 57 pagine in tutto – che si ritenevano essere stati scritti al tempo della crisi Moro da reperti identificati nellepersonne del professori Steve Pieczenik, Franco Ferracuti, Stefano Silvesstri e Giulia Conte Micheli. Il rapporto Pieczenik, dattilografato in italiano e apparentemente tradotto dall’inglese, si intitola «Ipotesi sulla strategia e tattica delle Br e ipotesi sulla gestione della crisi» e tende a confermare il ruolo di freddo calcolatore svolto dallo psichiatra americano, capace di concepire schemi crudeli e diabolici da contrapporre ai prodigiosi sforzi epistolari con cui Moro cercava di negoziare il proprio rilascio.

Ma ancora più spieiato appare forse il modo in cui si suggerisce a Cossiga un sistema per promuovere l’idea che Moro avesse «in effetti (…) subito un lavaggio del cervello». Fra le raccomandazioni contenute nel rapporto: «Ricercare dichiarazioni di amici intimi e colleghi di Moro che dimostrino quanto egli avesse sostenuto l’attuale governo e la sua decisa presa di posizione», Che qualcuno, se non Cossiga stesso, lo abbia giudicato un magnifico consiglio, lo si deduce dalla dichiarazione del 25 aprile firmata dagli amici più cari di Moro (75 fra uomini e donne), dichiarazione da Leonardo Sciascia definita una «protesta mostruosa… incivile». «Non ritenevano, gli amici di Moro, di ravvisare nella lettera inviala a Zaccagnini, personalità di Moro». Indignato e chiaramente ferito, così rispondeva Moro il 29 aprile: «E devo dire che mi ha profondamente rattristato (non l’avrei creduto possibile) il fatto che alcuni amici… abbiano dubitato dell’autenticità di quello che andavo sostenendo, come se io scrivessi su dettatura delle Brigate rosse. Perché questo avallo alla pretesa mia non autenticità?».

Durante l’incontro con Pieczenik a Washington, dove è consulente privato sulle questioni di politica estera presso l’United States institute of peace, curioso di sapere se conservava una copia dell’originale, gli chiesi del rapporto. «Non ho mai lasciato un rapporto scritto su una crisi» rispose. «E il perché è molto semplice: i rapporti scritti rivelerebbero particolari del mio operato, rischiando così di compromettermi e di cadere nelle mani di potenziali terroristi». Sebbene lo giudicasse un atto assolutamente scorretto, non si sentì tuttavia di escludere la possibilità che qualcun altro fra i presenti alle riunioni del Viminale avesse preso appunti sulle sue dichiarazioni e in seguito li avesse compattali in un unico documento stilato in suo nome.

Ma solo dopo essermi personalmente recato a Roma e avere letto una copia integrale del rapporto mi resi conto non solo che Pieczenik poteva non averlo scritto, ma che nessuno poteva avergli mai sentito fare simili affermazioni. Mi bastò leggere una singola riga della settima pagina di quel disordinato fascicolo: «Siamo colpiti dagli ultimissimi sviluppi della situazione» sostiene l’autore «… cioè del loro (le Br, ndr) ultimatum nel quale si richiede lo scambio di Moro contro 13 prigionieri attualmente rinchiusi nelle carceri italiane…». Si tratta di un inconfondibile riferimento al comunicato numero 8, rilasciato dalle Br il 24 aprile. Ma il presunto autore del rapporto aveva abbandonato l’Italia il giorno 15, dato confermato da incontrovertibili prove documentarie che lo volevano a Washington.

Quando mostrai il documento a Pieczenik, decidemmo di rianalizzarlo passo per passo. Lo trovò zeppo di interpretazioni fallaci e alla fine lo bollò come un falso di pessima fattura. “Se avessi avuto a disposizioni 13 prigionieri per i negoziati” commentò quando giungemmo alla fatidica riga «avrei potuto tirare fuori Moro!». Parve inoltre particolarmente risentito all’idea che gli avessero attribuito la paternità della campagna di discredito presso gli amici di Moro. «Io ho salvato 500 ostaggi dalle mani dei terroristi» protestò «e non ho mai fatto nulla del genere». Inoltre, continuò, come strategia era fallimentare. Se da un lato è sempre utile ridimensionare l’importanza politica dell’ostaggio, infatti, dall’altro «cerco anche di aumentarne il valore sul piano umano».

