1977: Eroina e Rivoluzione – Conversando con Vincenzo Miliucci (Autonomia Operaia)

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Tutto inizia con l’apertura di una sezione del Pci, inaugurata niente di meno che da Enrico Berlinguer, nel quartiere Nomentano di Roma. E’ la metà del 1967 e Vincenzo Miliucci è sostanzialmente a digiuno da qualsiasi esperienza politica. In poco tempo la sezione diventa un punto di riferimento per i proletari del quartiere e raggiunge i 130 iscritti, perlopiù edili. Nel maggio del 1968 Vincenzo si impegna nella prima campagna elettorale ed arriva persino a ricoprire l’incarico di segretario di sezione, mentre si mantiene lavorando come operaio all’Enel. Poi arriva la primavera di Praga e con altri compagni abbandona il Pci, in dissenso con l’invasione sovietica, ed aderisce al gruppo del Manifesto. Un percorso breve ma intenso, terminato a causa dello “scivolamento verso l’elettoralismo” di Castellina e compagni. Nel frattempo Miliucci ha stretto rapporti fecondi con quattro realtà, particolarmente attive sul territorio: comitato politico dell’Enel, collettivo del Policlinico, comitato operaio, la Cub dei ferrovieri. Esse prendono in affitto una sede a via dei Volsci, nel quartiere San Lorenzo, e danno vita a quella costruzione politica che avrebbe poi rappresentato l’embrione dell’Autonomia Operaia e l’humus su cui si sarebbe sviluppato il movimento del ’77.

 

E’ proprio in questi anni che inizia a porsi il problema del rapporto tra militanza e droga. A metà dei ’70 una nuova sostanza si impadronisce della vita di numerosi compagni: l’eroina. Le strade dei quartieri proletari si popolano di fantasmi, ragazzi che smarriscono progressivamente qualsiasi contatto con la realtà: il lavoro, lo studio e l’attivismo politico vengono soppiantati dalla famelica e forsennata ricerca della sostanza. Poi arrivano i primi morti ed il problema esplode compiutamente. “La questione si era già posta a Milano, dove l’eroina era dilagata prima che nel resto d’Italia – spiega Miliucci – A Roma il mensile di via dei Volsci analizza più volte l’argomento, con riflessioni sull’estensione e l’inarrestabilità della problematica. Emergono tutte le difficoltà d’intervento sul fenomeno che inizia ad essere considerato come emanazione diretta del potere e strumento della stretta repressiva. Per questo emerge la necessità di un confronto più articolato. Da noi il tema delle droghe viene discusso per la prima volta, in maniera organica, nell’ottobre del ’76. Alcuni compagni sono sottoposti a veri e propri processi sociali, strutturati in varie sedute di discussione. Chi utilizza l’eroina ha compromesso il proprio percorso politico e ha messo a repentaglio anche altri compagni. L’argomento va quindi affrontato in maniera frontale: coloro che negano il problema vengono allontanati definitivamente, poiché riteniamo che non sia più possibile transigere”. Tuttavia la situazione precipita all’indomani del ’77, in corrispondenza della crisi del movimento. “Quando cala l’impeto politico – racconta Miliucci – il quadro diventa tragico. Nella fase in cui la tensione rivoluzionaria è all’acme, i paradisi artificiali sono meno appetiti. Nel momento in cui attecchisce la percezione della sconfitta, il ricorso all’eroina dilaga. Questo dramma si consuma subito dopo il ’77 e raggiunge il suo apice nel ’79. Il senso di arretramento determina l’affermazione dell’eroina come vero e proprio anestetico sociale. E’ per questo che molti compagni iniziano a collocare la battaglia contro questa piaga in cima all’agenda politica: il timore che l’eroina rappresenti uno strumento repressivo diviene sempre più fondato. Bisogna poi aggiungere il fattore umano. Tra i comitati operai e il collettivo di via dei Volsci sono state otto le persone che hanno abusato di eroina. E vedere amici e compagni di militanza avviarsi inesorabilmente verso l’autodistruzione ti spinge a lottare strenuamente contro quel nemico lisergico”.

