Allo Stato fischiano le orecchie?

Allo Stato fischiano le orecchie?Allo Stato fischiano le orecchie?

“Il governo si è stancato di inviare sempre qualcuno solo per farlo fischiare. Ha fatto bene stavolta a lasciare in piazza solo il Prefetto: io non avrei inviato nessuno neppure gli anni scorsi” (Ignazio La Russa, ministro della Difesa, 1 agosto 2010).

“Abbiamo bisogno di rituali ma questi non soddisfano più lo scopo per cui erano stati pensati.” (Flavio Delbono, sindaco di Bologna, 2 agosto 2009)

Uno strano rito

Ogni anno a Bologna va in scena uno strano rito: alla cerimonia di commemorazione per le vittime della strage del 1980, i rappresentanti dello Stato italiano – accusato di avere in qualche modo coperto i colpevoli, e di continuare a farlo – vengono fischiati da parte dei convenuti. Negli ultimi anni, si è tentato per quanto possibile di neutralizzare il rito, “scolorendo” i rappresentanti : un prefetto in luogo di un ministro, oppure un ministro di seconda fila nel 2008. All’epoca, qualcuno aveva sottolineato che non avrebbe avuto nemmeno senso fischiarlo, per via della sua scarsa rappresentatività; ma il presidente del Consiglio ha garantito per lui. Fischiatelo pure, sarà come se ci fossi. Coincidenza nel paradosso: il ministro in questione era l’unico membro del governo ad appartenere al partito che governava l’Italia negli anni di piombo. Questo, si suppone, avrà sollevato l’umore dei fischiatori, e riempito d’aria i loro polmoni.

Lo strano rito, persino quando assume i contorni del paradosso, ha in sé una certa logica. Certo, siamo sul piano dei simboli; ma non è il caso di ribadire quanto siano essenziali i simboli per l’animale politico che siamo. Era un simbolo anche la strage, un simbolo che doveva essere letto e interpretato e produrre degli effetti, un atto linguistico, all’interno di un discorso più lungo che ha insanguinato l’Italia durante la Guerra Fredda. Tuttavia, questo discorso rimane per noi ancora oscuro, come un antico papiro in una lingua sconosciuta, scritto da un autore misterioso e un po’ confuso. Eppure, ben presto alcuni filologi hanno iniziato a propugnare un’ipotesi su questo autore: era lo Stato a mettere le bombe. E se non le metteva con le sue mani – perché lo Stato non ha mani – usava quelle degli estremisti o dei criminali o dei mafiosi, poi copriva la verità in ogni modo. Così s’iniziò a parlare di Stragi di Stato. Si parlò di Strategia della Tensione. Ma fermi un attimo: se lo Stato non ha le mani, come fa ad avere una strategia? E avrà le orecchie, per sentire tutti i fischi?

I due corpi del funzionario

Qualche tempo fa si è scoperto che gli attentati postali all’antrace del Settembre 2001 negli Stati Uniti sono stati ideati ed eseguiti da un chimico che lavorava per il Governo, con il cruccio di allertare il sistema immunitario della nazione contro il rischio della stessa sostanza che lui diffondeva in dosi omeopatiche. Il fatto che uno scienziato governativo spedisca buste all’antrace basta a farne una Strage di Stato? Qualcuno sospetta che lo scienziato fosse al servizio di alcuni militari. Il fatto che dei militari spediscano buste all’antrace basta a farne una Strage di Stato? Ma supponiamo, solo per esperimento mentale, che l’ordine ai militari sia arrivato direttamente dal presidente George W. Bush: il fatto che il presidente degli Stati Uniti spedisca o faccia spedire buste all’antrace basta a farne una Strage di Stato?

Qui è necessario fare una distinzione tra le persone e gli uffici, tra i “due corpi del funzionario”: quando, nella nostra finzione, il Presidente ha mandato ai militari un sms (un po’ sgrammaticato) con scritto di mandare in giro dell’antrace, si trattava effettivamente del Presidente? E se avesse soltanto alzato un po’ il gomito, quella sera?

Il fatto è che il Presidente non può fare tutto ciò vuole. Non vuole dire che non lo possa fare effettivamente, ma che ciò facendolo cessa di essere Presidente. Se il Sovrano decide sullo Stato di Eccezione, non lo fa legalmente, lo fa “per il bene del popolo” e “in nome del popolo”, ma la sua legittimità risulta in qualche modo sospesa: il funzionario si prende interamente la responsabilità morale e legale delle decisioni estranee a quelle previste dall’esercizio delle sue funzioni e dei suoi poteri.

Nello spirito del dispositivo dell’abuso d’ufficio, un poliziotto non può torturare un sospetto criminale. Se ciò si verificasse, e ve ne fossero le prove, egli verrebbe sottoposto a una sanzione, e probabilmente sospeso dal suo ufficio. In questo senso, la sanzione ha lo scopo di trasferire la colpa interamente sull’individuo, chiarendo l’impossibilità ontologica che il crimine sia stato compiuto dall’ufficiale (ovvero autenticato dalla volontà popolare che fonda l’ordinamento giuridico). La conseguenza di questo meccanismo, che ha una secolare tradizione teologico-politica, è che lo Stato ha dei limiti legali che non possono essere formalmente valicati, se anche lo sono sostanzialmente. Quando ciò accade, non è lo Stato ad averlo fatto, non é il popolo ad esserne responsabile, ma un corpo estraneo che ha abusato del potere decisionale che gli é stato affidato, tradendo un mandato esplicito, e che deve essere per questo espulso. Se il Sovrano non è giusto, insegnava Giovanni di Salisbury, egli semplicemente non è un Sovrano ma un Tiranno. Ovvero qualcuno che indossa gli abiti del Sovrano, la sua corona ed il suo scettro. Un usurpatore. O un capo espiatorio?