Ma cos’era accaduto realmente all’epoca del viaggio di Pieczenik a Roma? Oggi quest’uomo robusto e di mezza età è infine libero di raccontare la sua missione in Italia. «Qualche giorno dopo il rapimento» iniziò «il sottosegretario di stato Ben Reid mi chiese se ero disposto a recarmi in Italia, su invito di Cossiga, per mettere a punto tattiche e strategie di gestione della crisi. Il mio compito era andare in Europa, fornire a Cossiga il massimo aiuto possibile e tornare a casa. Pensi che non ricevetti nemmeno istruzioni specifiche dall’Ufficio affari italiani del Dipartimento di stato. Fu un particolare significativo, perché l’importanza attribuita a un certo paese è deducibile anche dalla quantità di informazioni che su di esso vengono fornite: i dati che mi misero in mano erano scarsissimi, niente più che ritagli di Time e Newsweek, una cosa patetica, e anche il briefing con la nostra ambasciata a Roma fu alquanto lacunoso».

Durante il primo incontro, Cossiga si mostrò di poche parole. Come riferito da Pieczenik, il ministro disse che c’erano in gioco le sorti della De: a seconda dell’esilo della crisi, il partito rischiava di crollare, e in quel caso i comunisti avrebbero preso il potere. Pieczenik rimandò ogni giudizio al giorno in cui avesse avuto a disposizione maggiori elementi. Le riunioni avvenivano quotidianamente in una sala accanto all’ufficio di Cossiga, e i due uomini si parlavano in un misto di francese, spagnolo e di quel poco di italiano che l’americano era in grado di comprendere. Spesso, erano presenti altri mèmbri del gruppo di esperti di gestione delle crisi, e uno di essi, lo psichiatra e criminologo Franco Ferracuti, faceva da interprete.

Nel corso di ulteriori riunioni con i vertici dei servizi segreti e delle unità di crisi, Pieczenik conobbe un gran numero di persone di cui gli è oggi impossibile ricordarsi. «La cosa che più mi metteva a disagio» mi raccontò «erano tutte quelle persone che continuavano a entrare e a uscire. Cossiga mi diceva: questo è un membro del Sismi o del Sisde, questo è il generale Tale, era un viavai incessante. Mi facevano domande sull’hardware, che genere di anni avremmo dovuto impiegare, se era il caso di ricorrere ai gas lacrimogeni… tutte questioni di ordine militare e paramilitare di cui io non mi occupavo affatto.

«Ciò che invece constatai, e su quel punto Cossiga si disse d’accordo con me, era l’assoluta incapacità di affrontare la vicenda terroristica sia sul piano delle attrezzature, sia su quello del software, dove per software intendo i negoziati, cioè le strategie e le tattiche, la chiave per interpretare e rispondere ai comunicati, per individuare le scollature fra contenuto manifesto e ciò che vi si celava dietro». «Il mio obiettivo principale è sempre stalo salvare gli ostaggi facendo pagare allo stato, o all’istituzione colpita, il prezzo minimo indispensabile. Anche a Roma, dunque, ritenni fondamentale conservare un atteggiamento strategico contro le concessioni, creando al contempo le premesse per ciò che chiamiamo flessibilità tattica. In altre parole, si tratta di tirare fuori l’ostaggio facendo leva sull’aspetto umanitario della questione, e in cambio di ciò si prendono in esame argomenti di natura diversa. È un modo per salvare la faccia a tutti. Il governo avrebbe sempre potuto dire: “Noi non abbiamo fatto alcuna concessione, abbiamo solo agito in base a considerazioni di ordine tattico”, e dal canto loro le Br potevano affermare. “Lo abbiamo rilasciato per motivi umanitari”. Si tratta di cercare una soluzione che soddisfi ambo le parti.

