Angeli di desolazione (1962) Jack Kerouac [Pdf Epub Azw3 – Ita]

Angeli di desolazione (1962) Jack Kerouac

Angeli di desolazione (1962) Jack Kerouac [Pdf Epub Azw3 – Ita]

Autore: Jack Kerouac 
Titolo: Angeli di desolazione
Prefazione di Fernanda Pivano
Introduzione di Seymour Krim 
Lingua: italiano
Titolo originale: Desolation Angels
Traduzione di Magda Maldini de Cristofaro 
Genere: Diari 
Prima Edizione: Mondadori 1983 
Nella release: Mondadori 2016
Dimensione del file: 3,35 MB 
Formato del file: Pdf Epub Azw3 

Ma il Vuoto sarò io, muovendomi senza essermi mosso. 

Nell’estate del 1956 Jack Kerouac passò nove settimane come avvistatore di incendi sulla cima della Desolation Peak nella Catena delle Cascate a nord-ovest di Washington: dormiva in un sacco a pelo e scriveva a un tavolo di fronte al Monte Hozomeen, che per lui simboleggiava “il Vuoto” buddhista. A quel tavolo scrisse gli haiku che poi inserirà in Angeli di desolazione e il diario che sarebbe diventato la prima parte del libro. Si tratta forse del testo in cui Kerouac delinea con maggior chiarezza i ritratti dei protagonisti della Beat Generation, anticipando i temi del suo romanzo più celebre, Sulla strada. Tuttavia Angeli di desolazione non è soltanto il documentario di un’epoca fatta di estasi e di inquietudini: è anche una meditazione sull’altalena che tiene in bilico lo scrittore tra il “Nulla” della dottrina buddhista e l’incalzare della vita quotidiana basata sull’avventura.

Dalla Presentazione di Fernanda Pivano

La desolazione lo accompagna sempre, in questo libro (che in origine era intitolato Gli Angeli nel Mondo, da un saggio di William Carlos Williams), con la tristezza: l’aggettivo «triste» è un leit-motiv che ricorre quasi in ogni pagina del libro. La visione neoromantica, disperata del mondo lo fa due volte ritornare a Hemingway: «E allora che cosa facciamo in questa vita… noi che moriremo nel dolore, nella decadenza, nella vecchiaia, nell’orrore? Hemingway lo chiamava uno sporco trucco»; e altrove: «Con tutto il cosiddetto splendore (o Hemingway) che gli va insieme vengono la malattia, la decadenza, il dolore, il lamento, la vecchiaia, la morte, la decomposizione». Fu la desolazione, che ricorre come un tema di accompagnamento all’aggettivo «triste», a portarlo dalla vita sfrenata condotta con gli amici alla contemplazione nel senso Tao: John Tytell ha detto che «Questo passaggio dal bisogno di esprimersi attraverso l’avventura all’adorazione contemplativa della natura fa parte del movimento generale da Beat a Beatitude»; e l’accettazione dell’atteggiamento Tao si afferma verso la fine del libro attraverso la sovraddose di oppio somministrata a Kerouac da Burroughs a Tangeri.

Contemplazione senza azione, realtà come vuoto e vuoto come non realtà, il Budda sovrastante l’universo, sono tutte immagini che i lettori di Kerouac conoscono per averle trovate negli altri suoi romanzi e che qui si precisano nella prima parte del libro che descrive la vera e propria meditazione dello scrittore sulla cima del monte con continui riferimenti al Budda che ci chiede di essere «Grandi Conoscitori Senza Conoscenza, Grandi Amatori Aldilà dell’Amore». La stessa altalena che torturò Kerouac tra la vita casalinga con la madre e la vita «sbandata» con gli amici si ritrova nel suo oscillare tra il Nulla della dottrina buddista e l’incalzare della vita quotidiana basata sull’avventura.

Tutto questo è espresso molto chiaramente nel libro, uno dei più chiari (narrativo senza simbolismi, descrittivo senza polemiche) tra quanti lo scrittore ci ha lasciato. L’aspetto documentaristico e diaristico questa volta coinvolge la storia letteraria d’America mostrandoci il nascere dei libri più importanti del ventennio del dopoguerra e mostrandoci come vivevano i loro autori: gli angeli di desolazione discutono fra loro anche della loro situazione ed è interessante leggere le varie definizioni di prima mano delle espressioni Beat e Beat Generation che già infuriavano quando questo romanzo uscì.

Fa parte della tematica Beat quello che Kerouac definisce all’inizio del libro lo scopo della vita: «Perché dovremmo vivere se non per discutere l’orrore e il terrore di tutta questa vita?»; ma è una vita che poi non sembra né orribile né terribile al momento di affrontarla, quando il periodo di meditazione in montagna è finito, con l’esclamazione: «Ma che gioia, il mondo! Vado!», anche questo in piena tematica Beat, con l’interpretazione di felicità per la scoperta del mondo. Realizzando come sempre il suo leggendario flusso di energia vitale Kerouac esclama: «Tienti saldo, amico, riprendi amore alla vita e scendi giù da questa montagna e sii semplicemente, sii, sii le infinite fertilità dell’unica mente dell’infinito, non far commenti, lagnanze, critiche, lodi, ammissioni, parlari, fulminanti stelle di pensiero, ma solo scorri, scorri, sii tutto te stesso, sii ciò che è, e soltanto ciò che sempre è».

