Annamaria Mantini

Annamaria MantiniAnnamaria Mantini

-Nacque a Fiesole, l’11 aprile 1953
-Frequenta le scuole a Firenze e nel 1973 si iscrive a Lettere e Filosofia
– Nel 1975 si trasferisce a Roma
– Milita nei Nuclei Armati Proletari
– Viene uccisa dai carabinieri a Roma l’8 luglio 1975

Documenti prodotti da organizzazioni armate per la per persona o per l’evento in cui ha incontrato la morte:
Nuclei Armati Proletari, Comunicato 9-7-75 in: Soccorso Rosso napoletano (a cura di), I nap, Milano 1976, Collettivo Editoriale Libri Rossi.
“9 luglio 1975: Ieri in un agguato teso dalla polizia, è stata uccisa a freddo la compagna Annamaria. La volontà del potere di chiudere la partita con i compagni che si organizzano clandestinamente, ha armato la mano del killer di turno, che con la precisa coscienza di uccidere, ci ha privato di una compagna eccezionale.

Il volto di Annamaria

Annamaria era uno dei compagni che hanno dato vita al nucleo “29 ottobre”. Ha fatto parte del gruppo che ha sequestrato sotto casa il magistrato Di Gennaro, e il contributo che ha dato alla costruzione ed esecuzione di questa azione, dimostrando il livello politico militare che aveva raggiunto. E’ enorme l’abisso che separa una compagna rivoluzionaria da uno sbirro. Non basterebbero la vita di cento Tuzzolino per pagare la vita di Annamaria.
Questo non significa che dimenticheremo i Tuzzolino, i Barberis, così come non abbiamo dimenticato i Conti e i Romaniello.
La mano che uccide un proletario ci è nemica come i porci che la armano. Ma lo ripetiamo, non è uccidendo uno o più sbirri che i proletari si possono ripagare del prezzo che stanno pagando per liberarsi. E per questo prezzo altissimo, in noi come in tutti i rivoluzionari, non c’è solo la rabbia ma anche la coscienza che il movimento si sta arricchendo in maniera definitiva del patrimonio di importantissime esperienze che questi compagni ci lasciano.
Le giornate di aprile, le innumerevoli azioni armate, gli espropri per autofinanziamento, le azioni nelle carceri, dimostrano la crescita di una nuova generazione di combattenti, e non bastano gli omicidi e gli arresti per distruggerla.
La nostra esigenza di comunismo è indistruttibile.
Luca Mantini, Sergio Romeo, Bruno Valli, Vito Principe, Gianpiero Taras, Margherita Cagol, Annamaria Mantini.
Non siete i soli e non sarete gli ultimi, ma rappresentate per tutti i rivoluzionari una scelta irrinunciabile.
Lotta armata per il comunismo
Nucleo Armato 29 ottobre.

 

Documenti prodotti da gruppi sociali
Anna Maria Mantini, in: Nuclei Armati Proletari, Quaderno n.1 di Controinformazione, Milano 1976
“Comunista da sempre, ma solo a 17 anni inizia ad interessarsi attivamente di politica sull’onda della contestazione studentesca del ’68. Quando il fratello viene arrestato (’72) entra a far parte dell’allora Soccorso Rosso fiorentino. L’esperienza diretta, la grande sensibilità nei confronti delle esigenze del proletariato detenuto la portano alla spontanea scelta verso questo settore di intervento.
Vive dall’interno le contraddizioni dei “nuclei carceri” di Lotta Continua.
mostra milanoDi sua iniziativa prende contatti con altri detenuti ed ex-detenuti, con i quali mantiene rapporti sempre più intensi: sono loro lo stimolo principale alla sua maturazione politica, il suo punto di riferimento ed è con loro che critica le posizioni attendeste di LC.
Dopo una breve militanza in Potere Operaio ne esce per dar vita insieme ad altri compagni al Collettivo G. Jackson.
Il radicalizzarsi delle posizioni all’interno e all’esterno del carcere la rendono cosciente della necessità di operare sui livelli più avanzati dello scontro, ciò la spinge ad approfondire i rapporti con i compagni dei NAP.
Con l’assassinio di due di loro durante un’azione di autofinanziamento viene a rompersi un legame politico e umano fortissimo. “E’ inutile che io nasconda dietro la mia fede politica la mutilazione grossissima che ho avuto” scrive ad un mese dalla morte del fratello.
Ma non per questo affretta o decelera una scelta che già da tempo aveva fatto. La maturità politica, la carica umana, l’odio profondo per l’istituzione carceraria la vedono fondatrice del nucleo 29 Ottobre. Verrà assassinata a 22 anni, ma come spesso ripeteva lei stessa: “E se la morte ci sorprende all’improvviso, che sia la benvenuta, purchè il nostro grido di guerra giunga ad un orecchio che lo raccolga, un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino ad intonare canti funebri con il crepito delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria.”