 

Nel 1980 Vincenzo Miliucci viene condannato ad otto mesi di carcere speciale per la chiusura di Radio Onda Rossa. Li trascorre nei bracci popolari di Rebibbia. E lì il dramma dell’eroina assume contorni ancora più inquietanti. “Nella zona in cui ho trascorso la mia detenzione, ho incontrato un 15-20% di eroinomani. Persone completamente annientate, guidate soltanto dalla voglia di roba. Nessun’altra emozione, nessun’altra aspirazione se non quella del buco. Quando sono uscito e ho ricominciato a girare per l’Italia ho notato una situazione di assoluta devastazione. In particolare per le strade di Milano si manifesta un autentico disastro: scene raccapriccianti di giovani gettati ai bordi delle strade, ad un passo dalla morte. Un impatto emotivo così forte però lo ha già vissuto nel ’75, durante la grande occupazione delle case di Ostia”. “In quegli edifici ci sono 5000 persone provenienti dai ghetti di Roma che convivono con un enorme nido di spaccio. E lì incontro quelli che sarebbero stati gli attori del film Amore Tossico. Per uno dei protagonisti l’inferno dell’eroina si è concluso con la morte per Aids”. Ormai la sostanza si è trasformata in una spietata peste sociale. Ed è proprio per arginare la proliferazione di questo fenomeno che negli anni 80 nascono i primi centri sociali. “La loro missione primaria è propria quella di sottrarre le periferie dalla morsa dell’eroina: è stato un modo innovativo di reinventare la politica”.

 

Il movimento assume quindi una funzione decisiva: quando viene a mancare la sua forza motrice, la situazione precipita. E si tratta una dinamica che ha caratterizzato anche anni più recenti. “Basti pensare al caso di San Lorenzo, a Roma: fino al 1993-94 nel quartiere non si à mai spacciato, tranne qualche episodio isolato nella zona dello Scalo. L’azione politica ha sempre avuto il sopravvento su tutto il resto: le lotte per l’equo canone e per i prezzi calmierati agli studenti fuorisede, l’autoriduzione delle bollette e la difesa degli artigiani. Quando vanno via i comitati di quartieri tutto cambia radicalmente”. Stessa cosa a San Basilio: “più o meno dal 2002 sono venuti meno alcuni punti di riferimento politici che negli anni, faticosamente, avevano permesso la creazione di reticoli sociali decisivi nell’arginare il degrado. La scomparsa di queste soggettività e il ritorno all’individualismo hanno gettato il quartiere in un dramma collettivo. San Basilio si è trasformata in una sorta di Scampia”. San Lorenzo e San Basilio: zone in cui il problema è rappresentato dalla proliferazione della cocaina. Una sostanza che introduce dinamiche differenti rispetto al passato e la cui diffusione, soprattutto a Roma, si lega indissolubilmente all’avanzata dell’estrema destra negli stadi. “Chi consumava eroina ha sempre tentato di nasconderlo, se ne vergognava. Oggi invece l’abuso di cocaina è quasi un vanto, una sorta di medicina per assecondare i ritmi frenetici della società odierna. Essa ha registrato un boom impressionante ad inizio anni ’90, quando l’estrema destra ha assunto il controllo delle curve negli stadi. In questo senso, il caso di Roma è eclatante. Con la fine dell’esperienza dei Fedayn, la destra ha trasformato le curve in epicentri dello spaccio. La possibilità di gestire palate di quattrini ha attirato tantissimi giovani: basti pensare che, grazie a questo business, nel 1992 un giovane riusciva ad intascare 600mila lire a settimana. Il movimento ha sempre sottovalutato questo fenomeno ed infatti non è mai riuscito ad intervenire per invertire la tendenza”.

 

La sottovalutazione del fenomeno droga ha quindi avuto esiti drammatici per il movimento. Si tratta di una vicenda complessa, troppo spesso trascurata o addirittura accantonata dalla letteratura e dal ricordo dei protagonisti. “Le sostanze stupefacenti esercitano un’attrazione enorme, i cui caratteri prevalenti sono l’edonismo ed una curiosità che puntualmente finisce per tramutarsi in ingenuità. Probabilmente la nostra percezione del problema non è stata adeguata e abbiamo esercitato un’azione minimalistica, pensando solo alla difesa della nostra comunità e limitandoci alla riduzione del danno. Tuttavia, e parlo essenzialmente alla mia esperienza, non è stata la droga a determinare l’arretramento del movimento. La nostra è stata una sconfitta puramente politica, dovuta soprattutto alla stretta repressiva dello Stato e alla vicenda dell’omicidio Moro. Bisogna però riconoscere come oggi la situazione sia nettamente peggiorata: sono venute meno delle solide soggettività che fissino dei paletti rigidi, indispensabili per arginare la dilagante cultura dello sballo. Il fenomeno è in estensione, una minaccia montante. Ricordo un celebre slogan dei miei tempi: ‘Né eroina né polizia’. E’ stato per anni un elemento di identificazione molto forte, proprio quello che manca oggi”.

1977: Eroina e Rivoluzione – Conversando con Vincenzo Miliucci (Autonomia Operaia) was last modified: dicembre 13th, 2014 by glianni70.it

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