Questa frase, che viene scelta di solito per dimostrare la mancanza di impegno sociale di Kerouac e relegarlo nel limbo dell’individualismo, in realtà sembra piuttosto la sua ripetuta affermazione di ricerca di una spontaneità tale da realizzarsi anche nel suo credo letterario. Il lettore ricorderà che su incitamento di Ginsberg e di Burroughs Kerouac scrisse due decaloghi per la composizione di una prosa spontanea; e per lui la spontaneità della prosa andava confermata dalla spontaneità nella vita.

Ma la spontaneità, per lui, deve tener conto dell’«orrore senza fine» denunciato nel capitolo 32. Unico scampo all’orrore è «l’eternità dorata», la Golden Eternity spesso invocata nel corso del libro fino a diventarne con la «tristezza» e la «desolazione» uno dei motivi conduttori. Dice Seymour Krim che la molla di questo volume è appunto quella dell’attesa di un’«eternità d’oro» sull’altro lato della mortalità, quella di una «pace dolorosa», quella di far attraversare «il vuoto» del mondo il più dolcemente possibile. Dice Krim: «Questa umiltà, questa tenerezza per una esistenza di sofferenza c’è sempre stata in Kerouac, anche se talvolta schermata a mo’ di difesa, ma quando il Kerouac della vita reale e l’eroe dei suoi libri viene travolto dall’esperienza oltre ogni limite di sopportazione, il prete represso e il “Budda” (come lo battezzò scherzosamente Allen Ginsberg) viene in superficie nelle sue antiche ossa. In tutto l’Angels… c’è il bisogno del ritiro e della contemplazione; e quando questo avviene, ecco la tragica nota della rassegnazione». Krim continua: «Se i critici dovessero dare un voto in Umanità, Kerouac prenderebbe dieci in ogni occasione; i suoi gridi di dolore e i suoi inni singhiozzanti nella notte umana non sono falsi, e per me almeno indiscutibili… il dolore di Kerouac diventa del suo lettore perché a paragone è emotivamente più intenso delle emozioni controllate e insincere che vi apportiamo noi».

È questa interpretazione, questa denuncia dell’esistenza come dramma e del mondo come vuoto, come samsara, come futile apparenza di ombre senza realtà, a portare il libro di molto al di là della semplice cronaca, del documentario quale è stato spesso frainteso.

Alla luce dell’eternità d’oro la consapevolezza buddista della mancanza di importanza delle cose mondane è continuamente messa a repentaglio dagli eccessi della vita beat di gruppo col suo alcool, la sua droga e la sua imprevedibilità. Ma in un libro del 1960, Scrittura dell’Eternità d’Oro (dove è chiaro che l’eternità d’oro significa il vuoto) Kerouac aveva detto nel capitolo 64 di aver avuto almeno un satori, un’illuminazione: un satori che gli ha confermato la posizione buddista secondo la quale la conoscenza consiste nel sapere che non c’è conoscenza, che solo il vuoto esiste in eterno e che la massima saggezza raggiungibile è il nulla. Così l’altalena psichica di Kerouac si imposta su un nuovo tema: da un lato il mondo è troppo incontrollabile per poter essere capito, dall’altro non c’è niente da capire.

È questa una ragione di più per affermare che il libro va di molto al di là della cronaca e del pettegolezzo; e va al di là anche della semplice trascrizione del diario, se si pensa agli innumerevoli flash-back che conducono il lettore all’infanzia di Kerouac a Lowell, ai tempi della guerra a Greenland, e così via. In realtà il libro è la storia di un uomo desolato come gli angeli del titolo: un uomo che ha rinunciato a tutto, compreso il buddismo. La sua preghiera finale è: «Non lo so, non me ne importa e non ha importanza»; dice Dennis McNally che «non c’era più bisogno di raccontare storie, non c’era più bisogno di nulla. Ma la vita restava, come diceva Kerouac, un doloroso mistero».

Un mistero al quale Kerouac propone una soluzione drammatica: «Ed io morirò, e voi morirete, e tutti moriremo, e persino le stelle si spegneranno una dopo l’altra con l’andar del tempo». Kerouac era anche questa esplosione di dolore, non era soltanto l’esplosione di tutte le gioie che si ritrova nei suoi libri. Ed è coerente: perché solo chi ama molto la vita nei suoi splendori può soffrire così disperatamente nell’accorgersi dei suoi orrori e nell’accorgersi di non poterla afferrare, dominare, possedere per sempre.

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