«Per quanto riguarda il caso Moro, suggerii di trovare l’intermediario adeguato. Ciò che dissi a Cossiga e agli altri fu:. “Raccogliete le informazioni necessarie a individuare l’intermediario più appropriato – come per esempio il Vaticano, o la Croce rossa internazionale – che possa a pieno titolo essere legittimato da entrambe le parti”. Solo così si ottiene vero potere contrattuale, perché ci si mette in posizione di controllo. Allora si possono anche fare le concessioni necessario a tirare fuori Moro senza perdere la faccia». Più vicina, dunque, alle proposte dello stesso Moro che non alla linea della fermezza, la strategia avanzata dal consulente americano trovò ad accoglierla reazioni ambigue. «Mentre offrivo loro i primi consigli e mi guardavo intomo in cerca di un intermediario, cominciai a rendermi conto che fra quanto io dicevo e quanto veniva realizzato c’era discontinuità, esisteva una discrepanza. Loro rispondevano: “Sì, sì certo, lo faremo”, ma poi non succedeva niente».

Rammentai a Pieczenik che nella lettera del 29 marzo indirizzala a Cossiga, lo stesso Moro aveva auspicato l’intervento del Vaticano, e in seguito i suoi famigliari avevano esercitato pressioni affinchè Andreotti chiamasse in causa la Croce rossa. Sebbene il Vaticano avesse dichiarato la propria disponibilità, entrambe le strade erano però slate bloccale: la prima per opera dei democristiani, la seconda proprio per mano di Giulio Andreotti. A questo proposito, il mio interlocutore si limitò a stringersi nelle spalle e a riportarmi un incidente occorso al Viminale che l’aveva lasciato letteralmente disorientato.

«Ci fu una cosa che emerse in maniera chiarissima, e che mi sbalordì. Io non conoscevo l’uomo Aldo Moro, dunque desideravo farmi un’idea di che persona fosse e di quanta resistenza avesse. Ci ritrovammo in questa sala piena di generali e di uomini politici, tutta gente che lo conosceva bene, e… ecco, alla fine ebbi la netta sensazione che a nessuno di loro Moro stesse simpatico o andasse a genio come persona, Cossiga compreso. Era lampante che non stavo parlando con i suoi alleali».

«C era molta ambivalenza, era un gioco che andava ben al di là del salvataggio di Moro. E comunque non ebbi mai l’impressione che lo drogassero o che gli stesse dando di volta il cervello». Riferimento all’idea abbastanza generalizzata che Moro scrivesse sotto l’effetto di droghe o fosse spiritualmente e moralmente distrutto. Quando ricevettero la sua prima lettera, Cossiga e Andreotti avevano già deciso che quella e tutte le successive sarebbero state considerate come altrettanti prodotti di un’estorsione, e dunque «moralmente non imputabili» al loro autore. Promotore della teoria di un Moro drogato e vittima di un lavaggio del cervello fu, come dimostrato dalle sue stesse, incontestate relazioni, il dottor Ferracuti, oggi defunto: in veste di esperto governativo, gli erano bastate le prime cinque lettere per diagnosticare l’avvenuto brainwashing tramite «tecniche analoghe a quelle utilizzate dai cinesi e dai nordcoreani». Ma Pieczenik giunse a conclusioni ben diverse. «Per me era chiarissimo» disse parlando dell’analisi compiuta sugli scritti di Moro«che si trattava di un uomo estremamente lucido e attento. Lo si capiva da riferimenti molto prevedibili e precisi contenuti nelle sue lettere, da piccoli dettagli, dai classici segnali preziosi. La mia unica ansia era che non subentrasse una forma di compromissione a livello fisico. Ma i servizi segreti mi assicurarono che aveva a disposizione un medico».

Il che, come scoprì in seguito, non era vero, ma ormai Pieczenik aveva imparato a diffidare di Ferracuti, e ben presto si ritrovò a diffidare di tutti coloro che lo circondavano. «Dopo un po’ mi resi conto che quanto avveniva nella sala riunioni filtrava all’estemo. Lo sapevo perché ci fu chi – persino le Br – rilasciava dichiarazioni che potevano avere origine soltanto dall’interno del nostro gruppo. C’era una falla, e di entità gravissima. Un giorno lo dissi a Cossiga, senza mezzi termini. “C’è un’infiltrazione dall’alto, da molto in alto”. “Sì” rispose lui “lo so. Da molto in alto”. Ma da quanto in alto non lo sapeva, o forse non lo voleva dire. Così decisi di restringere il numero dei partecipanti alle riunioni, ma la falla continuava ad allargarsi, tanto che alla fine ci ritrovammo solo in due. Cossiga e io, ma la falla non accennò a richiudersi».