Limiti dello Stato

Torniamo dunque alle nostre Stragi di Stato. Immaginiamo la scena del complotto: ancora una volta il Presidente, assieme con il capo dei Servizi Segreti, il Capo della Polizia, il segretario del Partito di maggioranza, un diplomatico straniero, l’amministratore delle Ferrovie dello Stato, Ugo Tognazzi ovviamente, eccetera, riuniti in un tempio massonico, mentre pianificano nei dettagli la strage di Bologna. Questa è una Strage di Stato? Si tratta piuttosto di una cospirazione tra uomini che ricoprono i più alti uffici dello Stato, che produce decisioni del tutto illegittime e illegali. Nessuna Strage di Stato. Ed è così che le istituzioni hanno sempre affrontato gli scandali: “deviazioni”, “mele marce”. Troppo facile? Eppure, il ragionamento è corretto, perché proprio come ogni ufficio è vincolato alla sua funzione, così lo Stato è vincolato alla legalità: non può fare stragi, al massimo operazioni di polizia o guerre. E queste hanno un’altra caratteristica, oltre che la legalità: la pubblicità. Lo Stato non ha un interno, perché ciò che non é pubblico non può essere detto statale, se non ricorrendo al dispositivo eccezionale del Segreto di Stato.

In questo senso, il concetto di “Strage di Stato” é internamente contraddittorio. Le Stragi di Stato sono formalmente impossibili. Lo Stato é per forza innocente, o per meglio dire é ontologicamente vincolato a non compiere certe azioni, che pure sono (o sembrano) necessarie alla sua sussistenza. I rappresentanti si trovano quindi nella necessità di agire al di fuori dalla legge per compiere, “per il bene del popolo”, o più esattamente per l’interesse di una parte della società, atti di cui nessun beneficiario intende prendersi la responsabilità. Questo doppio vincolo paradossale, trasformando il funzionario in un boia, permette di catalizzare ed evacuare la violenza prodotta dal sistema democratico, come “effetto collaterale” o scoria.

Per un’epistemologia del complotto

Rimangono però due nodi al pettine, che andrebbero approfonditi. Il primo sono i Servizi Segreti, poiché, pur essendo un organo dello Stato, aggirano entrambi vincoli della legalità (in una certa ambigua misura) e soprattutto della pubblicità. La domanda “Quis custodiet ipsos custodes?” è uno dei problemi metapolitici più consistenti delle democrazie contemporanee, che le continue riforme dei servizi d’informazione (la più recente nel 2007) tentano di risolvere. Come dichiarato dal verde Daniel Cohn-Bendit, democratico ortodosso, in un’intervista a Repubblica del 2006, non é impossible che “i servizi segreti (…) agiscano anche al di là dei compiti dati loro dai governi”. I Servizi Segreti non sono e non possono essere interamente sotto il controllo dell’esecutivo: in un certo senso, mettono in crisi il confine tra legale e illegale, legittimo e illegittimo, e dunque l’autenticità dei propri atti ufficiali. Mi sono sempre chiesto quale fosse lo statuto politico dei famigerati “memoranda segreti”, se (e in quale misura) possono essere considerati atti d’ufficio. Stupisce, peraltro la pochezza bibliografica sull’argomento, e anche i pochi che l’hanno affrontato (Ernst Kantorowicz ad esempio) non hanno detto molto.

Il secondo nodo riguarda la necessità di costruire un concetto di Stato sostanziale accanto allo Stato formale, kelseniano. Se la sussistenza del sistema (e di tutti i rapporti di potere vigenti) é interamente e regolarmente garantita dal “lavoro sporco”, ovvero illegale, a che serve il concetto giuspositivistico di Stato, che vincola lo Stato alla legalità? Accanto alla “impossibilità (formale) dello stragismo di Stato” la storia d’Italia suggerisce tutt’altro scenario, che per essere compreso necessita forse di un “modello” politico differente, che neutralizzi il dispositivo espiatorio con cui i cittadini democratici – i beati fischiatori – costruiscono l’illusione della propria innocenza. Risolvere tutto nelle deviazioni, nelle mele marce e negli estremismi rischia di decomporre il significato complessivo di tutta la faccenda (e dunque la sostanza del sistema democratico) con l’abile impiego di un deus ex machina espiatorio, eretto a regola del sistema, utile idiota che si prende carico d’ogni lavoro sporco: l’usurpatore.

Per adesso ci sono i fischi, straordinario rituale meta-politico con cui il cittadino democratico sconfessa i propri rappresentanti, e si purifica dalle colpe di crimini compiuti per il suo bene.

Allo Stato fischiano le orecchie? was last modified: febbraio 7th, 2015 by glianni70.it

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