fonte http://baruda.net/2009/07/08/ad-annamaria-mantini/

 

  Luca Mantini  fratello di Anna Maria

Sulla morte di Anna Maria Mantini si possono scrivere tante cose. Si può ricordare la condizione operaia e di povertà della sua famiglia, provare a immaginare l’itinerario culturale suo e del fratello ucciso, vedere questa morte violenta come una tragedia personale in più, in un mondo arido e ostile.

Si possono ripetere considerazioni di maniera su questi nuclei sparsi di rivolta, sul miscuglio di disperazione, ingenuità e anche crudeltà che vi fa da sfondo, sull’uso politico torbido che ne fa il potere.

Si può smontare pezzo per pezzo la misera versione di polizia, l’immagine di questa ragazza che ha insieme la forza e il tempo di bloccare una porta e di afferrare un’arma, contro una folla di agenti che da lunghe ore la tengono in pugno, e uno di loro che non sa maneggiare una pistola senza sparare.

Si può facilmente inquadrare questo assassinio a freddo nella legislazione freschissima che questi metodi autorizza e favorisce, nella filosofia dell’ordine e dello stato imbecille – neppure forte – che continua a fiorire negli stati maggiori dei partiti al potere, nei ministeri, nelle aule giudiziarie o nelle caserme. Ma a tutto questo siamo abituati, alimenta la nostra polemica quotidiana contro un ordine di cose insopportabile, condannato solo venti giorni fa da una grande maggioranza del paese.

Nell’assassinio di Anna Maria Mantini ci colpiscono però altre due cose in certo modo nuove, che intrecciate insieme fanno rabbrividire, come indice di una bestialità pura e gratuita. Non c’era un conflitto a fuoco, non c’era il clima di uno scontro di strada, c’era una ragazza con un armamentario da piccola cronaca, c’era una operazione di polizia che poteva semmai giovare a indagini meno superficiali di quelle che conosciamo.

Quale valutazione della vita altrui, e anche della propria, spinge un uomo, non dico un uomo di legge, a sbrigarsela con una revolverata in faccia?

Chi ha deciso di muoversi in un simile modo, come in un film da quattro soldi? Quale concezione della violenza aleggia nell’aria, là dove si esercita il potere, se arriva a tradursi in queste forme sbrigative da bassifondi? Come è possibile una mentalità “pubblica”, statale, che condanna un sergente che non vuole essere fotografato, che destituisce un commissario che scrive una lettera, e poi corrompe gli individui e i corpi di cui si serve assimilandoli, nell’istinto e nel comportamento, agli abitudinari di mattatoi e cimiteri?

“Una nappista armata si ribella all’arresto. L’agente spara. Uccisa” Questo è il titolo squillante di un giornale di stato, naturalmente con la fotografia della “vittima”, che vittima tuttavia non è, ma criminale giustiziata, e la fotografia “americana” del pavimento maiolicato e insanguinato.

Questo è lo stile, per così dire culturalmente neutro com’è quello delle questure, più o meno di tutta la nostra stampa. E questa è la seconda “novità” che fa rabbrividire. Perché in questo caso non è neppure la cupidigia antiestremista, ormai elettoralmente inutile, a ispirare questi operatori culturali. E’ una volgarità e una insensibilità automatica, l’adesione alla “legalità” del fatto di sangue se promana dal potere costituito, l’indifferenza per la vita di chiunque se fa ostacolo agli automatismi della repressione, neppure condivisi ma “respirati” come valore superiore. Con una eccezione peggiore della regola, questa volta, quella di un giornale che dietro questa vicenda così odiosamente limpida sospetta con scrupolo una “mezza verità”, e ne fa con raffinatezza questione di “stile di comando”.

E’ vero, bravi, non è questione di rivoluzione culturale nella nostra società e nel nostro stato. Neppure di mutamento politico. Al massimo è questione di buon governo, di buon comando. Anche per uccidere ci vuole, ecco, un altro stile.

(10 luglio 1975)

fonte http://fondazionepintor.net/corsivi/annamaria6/

Annamaria Mantini was last modified: dicembre 16th, 2014 by glianni70.it

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