«È palese che esisteva una molteplicità di intenzioni e di interessi, e a un certo punto mi vidi costretto a fare a Cossiga un discorso molto franco. “Ho la sensazione che a Moro sia stata tesa una trappola”. “Cosa intende?” chiese lui, e io gli risposi: “Bisogna ripartire da zero e stabilire chi avrebbe tratto vantaggio dal suo sequestro”. Così riconsiderammo tutti gli elementi a nostra disposizione, e a un certo punto gli dissi: “Sarò poco diplomatico ma molto obiettivo: lei come si giudica, Cossiga? Per quali motivi dovremmo escluderla dalla rosa dei candidati?”. Allora lui si mise a ridere e rispose: “No, no. Lui è stato il mio mentore, gli ero troppo vicino”. “D’accordo” feci io “anche se non è detto che la compri così come lei me la vende”. Quindi procedemmo nell’analisi, ma senza approdare a nulla».

Intanto, la situazione si deteriorava. «Ricordo che mi arrivavano informazioni contrastanti. Si diceva che Moro fosse a Roma, poi che era in altre zone dell’Italia. Considerato il dispiego di forze paramilitari, mi riusciva sempre più difficile credere che non potessero trovarlo, che non avessero indizi da seguire, e sommando questi dati alla fuga di notizie, capii che l’interà situazione era compromessa. Ciò che sospettavo, e fu il motivo per cui ripartii anzitempo, era che in realtà non gli interessava affatto tirare fuori Moro vivo. A quel punto seppi che la mia presenza a Roma aveva 1 unico scopo di legittimare ciò che stavano facendo, che io ero funzionale ai loro obiettivi. Mi resi conto che quanto stava accadendo riguardava una sfera di cui ufficialmente non avrei dovuto sapere nulla, che esulava dalla mia portata. Così dissi “Signori, vi ringrazio”. E me ne andai».

Ma la storia di Pieczenik non finisce qui. Ad attenderlo a Washington c’era un colpo di scena. «A ventiquattr’ore dal mio rientro, mi piombò in ufficio un consigliere politico dell’ambasciata argentina. Si mise a parlare della necessità di aiutare Buenos Aires ad affrontare i loro problemi terroristici. Era il periodo della giunta militare, un’epoca in cui 6 mila persone si trovavano rinchiuse in stato di carcerazione preventiva all’interno di uno stadio, così gli dissi che per nessuna ragione al mondo li avrei aiutati». Il «consigliere» (Pieczenik è convinto si trattasse di un agente segreto dell’antiterrorismo) non sembrava disposto ad accettare rifiuti. «Mi minacciò. Disse che si sarebbe rivolto al Segretario di stato», il quale gli avrebbe sicuramente imposto di obbedire. Ma Pieczenik fu inamovibile, e l’argentino uscì rabbiosamente dal suo ufficio per non farvi mai più ritorno. «La cosa incredibile fu scoprire che quell’uomo era al corrente di ciò che era accaduto nelle stanze romane di Cossiga. Sapeva esattamente cosa vi avevo fatto nelle ultime tre settimane, anche se avrebbe dovuto trattarsi di segreti. Non mi spiegò in che modo fosse venuto a conoscenza di tutto ciò, e l’unica cosa che potei fare fu dedurne che la fuga di notizie faceva rotta diretta verso l’Argentina». Ciò che lo infastidì in maniera particolare furono i modi del sedicente consigliere, come se la collaborazione del governo americano fosse scontata, un obbligo. «Parlava in tono arrogante e pieno di sottintesi, come se a unirci fosse stata l’affiliazione a qualche misteriosa confraternità». I conti gli sarebbero tornati solo tré anni più tardi, quando apprese dell’infiltrazione capillare da parte della P2 nei comitati di crisi del Viminale e del legame che univa Licio Gelli all’Argentina. «Ecco qual era l’anello mancante».

