Accadde oggi – 08/01/1944 Il processo di Verona

Il Processo di VeronaAccadde oggi – 08/01/1944 Il processo di Verona

Inizia il processo di Verona, città allora sotto la giurisdizione della Repubblica Sociale Italiana. Sul banco degli imputati, alcuni dei membri del Gran Consiglio del Fascismo che, nella seduta del 25 luglio 1943, hanno sfiduciato Benito Mussolini firmando l’ordine del giorno proposto da Dino Grandi. Principale obiettivo del processo e’ Galeazzo Ciano. Le sentenze verranno emesse al termine di tre giorni di sedute. L’11 gennaio 1944 Ciano ed altri quattro imputati saranno fucilati con le spalle rivolte al plotone.

Il processo si tenne a Castelvecchio dall’ otto al dieci gennaio 1944. Davanti ai giudici avrebbero dovuto comparire i membri del Gran Consiglio che il 25 luglio dell’anno precedente avevano votato contro Mussolini. Non tutti. I veri “traditori” si erano già messi in salvo; tranne il vecchio Emilio De Bono e Galeazzo Ciano, che, confidando nella parentela col duce, si era rifugiato con la famiglia nella tana del lupo; ossia dei tedeschi, che da anni lo detestavano e prontamente lo riconsegnarono nelle mani dei nuovi fascisti repubblichini, ansiosi di fame il capro espiatorio della catastrofe. La sentenza capitale era naturalmente un epilogo scontato. Nonostante le illusioni di Ciano di poter salvarsi offrendo in cambio della vita i suoi famosi diari, che lui fino all’ultimo si ostinò a ritenere materiale incandescente non solo per molti dei responsabili della fine del fascismo, ma addirittura per alcuni statisti nel campo nemico. Un aborto giuridico. Così fu definito il processo-farsa dinanzi al quale Galeazzo Ciano fu chiamato per essere giudicato come “imputato del delitto di tradimento dell’Idea”. Un reato che nessun codice penale o militare di questo mondo ha mai previsto, giacché non esiste la figura giuridica di Idea. I chiamati a giudicare Ciano non erano giudici bensì un gruppo scelto fra gli uomini più intransigenti e “duri” del vecchio fascismo. Ciano sarà fucilato perché lo hanno stabilito i soli che contano: i tedeschi. E, in sottordine, anche la suocera Rachele (e dopo di lei, Pavolini, che non l’ha mai potuto soffrire). ai cui occhi Galeazzo è il traditore numero uno; ma non del fascismo, di cui a Rachele in fondo non importa un granché, ma del suo uomo, del duce. A Mussolini invece non garbava affatto fare la parte del carnefice. Tra i capi militari più direttamente responsabili del tracollo messi sotto processo, qualcuno verrà amnistiato, qualche altro condannato pro forma, altri assolti e lasciati evadere. Solo due ammiragli, Campioni e Mascherpa, pagheranno per tutti, con la fucilazione. Mussolini si è rifiutato di concedere loro la grazia per due ragioni; primo, perché occorreva una punizione “esemplare”, secondo, perché una salutare lezione non avrebbe fatto male a quegli anglomani sviscerati e infidi della Marina, che erano passati m massa al nemico, consegnando la flotta a Malta. Ma Ciano? Ciano è un altro problema. E il duce non sa come venirne fuori. Non lo può graziare; lui ricorda che la prima cosa che Hitler gli ha chiesto, al loro primo incontro a Rastenburg, dopo la liberazione, è stato di “spazzar via i traditori, di dare un esempio”. E Mussolini non sa più ribellarsi. Non vuole soprattutto passare per un debole. Edda lo implora e lo minaccia inutilmente. E lui, per sincerarsi un’ultima volta, telefona ai tedeschi e chiede se una mancata esecuzione capitale potrebbe nuocergli agli occhi del Fuhrer. La risposta è “Sì, e molto”. Gli basta. Il nuovo Guardasigilli, Piero Piasenti, si mostra perplesso a riesumare procedure speciali per processi che hanno solo l’impronta di vendette politiche. Fa sapere al duce di non essere riuscito a trovare “prove inconfutabili” di collusione tra gli imputati, Badoglio e la monarchia. Ma il duce lo interrompe gelido: “Voi giudicate la cosa come giurista. Io devo vederla sotto il profilo politico. La ragione di Stato viene prima di ogni altra considerazione”. Il processo si apre l’8 gennaio alla presenza non ufficiale di una pattuglia di tedeschi e dura solo tre giorni: tanto il verdetto è stato deciso in anticipo. Solo Cianetti, che abiura in extremis il voto del 25 luglio, è condannato a 30 anni (verrà in seguito liberato dagli alleati). Tutti gli altri, compresi i molti contumaci, a morte. La mattina dell’11 gennaio i condannati, assistiti dal parroco di san Luca mons. Chiot, lasciano il vecchio convento degli Scalzi, che era stato trasformato in carcere, e vengono condotti al poligono di Forte San Procolo, nei pressi del ponte Catena. Alle 8,50 l’esecuzione: Ciano si comporta con dignità e cerca di offrire la fronte al plotone; De Bono rifiuta di farsi legare le mani dietro la schiena. Marinelli piange desolatamente. Gli altri sono Gottardi e Pareschi
Il plotone d’esecuzione

Il processo di Verona

Il processo di Verona

I condannati: sono di spalle perchè considerati traditori

 

 

 

 

Accadde oggi – 08/01/1944 Il processo di Verona was last modified: gennaio 8th, 2015 by glianni70.it

Post correlati

Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I link nei commenti potrebbero essere liberi dal nofollow.