BEAT ITALIANO tra musica e società

Il “Beat” Italiano nasce due volte: prima come movimento musicale a partire circa dal 1964 e in seguito come movimento sociale nel 1966, quando ha inizio l’insediamento dei primi Beatniks nelle grandi metropoli in fase di mutamento produttivo.

Come sanno in molti, quella musicale fu sostanzialmente un’operazione di assimilazione e introiettamento della nuova onda generata dai Beatles: un ricalco di stilemi musicali ed estetici della “Swinging London” mutuati da una certa forma di ribellismo nostrano il quale, pur nel suo provincialismo, faceva la sua parte.
E se al di là della novità storica il 90% dei gruppi Beat Italiani non furono che semplici fotocopie dei più blasonati colleghi d’oltremanica, questa innovazione fu tuttavia sufficientemente trasgressiva per dare una forte scossa ad una società paternalista, democristiana e totalmente sorda alle nuove spinte moderniste.

Molto cambiò invece a partire dalla seconda metà degli anni ’60 quando i primi rivoluzionari Beat, Onda verde e Provo, tra cui il leggendario Vittorio di Russo, cominciarono ad installarsi nelle grandi città Italiane (Milano, Roma e, caso a parte, Verona) dando vita ad un vero e proprio movimento sociale, capace con la sua forza libertaria di sovvertire mode, pensieri, regole e costumi.

Da quel momento in poi, anche la musica Italiana si modificò bruscamente, non potendo ignorare le richieste di una generazione in cambiamento e sempre più conflittuale ed intransigente contro le limitazioni dei propri diritti.

In sintesi, si potrebbe dire che la musica “Beat Italiana” si divise in due tronconi di cui uno, il più visibile, era quello rassicurante e socialdemocratico di coloro che tentavano di ammorbidirne l’impatto rivoluzionario, l’altro invece, era rappresentato da centinaia di veri e propri portabandiera giovanili che non si facevano scrupolo nel rischiare la propria immagine per sostenere e portare avanti vere e proprie rivendicazioni.

Nella realtà, esisteva anche un terzo filone, generato dal contraddittorio rapporto che il Beat aveva con la classe borghese: una parte di quest’ultima infatti, pur rifiutando gli aspetti più radicali del movimento, ne era fortemente attratta al punto di arrivare ad appoggiarlo in alcuni suoi ambiti (es: la scrittrice Fernanda Pivano o l’editore Feltrinelli).
D’altro canto, non era nemmeno un caso che la borghesia organizzasse delle “feste in stile Beat” o che gli stessi leader della contestazione frequentassero i “salotti bene” delle maggiori città.

Normalmente poi, i ragazzi/e che scappavano di casa per aggregarsi al movimento (fenomeno molto diffuso nella seconda metà degli anni ’60) erano proprio di estrazione borghese, così come lo erano molti musicisti che nella pratica, cantavano invece canzoni a forte ispirazione sociale (una per tutti: Patti Pravo).

Al di la delle contraddizioni comunque, è certo che questa liaison dangereuse tra i due diversi ambiti sociali produsse una sorta di “coscienza ibrida” e avulsa alle rispettive idee di base, che non si faceva scrupolo ad “utilizzare” l’una o l’altra convinzione per realizzare i propri progetti.

Un esempio classico fu quello delle “Messe Beat” che, su esortazione del Papa e del Concilio Vaticano II, vide sorgere decine di gruppi musicali di chiara matrice cattolica, ma dall’estetica chiaramente Beat (Bumpers, Angels and the Brains, Gli Amici ecc). Una contraddizione stridente, vista la nota avversione dei capelloni per la Chiesa e le sue istituzioni.
Il fenomeno delle Messe Beat fu certamente marginale rispetto alla totalità della contestazione giovanile, ma fu comunque rilevante perché certificò la possibilità di “aggregazioni separate“: le stesse che con ben altre modalità ebbero modo di riemergere negli anni più difficili della Repubblica.

In seguito, col il passare del tempo e specialmente grazie all’alleanza tutta Italiana consolidatasi nel 1968-69 tra studenti, frange creative ed il movimento operaio, le primigenie lotte dei Beat si estesero a macchia d’olio sino ad invadere l’intera società e mettendone seriamente in crisi la sua struttura. Nell’ambito culturale, sempre grazie al connubio tra classe studentesca e lavoratrice, qualsiasi prodotto artistico avrebbe da allora interagito e potenzialmente modificato non solo il sistema socio-culturale, ma anche quello politico.
Mai come nei primi anni ’70 la celebre frase “Il personale è politico” assunse un peso maggiore.

Se tutti sappiamo che da un lato la reazione delle istituzioni a questo statu quo fu durissima (a partire dalla prima “Strage di Stato” di Piazza Fontana a Milano nel 1969), dall’altro è anche noto che il movimento si adeguò rapidamente al cambiamento, superando l’ormai desueta filosofia Beat per arrivare a forme di visibilità più strutturate, complesse e concrete.
Nacque così nel 1970 grazie alle analisi del futuro leader di Re Nudo Andrea Valcarenghi, il movimento “Underground” che, pur non dimenticando il Beat, ne ammodernò i valori al punto di solidificarne coscientemente numerosi punti. Tra questi: il raggiungimento di una “coscienza sociale”, la sua traduzione in momenti di “meditazione e di festa” e soprattutto la creazione di un vasta rete controinformativa, concretata da centinaia di pubblicazioni indipendenti.

Dopo tre anni di “Undeground“, i tempi divennero maturi per il definitivo balzo nella militanza socio-politica: nacque la “Controcultura” e a quel punto, degli ideali del Beat non rimase che un tenero e lontano ricordo.

BEAT ITALIANO tra musica e società was last modified: novembre 8th, 2014 by Radio Rock Revolution

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