Chi fu l’autore del falso rapporto Pieczenik? E a che pro tenerlo segreto fino al 1992? Per lo stesso Pieczenik, molte delle raccomandazioni in esso contenute sarebbero di sapore piduista-ferracutiano. In una, per esempio, veniva consigliato al governo di diffondere nelle carceri torinesi che ospitavano il leader Renato Curcio e altri capi storici delle Br la voce di possibili attentati da parte delle autorità (sorte in cui allora si credeva fossero incorsi alcuni mèmbri della banda Baader-Meinhof reclusi a Stoccarda nella prigione di Stammheim). Una tattica che, come specificava il rapporto, sarebbe servita a tendere una trappola ai brigatisti in libertà, inducendoli a «sferrare un attacco contro la prigione per liberare i detenuti». «Sì, è proprio nello stile di Ferracuti, il criminologo» commentò Pieczenik. «Tirava sempre fuori idee del genere, una più bizzarra dell’altra».

D’altra parte, Pieczenik riconosce anche che alcuni brani del rapporto non sarebbero in contrasto con altrettante affermazioni da lui fatte all’epoca, e a questo proposito gli torna in mente che Ferracuti era stato prontamente bandito dagli incontri a tré con Cossiga che divennero così incontri a due. Nella sua deposizione di fronte alla commissione Stragi, il dicembre scorso, Cossiga si è reso garante del rapporto, arrivando persino a identificare i protagonisti anonimi del botta-e-risposta delle ultime cinque pagine: a chiedere era lui, Cossiga: a rispondere, Pieczenik. Per quanto mi riguarda, a Roma ho cercato più volte di intervistare Cossiga, informandolo del fatto che avevo già parlato di tutte queste cose con Pieczenik. Ogni tentativo è stato inutile.2

Con l’inaugurazione di un nuovo corso di indagini sull’autore fantasma del rapporto, oggi Pieczenik esce di scena, e prospettive inedite tornano ad aprirsi sull’affare Moro.


1 Il commento e il mio articolo— “The Education of an Assassin” — si trovano sul New York Times del 23 aprile 1994, pag. 25. Ora fa parte della Time Capsule “The Man Who Killed Aldo Moro”.
2 Una sua risposta ci fu, però. Appena uscito l’articolo, arriva una lettera al direttore del settimanale (“Cossiga su Katz”, Panorama, 20 agosto 1994, pag. 155), Cossiga cerca di sdrammatizzare l’importanza delle testimonianza fornita da Pieczenik – ma non smentisce i fatti specifici. Neppure la sua accusa più grave, quella di un contraffatto rapporto attribuitogli, da fastidio. Basta una revisione semantica. Si accena all’esistenza di una “relazione finale”. Tuttavia, non trova niente di bello. L’ex capo dello stato, dice di “essere meravigliato, fino a esserne scandalizzato, che una persona che ritenevo seria come il professor Pieczenik si sia lasciato andare a rivelazioni di così cattivo gusto … a meno che Katz non abbia inventato tutto o distorto le sue dichiarazioni”. Dall’altra parte, aggiunge, “debbo riconoscere che Steve Pieczenik, uomo di grande talento ha un po’ giocato a rimpiattino con Katz, tacendogli le cose serie”. Se dopo tutte queste “spiegazioni” ci fosse qualcuno ancora perplesso, Cossiga offriva “un’ultima analisi”: che Pieczenik si sente traditi dal governo italiano, non quello del tempo del sequestro Moro, ma le autorità odierna che ha lasciato uscire il Rapporto Pieczenik. Quindi, forse il brutto e il cattivo non siano quelli già menzionati. La colpa, in quel caso, va data a un governo “contravennendo a un preciso impegno preso con l’amministrazione americana”, ha reso pubblica la relazione di cui, conclude Cossiga, “Pieczenik fa bene a negare l”esistenza…”.

 

Caso Aldo Moro: l’intervista di Robert Katz a Steve Pieczenik was last modified: dicembre 10th, 2014 by glianni70.it

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